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NELLE FABBRICHE C’È RICCHEZZA, MA NON C’È VITA

Alla fine del 2022, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) ha pubblicato un interessante rapporto intitolato Working Time and Work-Life Balance Around the World in gran parte stimolato da una serie di iniziative in India per prolungare la giornata lavorativa. Il rapporto raccoglie dati globali sul tempo di lavoro nel 2019, quindi prima della pandemia di COVID-19. L’OIL ha scoperto che “circa un terzo della forza lavoro globale (35,4%) lavora più di 48 ore alla settimana” e che “un quinto dell’occupazione globale (20,3%) consiste in orari di lavoro brevi (o part-time) inferiori alle 35 ore settimanali”, come ad esempio consueto nella gig economy. Inoltre, il rapporto ha rilevato che il gruppo occupazionale con “le ore lavorative medie più lunghe è quello degli operatori di impianti e macchinari e degli assemblatori che lavorano in media 48,2 ore a settimana”.

In India è in corso un dibattito sulla revisione dei limiti della durata della giornata lavorativa. Nello Stato di Tamil Nadu è stata presentata una proposta di legge per modificare il Factories Act del 1948 che consentirebbe alle fabbriche di allungare la giornata lavorativa da otto a dodici ore. Nell’Assemblea dello Stato del Tamil Nadu, il ministro del governo CV Ganesan ha affermato che la Regione – che conta il maggior numero di fabbriche in India – ha bisogno di attrarre maggiori investimenti stranieri, cosa che sarebbe più facile se le fabbriche fossero autorizzate ad applicare “orari di lavoro flessibili”. Le proteste organizzate da sindacati e partiti di sinistra hanno bloccato il governo, nonostante le pressioni della lobby imprenditoriale (Vanigar Sangangalin Peramaippu). A febbraio, una legge simile è stata approvata nel vicino Stato del Karnataka. “L’India è in competizione con i paesi di tutto il mondo per attirare gli investimenti”, ha dichiarato il Ministro dell’Elettronica, della Tecnologia dell’informazione e delle Biotecnologie, Dr. CN Ashwath Narayan. “Solo con delle leggi sul lavoro flessibili si possono attirare investimenti”.

Come Tricontinental: Institute for Social Research interveniamo in questo dibattito con il dossier del mese di maggio: The Condition of the Indian Working Class. Il dossier apre con due eventi del 2020. In primo luogo, all’inizio della pandemia, il governo indiano ha ordinato a milioni di lavoratrici e lavoratori di tornare nei loro villaggi di provenienza; in secondo luogo, le contadine e i contadini indiane/i hanno dato vita a una forte protesta contro il tentativo del governo di trasferire il controllo dei mandis (mercati di prodotti) alle grandi imprese. Questi eventi dimostrano sia il duro comportamento del governo indiano e della classe imprenditoriale nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori, sia la loro costante resistenza alle strutture che li sfruttano e li opprimono.

Nel 1991, l’India ha sfruttato una crisi a breve termine della bilancia dei pagamenti per rompere il tessuto istituzionale dello sviluppo nazionale e aprire l’economia agli investimenti stranieri. Questa liberalizzazione ha favorito il capitale rispetto al lavoro e smantellato le tutele del lavoro duramente conquistate dalla classe operaia e contadina.

Riconoscendo questa tendenza, le lavoratrici e i lavoratori indiane/i hanno dato vita a un ciclo di lotte per difendere i loro diritti contro la “liberalizzazione del mercato del lavoro”. La parola chiave “flessibilità” significa che le lavoratrici e i lavoratori avrebbero dovuto rinunciare ai loro diritti sociali in cambio di investimenti e maggiori profitti per investitori. Nonostante le concessioni fatte dalle lavoratrici e dai lavoratori – alcune imposte, altre negoziate – i nuovi posti di lavoro creati da queste misure neoliberiste però sono perlopiù precari. Come spieghiamo nel dossier:

La promessa di investimenti industriali su larga scala e la creazione di posti di lavoro industriali di alta qualità non si sono realizzate in modo significativo. Inoltre, la crescita economica e industriale è rimasta a bassi livelli, non solo a causa della mancanza di investimenti, ma anche a causa della pressione sulla domanda della popolazione indiana. La domanda si è ridotta a causa dei salari di gran parte della popolazione disperatamente bassi e delle restrizioni neoliberiste alla spesa pubblica, in particolare nel settore agricolo.

Ciò che si è prodotto in India non è molto diverso dalle realtà in altre parti del mondo; un numero sempre maggiore di lavoratrici e lavoratori scivolano in una dilagante precarietà. Mentre la pandemia ha accelerato l’aumento dell’occupazione informale e non regolamentata, attraverso una serie di studi regionali (come questo sull’Egitto) l’OIL ha dimostrato che il lavoro precario era già soggetto a una forte crescita, con una spietata guerra di classe camuffata con termini che suonano tecnici come per esempio “la flessibilità del mercato del lavoro”.

