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Italia, lavoro: stanno uccidendo la sicurezza. E la dignità

Di Francesco Barbati

Oscilli fra la sopravvivenza e la morte, se lavori in Italia.
Sì: se perdi il controllo, perdi la vita. E come biasimarti, se dietro all’atto del perdere il controllo si nascondono mille preoccupazioni, pensieri legati a un futuro migliore che non ti permette di vivere il presente, pensieri che ti fanno rinnegare un passato sbagliato o semplicemente pensieri su un passato che poteva essere differente, che poteva riservarti un percorso diverso, che poteva non portarti in quel preciso istante dove perdi il controllo. E perdi tutto.
Ti capita di essere in bici, corri perché quella consegna può fruttarti un paio di euro in più, quel paio di euro che puoi guadagnare su un altro come te, che nello stesso momento corre in un’altra parte della città.
Quella consegna è troppo importante, adesso. Macchine che ti sfrecciano accanto, volti di persone indaffarate che corrono perché chi ha tempo non aspetti tempo. Pedali, respiri affannosamente, è vero che il tempo corre più veloce di te, ma la tua forza di volontà può batterlo, il tempo. Maledetto semaforo rosso. E’ una strada particolare, non c’è una vera e propria pista ciclabile, devi arrabattarti fra
un bus che ti suona perché stai occupando lo spazio riservato alla fermata, ed un’altra vettura il cui conducente parla freneticamente
al telefono, con una sola mano al volante.
E adesso c’è un tram – non ci voleva. Se c’era un modo per rallentarti ancora di più, ecco che ti si presenta davanti. Ma già alla
vista del tram, quella tua forza di volontà che ti contraddistingue aveva già elaborato una soluzione, tradotta dall’adrenalina che si diffonde in tutto il corpo, raggiunge i tuoi piedi e da lì passa direttamente sui pedali e il telaio della bici, che ora diventa un tutt’uno. Avevi già deciso di superarlo, quel tram.
Quella consegna è troppo importante. Superi il tram. Ma quella consegna resterà sospesa.
Magari sei nato in una città dove la maggiore fonte di guadagno proviene da un ammasso di ferri e funi, polveri ed altiforni, burocrazia ed ipocrisia, vortice continuo che produce morte lenta e costante. Per di più, vivi da sempre nel quartiere che si trova letteralmente a due passi dal tempio del Dio acciaio.
Una famiglia alle spalle, hai quasi raggiunto i trent’anni e vuoi provare a mettere da parte qualcosa per un futuro migliore. Nel frattempo, sopravvivi.
Lavori per una ditta in appalto, ed un giorno chiamano te perché serve da fare dei controlli, della normale manutenzione. Proprio lì, in quel tempio che sputa veleno. Esci di casa, solito rituale, magari un caffè ti aspetta al bar lì vicino. Scambi quattro chiacchiere con
alcuni pensionati.
Intanto nell’aria grigia delle polveri si insinua in maniera flebile quella freschezza blu del mare che è orgoglio della città. Raggiungi la
tua postazione, sei pronto per cominciare. Il rumore assordante accompagna la costanza dei tuoi movimenti. Sei concentrato, fai il tuo mestiere. Però capita che c’è una fune d’acciaio che pare non essersi accorta di te, giovane intento ad operazioni di routine.
Quella fune d’acciaio non guarda in faccia alle tue speranze raccolte e a quelle da portare a casa. Quella fune si stacca e ti colpisce alla schiena.
E succede che perdi tutto.

Il tempo dei momenti passati; il tempo degli attimi presenti; il tempo di respiri futuri che non saranno più.

Pezzo ispirato dalle notizie relative all’incidente che ha causato la perdita di una gamba ad un fattorino di “Just eat”, a Milano,  e alla perdita della vita di Angelo Raffaele Fuggiano, ultima vittima all’Ilva di Taranto.

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