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LA SITUAZIONE DEI PICCOLI AGRICOLTORI IN ARGENTINA

Trent’anni fa, nel mio manuale di economia in India, la sezione sul commercio internazionale faceva riferimento all’Argentina. Secondo il manuale, sarebbe stato meglio che l’Argentina si fosse concentrata sulla produzione e sull’esportazione di carne bovina, mentre la Germania avrebbe dovuto investire le proprie risorse nella produzione di elettronica. Questo esempio è stato utilizzato per illustrare il principio del “vantaggio assoluto” di Adam Smith: i Paesi dovrebbero concentrarsi su ciò che sanno fare “meglio”, piuttosto che diversificare le loro economie. Già allora mi sembrava una cosa brutale che Paesi in via di sviluppo come l’Argentina producessero solo materie prime, mentre Paesi ricchi come la Germania si dedicassero allo sviluppo tecnologico.

L’Argentina, a quel tempo, era ancora un grande produttore ed esportatore di carne bovina. Io e i miei colleghi non avevamo accesso al poema epico di José Hernández Martín Fierro, sui gauchos della pampa, i cowboy delle pianure argentine, ma conoscevamo i feroci compadritos (teppisti da strada) e cuchilleros (combattenti con il coltello) dai racconti di Jorge Luis Borges. C’erano anche dei cowboy qui, solitari che sedevano sui loro cavalli nelle pianure argentine e raccoglievano il bestiame per il mercato. Non sono più questi cavalieri a definire la società rurale argentina. Oggi la campagna è determinata dal lavoro del piccolo contadino e del proletariato agricolo per il grande business dell’agroalimentare, protagonista delle fortune del Paese.

Secondo il Censimento agricolo nazionale argentino, il numero di aziende agricole (EAP) nel Paese è diminuito di circa il 40% tra il 1988 e il 2018, a causa della crescente concentrazione della terra nelle mani di una piccola élite.

Nel 2021, l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) ha rilevato che l’Argentina rimane “un grande esportatore di prodotti agricoli”, che all’epoca rappresentavano quasi i due terzi delle esportazioni del Paese (ad aprile 2023, i prodotti agricoli rappresentavano il 56,4% delle esportazioni del Paese). I prodotti principali sono i cereali (grano, mais), la soia e la carne bovina. Le imprese agroalimentari argentine sono entrate con entusiasmo nel mercato globale della soia, producendo persino un programma di dollari della soia per incoraggiare maggiori esportazioni in modo che il Paese possa guadagnare dollari per compensare le sue grandi crisi valutarie.

Per tre anni consevutivi, l’Argentina è stata colpita dalla siccità (aggravata dalla catastrofe climatica) e ha dovuto affrontare la pressione dovuta all’aumento delle superfici dedicate alla coltivazione della soia negli altri quattro Paesi principali (Brasile, Stati Uniti, Cina e India). La produzione di soia ha trasformato la campagna argentina, assorbendo oltre la metà delle terre coltivabili del Paese e concentrando la produzione nelle mani di quelli che l’economista Claudio Scaletta ha definito “giganti invisibili” (società come Cargill, Archer Daniels Midland Argentina, Bunge Argentina, Dreyfus e Noble Argentina). Non è più il bestiame a correre nella pampa, ma sono i fiori di soia che si inclinano al vento.

In questo grafico, possiamo vedere la percentuale di aziende agricole – EAP –, classificate in base alla dimensione (ettari), in arancione, e la quota della superficie totale che ciascuna categoria rappresenta, in giallo. La maggior parte delle EAP produttive è di piccole dimensioni; con l’aumentare delle dimensioni, il numero di aziende agricole si riduce, ma aumenta la quantità di terreno su cui lavorano.

Il nostro ultimo dossier Whose Land Is It and What Is It For? An Unfinished Debate about Land Access in Argentina (giugno 2023) esplora alcune delle contraddizioni più sorprendenti che affliggono il paesaggio rurale argentino. L’incongruenza più evidente è che l’Argentina ha una quantità di terra coltivabile più che sufficiente a sfamare i suoi 46 milioni di abitanti, eppure la fame sta crescendo nel Paese. La maggior parte del cibo consumato dalla popolazione non è prodotto dai grandi conglomerati agroalimentari, ma da aziende agricole a conduzione familiare, che tuttavia stanno scomparendo a causa dell’impossibilità per le famiglie di sostenersi economicamente e di spostarsi in massa dalle zone rurali alle città. L’aumento della mancanza di terreni e della fame ha prodotto la realtà sociale da cui sono nate nuove forme di protesta politica: i verdurazos (proteste della verdura) e i panazos (proteste del pane), spesso guidati da organizzazioni sociali rurali, affrontano la ridicola situazione in cui chi coltiva la terra non può mangiare i suoi raccolti.

Qualche anno fa ho trascorso un po’ di tempo con i piccoli agricoltori fuori La Plata. Wildo Eizaguirre della Federación Rural mi ha detto che il peso maggiore per gli agricoltori come lui è l’affitto. Antonio García, Else e Mable Yanaje concordano sul fatto che l’affitto è un peso morto per loro. Il costo della terra è proibitivo e la loro proprietà è incerta. Ciò impedisce ai contadini di apportare miglioramenti al capitale dell’azienda agricola o persino di acquistare attrezzature (come i trattori) per rendere più produttivo il loro lavoro. Questi agricoltori non possiedono i campi né controllano le vie di accesso al mercato. Gli intermediari acquistano i loro prodotti a prezzi più bassi e poi li portano alla lavorazione o li vendono direttamente ai supermercati. I soldi si fanno altrove, non nei campi.

