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Con il presidente Maduro e la rivoluzione bolivariana

Con il presidente Maduro e la rivoluzione bolivariana

Oggi, 10 gennaio 2019, è una giornata chiave per il Venezuela, per il continente americano e anche per noi. È il giorno in cui Maduro si insedia alla presidenza del Venezuela per il suo secondo mandato. Lo fa perché lo scorso 20 maggio ha vinto le elezioni presidenziali, conquistando il 67% delle preferenze.
Perché le ha vinte? Perché ancora una volta la strategia, il discorso e l’unità del chavismo sono state superiori a quelle della destra.

All’epoca i principali partiti della destra non si candidarono, boicottando il voto dietro suggerimento statunitense. Perché? Per fare quello che stanno facendo in queste ore: non riconoscere Maduro come presidente democraticamente eletto, come ha già fatto – fallendo – sia nel 2016 che nel 2017, e fare appello all’intervento dall’esterno per abbattere la “dittatura castro-chavista”. Siamo di fronte ad una strategia che vuole farla finita col chavismo e la rivoluzione bolivariana, ma non attraverso la conquista del consenso e il ricorso alle urne. Mentre l’opposizione interna ed internazionale si appellano di continuo alla democrazia, la loro strategia punta infatti a fare ricorso all’assedio diplomatico, agli attacchi all’economia e alla violenza, come quella scatenata nel 2017. L’obiettivo è sfibrare il popolo venezuelano, portare il paese al suo limite e oltre, così che possano essere giustificate azioni di forza, ripetendo il mantra dell’intervento umanitario. L’obiettivo non è un semplice cambio di governo, ma una vendetta storica, contro un processo immenso, che ha difficoltà, limiti e contraddizioni, ma anche enormi potenzialità, come mostrato nel corso degli anni.

Il centro di gravità dell’attacco contro il Venezuela non sta a Caracas, ma negli Stati Uniti, di Obama prima e di Trump ora. È lì che si decide tutto, con la UE incapace e senza volontà di una politica autonoma e, anzi, sempre in scia di Washington.
La Colombia del figlioccio di Uribe, Ivan Duque, e il Brasile del fascista Jair Bolsonaro, in questa strategia giocano il ruolo di teste di ponte, stringendo l’assedio contro il Venezuela e potendo essere utilizzate come base logistica per il possibile dispiegamento della forza militare (“incidente” alla frontiera, “falsos positivos”, invasione, ecc.). Non possiamo escludere nessuna ipotesi, la storia ce lo insegna.

La battaglia che si svolge in Venezuela è una battaglia centrale per tutto il continente e per tutta la nostra epoca.
Per questo non abbiamo il diritto di perdere.

Con il presidente Maduro e la rivoluzione bolivariana!
Costruiamo il potere popolare!
Potere al Popolo!

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