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Solo il popolo è sovrano

Il 12 giugno in un clima surreale, tra pandemia e boicottaggio, si sono svolte le elezioni legislative in Algeria. L’enorme astensione alle urne è il segno che la mobilitazione popolare esplosa ad inizio 2019, che portò alla caduta del sempiterno Bouteflika, non si è ancora arresa, nonostante la repressione e il blocco delle manifestazioni per lungo tempo a causa del Covid-19. L’Hirak (denominazione araba di “movimento” che è diventata di uso comune per raffigurare il composito insieme sociale e politico di chi protesta in Algeria), con l’alleggerirsi delle restrizioni sanitarie, ha ripreso vigore e da settimane si susseguono imponenti manifestazioni in diverse città del paese. D’altronde, seppur Bouteflika non ci sia più, il sistema di potere che lo ha sorretto per venti anni, in cui ha un ruolo apicale l’apparato militare, è ancora al comando.

Per capire la fase politica attuale e le prospettive delle organizzazioni sociali e politiche d’opposizione abbiamo intervistato Kamel Aissat, sindacalista e membro della segreteria nazionale del PST (Parti socialiste des travailleurs – Partito socialista dei lavoratori).

Buongiorno Kamel e grazie per questa intervista. Partiamo dalla recente attualità con i risultati delle elezioni legislative, svoltesi il 12 giugno, che avrebbero dovuto permettere al governo di ritessere una relazione con gli algerini e archiviare lHirak. Quale è il tuo giudizio?

Innanzitutto bisogna considerare in quale contesto si sono svolte le elezioni. Esse giungono dopo un anno di pandemia a causa della quale il movimento ha dovuto interrompere tutte le manifestazioni pubbliche e in un periodo di grande repressione da parte del governo contro lopposizione politica e sociale. Solo a partire dal mese di aprile ci sono stati in Algeria oltre 2000 arresti e specifiche azioni giudiziarie contro associazioni quali ad esempio Ressemblement Action Jeunesse, Association SOS Bab El Oued e il Parti Socialiste des Travailleurs finalizzate a renderli fuorilegge.

La repressione è stata indirizzata contro le organizzazioni che si opponevano alla convocazione delle elezioni e nei confronti dei giovani attivisti dei quartieri popolari. Nonostante limpossibilità a manifestare, la campagna di rifiuto delle elezioni ha dato come risultato unastensione eccezionale che il potere ha cercato di mascherare. Il ritardo nella pubblicazione dei risultati é stato tale che ancora oggi (22 giugno ndr) non ci sono i risultati ufficiali di partecipazione suddivisi per dipartimento. A livello nazionale alle ore 16 il tasso di partecipazione era del 14%, alle 20 hanno affermato che si era arrivati al 23,5%, quando é risaputo che nel pomeriggio quasi nessuno é andato ai seggi.

In Cabilia – regione storicamente democratica e dopposizione – quasi nessun seggio era aperto e il tasso reale di partecipazione è stato intorno all1%. Quindi possiamo parlare non semplicemente di una bassissima affluenza, ma di un rifiuto totale del popolo algerino di andare a votare. È stata la dimostrazione della mancanza di una vera e nuova base sociale del governo e quindi di una sua legittimità. Quelli che rimangono attorno al potere sono i resti della vecchia coalizione a favore di Bouteflika: i Fratelli musulmani, i partiti dellAlleanza presidenziale, alcune associazioni pro regime.

Quale è stato il ruolo delle organizzazioni islamiche nellHirak, nella relazione con il potere e durante queste ultime elezioni?

L’islamismo in Algeria è stato battuto politicamente e militarmente negli anni 90, dopo 10 anni di guerra civile. Gli islamici moderati come i Fratelli musulmani sono stati assorbiti dal potere e grazie a Bouteflika sono stati inseriti nel sistema politico istituzionale per 20 anni. Hanno lasciato lAlleanza presidenziale nel 2012, ma restando sempre nelle sue vicinanze, conducendo tranquillamente i propri affari in collaborazione con il governo. Gli algerini li vedono collegati al vecchio regime, non li ritengono credibili e sono trascurabili anche dal punto di vista elettorale.

Esiste invece un movimento islamico chiamato Rachad che si dichiara non violento e con allinterno posizioni politiche eterogenee che ha cercato di essere presente nel Hirak. Hanno una facciata democratica, non sono dalla parte dei Fratelli musulmani, ma sono finanziati da Qatar e Turchia.

Il presidente algerino in molti dei suoi discorsi ufficiali non attacca frontalmente lHirak, anzi, ne loda la spinta al cambiamento della società. Poi però le azioni condotte dal governo sono in totale opposizione alle dichiarazioni ufficiali.