Nel 2015, le Nazioni Unite hanno approvato un’importante risoluzione che annunciava diciassette Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, affermando chiaramente la necessità di “promuovere una crescita economica sostenuta, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva e un lavoro dignitoso per tutti”. L’OIL definisce il lavoro dignitoso come “occupazione piena e produttiva, diritti sul lavoro, protezione sociale e promozione del dialogo sociale”, ovvero, in parole povere, il diritto a un lavoro produttivo, a condizioni di lavoro sicure, alle securità sociali e alla contrattazione collettiva.

Da tempo ormai è chiaro che gli standard dell’OIL non vengono rispettati dalla maggior parte dei Paesi. I sindacati e le altre organizzazioni della classe operaia invece sono l’unica piattaforma con un potenziale liberatorio. In tal senso, l’unità dei sindacati di settore e delle confederazioni sindacali svolge un ruolo fondamentale. Per combattere la proposta di legge sulle relazioni industriali (1978), le cui disposizioni avrebbero indebolito il diritto di sciopero, diversi sindacati hanno formato il National Campaign Committee of Trade Unions. Nel 1982, questo comitato ha condotto uno sciopero generale contro l’imposizione del Essential Services Maintenance Act (1981), un altro tentativo di indebolire l’organizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori. Dal 1991, questo comitato, insieme alla piattaforma congiunta delle Organizzazioni delle Centrali sindacali, ha organizzato ventidue scioperi generali.

Nel marzo 2022, 200 milioni di lavoratrici e lavoratori di diversi settori produttivi si sono uniti allo sciopero generale per bloccare il Paese. Questo sciopero è stato massiccio perché il movimento sindacale è stato capaci di supportare la lotta delle lavoratrici e dei lavoratori informali non sindacalizzati con la stessa convinzione con cui ha organizzato la lotta dei propri iscritti, come sottolinea K. Hemlata, presidente del Centro dei sindacati indiani, nel nostro dossier n. 18 (luglio 2019). La lotta di classe, quindi, esiste tutt’oggi, anche se una delle debolezze del nostro tempo è il fatto che queste mobilitazioni di massa hanno difficoltà a trasformarsi in potere politico. Il potere finanziario ha affossato la democrazia; e l’ascesa di idee tossiche di destra – tra cui il fondamentalismo religioso – ha avuto un ruolo influente nelle comunità che lottano contro la distruzione della vita collettiva (un fenomeno che abbiamo discusso nel dossier n. 59 Religious Fundamentalism and Imperialism in Latin America). Tuttavia, come scriviamo nella conclusione del nostro nuovo dossier, le lavoratrici e i lavoratori “continuano a vivere la lotta di classe”.

All’inizio dell’estate del 2020, il mio cuore è sprofondanto vedendo milioni di lavoratrici e lavoratori trascinare le loro stanche gambe nel paesaggio surriscaldato dell’India. Gulzar Saab, uno dei più grandi poeti e registi del Paese, ha assistito a questo esodo della classe operaia e ha scritto una poesia che ha catturato lo stato d’animo d’allora: Marenge To Wahin Jaa Kar Jahan Par Zindagi Hai (Andranno a morire lì, dove c’è vita). Siamo grati a Saab per averci permesso di pubblicare questa sua poesia:

La pandemia infuriava.
Operai e lavoratrici fuggivono alle loro case.
Nelle città, tutti i macchinari si fermavano.
Solo le loro mani e i loro piedi si muovevano.
Le loro vite erano tornate nei villaggi.

La semina e il raccolto erano tornati lì:
Il miglio bianco, il grano, il mais, il miglio perlato – tutto.
Le divisioni con le cugine e i fratelli.
Le lotte ai canali e ai navigli.
Gli uomini forti, assunti a volte da questa e a volte da quella parte.
Le cause legali che risalgono alle nonne e agli zii.
Fidanzamenti, matrimoni, i campi.

Siccità, alluvioni, la paura: i cieli piangeranno o no?
Andranno a morire lì – dove c’è vita.
Qui, hanno solo portato i loro corpi e li hanno collegati!

Hanno tolto le spine:
“Venite, torniamocene a casa” – e sono partiti.
Andranno a morire lì, dove c’è la vita.

Le opere d’arte di questa newsletter sono di Birender Kumar Yadav tratte dal nostro ultimo dossier. Yadav è un artista indiano multidisciplinare di Dhanbad, una città di minerali di ferro e carbone costruita sulle spalle di minatori e indigene/i. Gran parte del lavoro di Yadav, figlio di un fabbro che lavorava in una miniera di carbone, richiama l’attenzione sulle ingiuste gerarchie di classe e sul dramma della classe operaia.

Con affetto,
Vijay

*Traduzione della diciottesima newsletter (2023) di Tricontinental: Institute for Social Research.

Come Potere al Popolo traduciamo la newsletter prodotta da Tricontinental: Institute for Social Research perché pensiamo affronti temi spesso dimenticati da media e organizzazioni nostrane e perché offre sempre un punto di vista interessante e inusuale per ciò che si legge solitamente in Italia. Questo non significa che le opinioni espresse rispecchino necessariamente le posizioni di Potere al Popolo. A volte accade, altre volte no. Ma crediamo sia comunque importante offrire un punto di vista che spesso manca nel panorama italiano.

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