I disegni di legge sull’accesso alla terra proposti in Argentina negli ultimi anni si basano su due leggi chiave, la Legge di Riparazione Storica dell’Agricoltura Familiare (n. 27118, 2014) e la Legge di Emergenza dei Territori Indigeni (n. 26160, 2006).

È grazie alle lotte di persone come Wildo e Mable che il governo argentino ha approvato leggi fondamentali come la Legge di Riparazione Storica dell’Agricoltura Familiare del 2014 e la Legge di Emergenza dei Territori Indigeni del 2006 (ripetutamente prorogata nel 2009, 2013, 2017 e 2021). La Legge sulla Riparazione Storica dell’Agricoltura Familiare mira a “costruire una nuova vita rurale in Argentina e a garantire l’accesso alla terra per l’agricoltura familiare, contadina e indigena, dato che la terra è un bene sociale”. Sono parole potenti che, però, di fronte al potere dell’agribusiness, difficilmente si traducono in fatti. La legge stessa non blocca la lotta di classe. In Brasile, ad esempio, il Movimento dei lavoratori rurali senza terra (MST) utilizza alla lettera la Costituzione brasiliana del 1988 come giustificazione legale per le occupazioni dei terreni. Eppure, puntualmente, le imprese agroalimentari brasiliane e i loro alleati politici cercano di criminalizzare le occupazioni del MST, come attualmente con una Commissione parlamentare d’inchiesta che il leader del MST João Paulo Rodrigues considera giustamente un’opportunità per avviare un dialogo pubblico sulla riforma agraria, la sovranità alimentare e l’uguaglianza sociale.

Nel 2020, la International Land Coalition e Oxfam hanno pubblicato un importante rapporto intitolato Uneven Ground. Land Inequality at the Heart of Unequal Societies. Il rapporto rileva che nel mondo ci sono 608 milioni di aziende agricole, la maggior parte delle quali a conduzione familiare (con 2,5 miliardi di persone coinvolte nella piccola agricoltura). Le grandi aziende costituiscono l’1% delle aziende agricole, che però controllano più del 70% dei terreni agricoli globali; mentre l’80% dei contadini sono piccoli proprietari che gestiscono meno di due ettari. La concentrazione della terra, si legge nel rapporto, è aumentata drasticamente dal 1980. Nel frattempo, secondo uno studio di Luis Bauluz, Yajna Govind e Filip Novokmet, in America Latina il 10% dei proprietari terrieri detiene fino il 75% del valore dei terreni agricoli, mentre il 50% possiede meno del 2%. Come evidenzia il dossier, in Argentina la disuguaglianza è estremamente marcata: l’80% degli agricoltori familiari (che si caratterizzano come piccoli proprietari) occupa circa l’11% della terra agricola delimitata, mentre i grandi proprietari terrieri, che rappresentano lo 0,3% degli agricoltori familiari, ne occupano quasi il doppio. La tendenza alla concentrazione fondiaria è accelerata dal potere delle multinazionali dell’agroalimentare e dal crescente utilizzo dei terreni agricoli come asset finanziario da parte di società di private equity e asset manager (come sostiene Madeleine Fairbairn nel suo libro Fields of Gold: Financing the Global Land Rush, 2020). Nel continente africano, gli agricoltori vengono cacciati dalle terre a causa della “conservazione della natura” e della crescita del settore minerario (come abbiamo documentato a Xolobeni, in Sudafrica).

Nell’ultimo secolo, i movimenti contadini hanno avanzato la richiesta di una “riforma agraria” come antidoto alla devastazione delle campagne da parte del capitalismo. Nella prefazione al nostro dossier, Manuel Bertoldi della Federación Rural scrive: “Dobbiamo iniziare a parlare senza paura di riforma agraria, di sovranità alimentare, di agroecologia e di socialismo come sistema alternativo, perché solo attraverso il socialismo queste idee si potranno realizzare”.

Negli ultimi anni sono state avanzate diverse proposte, come il programma “Marcia verso la campagna”, per affrontare la crisi agraria argentina.

Con grande sentimento il poeta brasiliano João Cabral de Melo Neto ha scritto dell’unico pezzo di terra a cui i contadini hanno diritto: le loro tombe. Nel 1955 compose i versi Morte e Vida Severina (Morte e Vita severina), dove scrisse

– La tomba in cui ti trovi
Viene misurata a mano,
Il miglior affare che hai fatto
In tutta la terra.

– Ti si addice bene,
Non troppo lungo o profondo,
La parte del latifondo
Che conserverai.

– La tomba non è troppo grande,
Non è nemmeno troppo larga,
È la terra che volevi
per vederli dividere.

– È una grande tomba
Per un corpo così risparmioso,
Ma sarai più a tuo agio
Di quanto lo sei mai stato.

– Sei un cadavere magro
Per una tomba così grande,
Ma almeno laggiù
Avrai molto spazio.

Gli agricoltori e i contadini di tutto il mondo sanno che le loro lotte sono esistenziali, un sentimento che ha attanagliato gli agricoltori e i contadini indiani durante la loro lotta contro la privatizzazione del mercato dei prodotti agricoli. Vogliono la terra per vivere, non solo per le loro tombe.

Con affetto,
Vijay

*Traduzione della ventitreesima newsletter (2023) di Tricontinental: Institute for Social Research.

Come Potere al Popolo traduciamo la newsletter prodotta da Tricontinental: Institute for Social Research perché pensiamo affronti temi spesso dimenticati da media e organizzazioni nostrane e perché offre sempre un punto di vista interessante e inusuale per ciò che si legge solitamente in Italia. Questo non significa che le opinioni espresse rispecchino necessariamente le posizioni di Potere al Popolo. A volte accade, altre volte no. Ma crediamo sia comunque importante offrire un punto di vista che spesso manca nel panorama italiano.

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