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DOBBIAMO INVERTIRE LA CULTURA DELLA DECADENZA E MOBILITARCI PER UNA CULTURA DELL’UMANITÀ

Gli ultimi mesi del 2023 hanno inferto un colpo alla nostra speranza e ci hanno gettato in una sorta di tristezza mortale. L’escalation di violenza israeliana ha ucciso più di ventimila palestinesi fino ad oggi, spazzando via intere generazioni. Immagini e testimonianze raccapriccianti provenienti dalla Palestina hanno inondato tutti i mezzi di comunicazione, suscitando un profondo senso di angoscia e indignazione in ampi settori della popolazione mondiale. Allo stesso tempo, come sempre accade con i corsi e ricorsi della storia, questo dolore collettivo si è trasformato in forza collettiva. Centinaia di milioni di persone in tutto il mondo sono scese in piazza giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, per esprimere la loro veemente opposizione alla Nakba permanente di Israele contro i e le palestinesi. Le nuove generazioni in tutto il mondo sono state radicalizzate dalla lotta per l’emancipazione palestinese e contro l’ipocrisia del blocco NATO-G7. Ogni residua credibilità detenuta dalla retorica “umanitaria” occidentale è morta l’8 dicembre, quando il vice ambasciatore degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite, Robert Wood, ha alzato la sua mano solitaria nel Consiglio di Sicurezza per esprimere l’unico voto contro una risoluzione che chiedeva un cessate il fuoco a Gaza, usando il potere di veto degli Stati Uniti per bloccare la misura (questa è stata la terza volta, dal 7 ottobre, che gli Stati Uniti hanno bloccato una risoluzione che chiedeva un cessate il fuoco).

Intanto, a sud della Palestina, dal 30 novembre al 12 dicembre a Dubai (Emirati Arabi Uniti), gli Stati del mondo si sono riuniti per la 28esima Conferenza delle Parti (COP28) sui cambiamenti climatici. Gli incontri ufficiali sembravano essere presidiati da compagnie energetiche transnazionali, che si sono schierate al fianco delle ex potenze coloniali nel fare dichiarazioni solenni mentre si rifiutavano di impegnarsi a ridurre le emissioni di CO2 in eccesso. Nessuno degli accordi raggiunti a Dubai ha un potere vincolante; sono solo parametri di riferimento che i paesi non sono obbligati a raggiungere. “Non abbiamo voltato pagina sull’era dei combustibili fossili”, ha detto il segretario esecutivo delle Nazioni Unite per il cambiamento climatico Simon Stiell. La COP28, ha proseguito, “è l’inizio della fine”.

Dopo ventotto anni di mediocrità, sarebbe giusto chiedersi se Stiell si riferisse alla fine del mondo piuttosto che a quella dell’era dei combustibili fossili. La prima interpretazione è supportata dall’annuncio del Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres a luglio che “l’era del riscaldamento globale è finita. L’era dell’ebollizione globale è arrivata”. Nessuna protesta è stata possibile a Expo City Dubai, dove si è tenuta la COP28. Al termine della Conferenza, il centro ha dovuto essere svuotato in fretta e furia perché in questa cattedrale nel deserto doveva essere allestita la Winter City, dove Babbo Natale e le sue renne, in mezzo alla neve finta, invitano gli acquirenti natalizi a unirsi alle loro “vitali attività eco-missionarie”. Lontano da Dubai, i manifestanti mostrano cartelli con la scritta: “L’oceano si sta sollevando e anche noi”.

Queste proteste per la Palestina e per il pianeta bussano alla porta della civiltà moderna, che è immersa in un clima di decadenza. La banalità della disuguaglianza sociale e la normalizzazione della guerra smentiscono l’assunto per il quale la sofferenza e la morte di massa sarebbero insormontabili e accettabili. Non sono solo i leader politici a parlare con voce ferrea, ma anche quelli che producono elementi della nostra cultura, sia nell’industria dell’intrattenimento sia nel campo dell’istruzione. Concetti come libertà e giustizia sono trattati come astrazioni che possono essere sbandierate qua e là, mutilate da persone che fanno la guerra in loro nome. Nella politica, nell’intrattenimento, nell’istruzione e in altri settori della vita moderna, questi concetti sono presi dalla storia e trattati come prodotti, proprio come i beni prodotti da lavoratrici e lavoratori sono tolti dal loro contesto e trattati come merci. La libertà e la giustizia non sono astrazioni, ma idee e pratiche nate dalle lotte coraggiose di centinaia di milioni di persone nel corso della storia, persone comuni che si sono sacrificate per il bene delle generazioni future. Chi ci ha preceduto ha prodotto queste parole non per i libri di testo e i tribunali, ma perché noi continuassimo a perfezionare ed espandere il loro significato nelle nostre lotte e riuscissimo a trasformarle in realtà.