Il governo algerino ha il sostegno dei paesi occidentali, imperialisti. Fa affari con imprese e multinazionali europee, anche con lItalia. Basti pensare al caso di corruzione che ha coinvolto la Saipem (partecipata Eni, assolta in appello ndr). Il regime algerino è sempre più un regime militare che non ha legittimità popolare, ma la cui unica legittimità proviene da questo sostegno esterno e dalle forze armate.

La mancanza di legittimità popolare si è vista anche prima delle legislative con le presidenziali del 2019 che hanno avuto un tasso di partecipazione del 30% o del referendum costituzionale di novembre 2020 che ha portato alle urne soltanto il 24% degli aventi diritto. Al di là delle dichiarazioni, quindi, il tentativo del governo di darsi una nuova immagine democratica è miseramente fallito.

LHirak vuole invece che la sovranità torni al popolo e che il popolo possa decidere realmente quale debba essere la nuova Algeria attraverso la convocazione di unAssemblea costituente. Dall’indipendenza del 1962, il popolo algerino non ha mai potuto decidere sulle scelte fondamentali di politica economica e sociale. LHirak dice che solo il popolo è sovrano.

Le richieste dellHirak nei confronti della politica algerina sono sul rispetto dei diritti umani, la lotta alla corruzione, il rispetto della volontà popolare, il cambiamento della classe politica. Sembra però che trovino meno spazio rivendicazioni di ordine sociale ed economico, di giustizia sociale.

Bisogna dire che lHirak nasce anche a causa delle politiche economiche e sociali disastrose portate avanti da Bouteflika per 20 anni, non solo dal non rispetto della democrazia. È vero che dal movimento faticano ad uscire rivendicazioni di maggiore giustizia sociale. Ci sono stati alcuni leader che parlavano di rispetto dei diritti umani, senza considerare che il diritto alla salute, al lavoro, alleducazione, alla casa, sono dei diritti delluomo.

I leaders favoriti e promossi dai media sono indubbiamente quelli liberali nonostante questo movimento di rivolta abbia una forte motivazione sociale. Talmente forte che nei mesi di maggiore mobilitazione, il numero dei giovani in partenza per l’Europa è fortemente diminuito, perché c’era la speranza di cambiare profondamente il nostro paese. In effetti, a mio avviso, le due principali debolezze del movimento sono che non siamo riusciti a strutturare delle organizzazioni di base del movimento e a darci degli obiettivi chiari e condivisi. Sappiamo che non vogliamo questo sistema, ma non sappiamo con cosa sostituirlo.

Tu sei un sindacalista nel settore scolastico impegnato nel movimento. Quale è stato il ruolo dei sindacati e come mai non sono riusciti a inserire con forza le questioni sociali ed economiche tra le rivendicazioni del movimento?

Il mio sindacato è nato solo nel febbraio 2020 ed è dunque ancora debole. Subisce i colpi della repressione come larresto del nostro compagno del Coordinamento nazionale Abdel Abbas e di altri che sono inquisiti dalla magistratura. Il sindacato storico dellUnion Generale des Travailleurs Algeriens ha avuto al suo interno molti militanti che hanno cercato di dargli una linea di opposizione e lotta, ma non hanno avuto successo, anche se alcune sezioni si sono schierate con lHirak e quindi sono state sospese.

In effetti questo sindacato possiamo considerarlo come un’organizzazione di massa del potere, mentre la maggior parte dei sindacati autonomi sono stati normalizzati e hanno una direzione liberista. Abbiamo avuto, ormai un anno fa, una grande lotta dei lavoratori nel gruppo Sevital con la creazione di un sindacato conflittuale nel giugno del 2020. Questo sindacato si è opposto al licenziamento di 196 lavoratori e ha dovuto subire la repressione della magistratura e la rappresaglia del padrone contro i suoi iscritti. Sono state comunque delle lotte isolate e non sono state guidate dalle burocrazie sindacali, ma sono nate da coordinamenti spontanei dei lavoratori.

Nessun sindacato in Algeria ha preso esplicita posizione a favore dellHirak o gioca un ruolo significativo nel movimento. Il PST si batte invece per una convergenza delle lotte per il rinnovamento politico e quelle per un cambiamento economico e sociale. Nessuno lo racconta, ma la partenza di Bouteflika, vera vittoria del movimento, non è arrivata grazie alle manifestazione di piazza ma ad uno sciopero generale nel settore petrolifero l’11 marzo 2019 che ha paralizzato le attività e ha minacciato il sistema nelle sue fondamenta.

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