
Caricare, puntare, fuoco!
La corsa agli armamenti sembrava retaggio di un passato lontano, mai ci saremmo aspettati appelli al riarmo, meno ancora in un presente afflitto da conflitti in tutto il globo. Gaza, Ucraina, Yemen, Libano, centinaia di migliaia di vite spezzate che meriterebbero una politica di distensione, disarmo e solidarietà. Il generale Ursula, invece, gioca ai soldatini, coadiuvata dai colonnelli capi di stato, gli stessi che ieri ci chiedevano sacrifici – tagliando servizi essenziali, sanità pubblica, istruzione – ed oggi ipotecano miliardi di euro in pugnali e bombe a mano.
In casa nostra governo e opposizioni si danno al doppio gioco, mentre Giorgia Meloni si batteva per un “rivoluzionario” cambio di nome del piano di riarmo, le voci del centrosinistra parlavano di pace “che intorpidisce” e di “spirito combattivo” dell’Europa. Risultato: tutti d’accordo, alle armi!
A provocare queste guerre non è la pazzia di Trump o di Putin, ma un modello sociale che cerca nella guerra l’uscita dalla crisi irriversibile in cui versa da tempo. Lo sfruttamento normale dei tempi di pace non basta più, la competizione per il controllo delle aree strategiche e delle materie prime, spinge le potenze imperialiste a tentare di estendere il proprio dominio e di rilanciare le proprie economie attraverso le spese militari.
La propaganda di guerra è così pervasiva che non si limita ai grandi media, ma penetra fin dentro alle scuole e alle università. La carriera militare e la guerra come strumento di risoluzione delle controversie vengono costantemente sponsorizzate nelle scuole, mentre nelle università la ricerca è sempre più spesso dominata da collaborazioni con aziende e settori militari.
Non si tratta solo di opporsi al bellicismo, ma anche di iniziare ad immaginare insieme una risposta diversa ad un mondo perennemente in crisi.
Ne parliamo con:
- Matteo Saudino – insegnante e autore di Barbasophia
- Michele Lancione – professore ordinario Politecnico