Protestiamo per dare un senso a questi concetti, libertà e giustizia, e restituirli alla loro autentica storia. Comprendiamo con grande gioia che l’umanità sarà redenta solo attraverso la prassi, quella che Karl Marx definì “l’attività libera e consapevole” che ci permette di creare e plasmare la realtà che ci circonda. Difendere le proprie convinzioni non significa solo cercare di cambiare una politica, che si tratti di fermare una guerra o di ridurre le disuguaglianze sociali; è rifiutare radicalmente la cultura della decadenza e affermare la cultura di un’umanità possibile. La prassi non si svolge come nobile attività dell’individuo, veglia solitaria condotta per ragioni morali astratte come l’uso astorico dei termini libertà e giustizia. La prassi può inaugurare una nuova cultura solo se avviene collettivamente, producendo, mentre avanza, un insieme gioioso di nuove relazioni e certezze.

Lo scopo di Tricontinental: Istituto per la Ricerca Sociale non è quello di essere l’archivista di una civiltà in decadenza, ma di essere parte della grande corrente dell’umanità che – attraverso la sua prassi – restituirà al mondo una speranza genuina. Il nostro istituto, che è stato lanciato nel marzo 2018, ha costruito un notevole corpus di lavoro, tra cui oltre settanta dossier mensili, senza mai mancare una scadenza. Il mese scorso, avete ricevuto il nostro settantunesimo dossier, La cultura come arma di lotta: il Medu Art Ensemble e la liberazione dell’Africa meridionale, che celebra e sottolinea la necessità di una produzione culturale radicata nella prassi. L’efficienza del gruppo di lavoro di Tricontinental: Institute for Social Research è notevole. Lavorano giorno e notte per portarvi il tipo di materiale che è assente dal nostro dialogo globale. L’anno prossimo abbiamo in programma di presentarvi dodici dossier sui seguenti argomenti:

1. Il nuovo stato d’animo nel Sud del mondo e l’agitazione dell’ordine globale, in collaborazione con Global South Insights.
2. Il Movimento Popolare per la Scienza in Karnataka, India.
3. Il Nepal e la Millennium Challenge Corporation, in collaborazione con la rivista Bampanth (‘La Sinistra’).
4. Quarant’anni del Movimento dei Lavoratori Senza Terra (MST) in Brasile.
5. Il Nord-Est asiatico e la Nuova Guerra Fredda, in collaborazione con l’ International Strategy Centre e No Cold War.
6. I e le congolesi lottano per controllare le proprie risorse, in collaborazione con il Centre Culturel Andrée Blouin.
7. Multipolarità e modelli di sviluppo latinoamericani.
8. La politica culturale del movimento Telangana.
9. Perché la destra avanza in America Latina.
10. Le lotte dei e delle senza terra in Tanzania, in collaborazione con il Movimento dei Lavoratori Agricoli (MVIWATA).
11. Corruzione aziendale transnazionale in Africa.
12. La situazione della classe operaia in America Latina.

I vostri contributi, sono come sempre, fondamentali.

Con affetto,
Vijay

*Traduzione della prima newsletter (2024) di Tricontinental: Institute for Social Research.

Come Potere al Popolo traduciamo la newsletter prodotta da Tricontinental: Institute for Social Research perché pensiamo affronti temi spesso dimenticati da media e organizzazioni nostrane e perché offre sempre un punto di vista interessante e inusuale per ciò che si legge solitamente in Italia. Questo non significa che le opinioni espresse rispecchino necessariamente le posizioni di Potere al Popolo. A volte accade, altre volte no. Ma crediamo sia comunque importante offrire un punto di vista che spesso manca nel panorama italiano.

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