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Intervento di Giorgio Cremaschi all’assemblea “E ora il popolo! Il piano B in Europa” – Parigi, 7/05/2019

Giorgio Cremaschi: “Non assumere una linea politica di rottura verso la UE significa rinunciare al cambiamento sociale e al socialismo”

Pubblichiamo l’intervento di Giorgio Cremaschi (portavoce nazionale di Potere al Popolo) all’assemblea “E ora il popolo! Il Piano B in Europa”, organizzata da Potere al Popolo Parigi, con la partecipazione e gli interventi di Jeanne Chevalier (candidata alle elezioni europee per La France insoumise), Manolis Kosadinos (candidato alle elezioni europee per Laiki Enotita – Unità Popolare Grecia), Alberto Arricruz (coordinatore di Podemos Parigi) e Mathilde Panot (deputata de La France insoumise per la Val-de-Marne).

Qui l’evento e il testo di discussione

Qui il video degli interventi e del dibattito:

Prima parte

Seconda Parte

***

Rompere con il tabù della UE per costruire l’alternativa ai liberali e ai reazionari

che hanno portato l’Europa alla crisi e all’ingiustizia sociale attuale

“Noi possiamo dire tranquillamente che i dirigenti sindacali tedeschi… che i dirigenti sindacali tedeschi e i socialdemocratici tedeschi sono i peggiori e più infami furfanti che abbiano vissuto al mondo…”. (Rosa Luxemburg, 1919)

 

Care compagne, cari compagni,

credo che questo nostro incontro abbia un significato importante. Come sapete le forze della sinistra liberale si sono inventate la dimensione europea come unica dimensione possibile dell’azione politica, tacciando di nazionalismo tutte quelle forze sociali e politiche progressiste che vorrebbero cambiare le cose cominciando dal proprio paese.

La dimensione europea è cosi diventata la dimensione dell’impotenza declinata a sinistra. Non si può cambiare se non lo si fa assieme in tutta Europa. Così un internazionalismo falso e deformato è diventato la copertura di ogni opportunismo. Così nel nome dell’Europa le sinistre ufficiali hanno accettato di far proprie le politiche di austerità che hanno massacrato in ogni paese il popolo ed il mondo del lavoro.

Come nel 1914 le socialdemocrazie approvarono la guerra rinunciando a tutti i propri principi, oggi le sinistre ufficiali europee approvano la guerra sociale liberista al popolo. Dicono no al nazionalismo, ma l’europeismo delle sinistre ufficiali è solo un nazionalismo più in grande.

Per questo è importante che ci troviamo tra noi, tra forze diverse per dimensione e anche per esperienza e storia – noi di Potere al Popolo siamo la più piccola e la più recente – che abbiamo in comune la ricerca di una via diversa da quella delle sinistre ufficiali. Per confrontarci e cominciare a costruire un percorso comune partendo dalla nostra situazione concreta. Per costruire un internazionalismo vero che non debba essere autorizzato dalla signora Merkel e dal potere che essa rappresenta. Voglio quindi di partire da un quadro riassuntivo della situazione italiana.

L’Italia è stato il paese con una delle più grandi sinistre del mondo occidentale ed ora è il paese con la sinistra più debole. Milioni di operai, disoccupati, poveri e sfruttati hanno deciso di abbandonare il campo politico/elettorale della sinistra per affidare le loro aspettative ai Cinque Stelle e alla Lega.

La ragione é solo una e va affermata in tutta la sua immediata brutalità: la sinistra ha tradito chi doveva rappresentare, ha abbandonato la sua storia e cultura, per scegliere le privatizzazioni, la priorità delle imprese, il profitto. Oggi se in una fabbrica o in una periferia ci si qualifica come sinistra ci si sente accusare di essere i colpevoli della libertà di licenziamento della legge che ha innalzato a 67 anni la pensione, delle privatizzazioni.

La vecchia destra reazionaria e fascista, che è una delle anime profonde del paese, ha sfruttato fino in fondo questo tradimento sociale della sinistra, trasformandolo in occasione di rivincita storica. Il ritorno di forze e valori reazionari, oggi principalmente interpretato dalla Lega di Salvini, non può essere affrontato da una sinistra che ha abbandonato il campo della eguaglianza sociale nel nome del libero mercato e della intoccabilità dei vincoli europei.

Se si resta in questo campo la destra continuerà a presentarsi come forza di popolo contro le élites.

Anche quando si accorderà con le élites per conservare il potere.

Anche la sinistra cosiddetta radicale, anche quando riscuoteva un certo consenso, non é stata in grado di contrastare, né tantomeno di costruire un’alternativa, alla deriva neoliberale del Partito Democratico e del centrosinistra. Occorre quindi una autocritica complessiva e una rottura aperta, pubblica, dichiarata su ciò che è stata la sinistra da noi negli ultimi decenni, autocritica che porti a programmi diverse, a diverse pratiche, a una diversa sfida e interlocuzione sociale sulla rappresentanza. Senza questa rottura non si riparte.

L’Unione Europea con i suoi trattati ed il suo sistema di poteri e regole è l’inevitabile avversario di ogni progetto di eguaglianza sociale e di ritorno al controllo dei poteri democratici e pubblici sul mercato e sulla finanza. I trattati europei sono stati costruiti su principi e vincoli liberisti che sono in totale contrasto con i principi e valori dello stato sociale, dei diritti del lavoro, delle costituzioni antifasciste, come ha ricordato nel 2013 la Banca JP Morgan a proposito dei paesi del sud Europa.

Le forze reazionarie, razziste non sono affatto una alternativa, seppure barbara, alla UE liberista ma una sua forma di adattamento alla crisi economica. L’Europa fortezza, nemica sia dei popoli del sud che della Russia e della Cina, può tranquillamente continuare le politiche liberiste mentre affonda le barche dei migranti e finanzia la guerra dei fascisti Ucraini.

Anche i governi più reazionari e xenofobi della UE, quelli di Austria e Ungheria, sono stati i più rigidi sul l’austerità di bilancio contro il governo italiano che pure si presentava come loro alleato. Ma anche l’alternativa di un fronte che vada da Macron a Tsipras, auspicato in Italia dal PD, non cambierebbe la sostanza di un sistema di potere UE che ha come scopo fondamentale il liberismo economico.

Da un lato una UE nemica dei migranti e dei poveri, dall’altro una UE più amica delle multinazionali e delle guerre NATO, entrambe con le stesse politiche economiche e sociali. E la stessa politica estera, il sostegno ai golpisti venezuelani e ad Israele, le guerre ipocrite per il petrolio spacciate per la democrazia, il riarmo nucleare.

Tra la destra clerico fascista e la sinistra neoliberale c’è una finta contrapposizione che bisogna combattere e rovesciare.

Questo è possibile solo mettendo in campo una alternativa fondata sulla rottura con i vincoli dei trattati UE, così come con quelli guerrafondai della NATO. Non esiste alcuna possibilità di costruire una alternativa di sinistra sociale e popolare stando dentro questi vincoli. Si può e si deve discutere sul come, ma non più se rompere o meno con i Trattati europei. Questa è una discriminante di fondo, averla ignorata sta portando al suicidio della sinistra.

Questa UE non è riformabile se non in peggio, l’unità dei popoli europei può avvenire solo su basi completamente diverse da quelle disegnate e imposte dai trattati liberisti della UE e fuori dalla NATO, dalle sue politiche di riarmo e guerra.

Non basta più enunciare i singoli provvedimenti che si rivendicano, le ingiustizie che si vogliono combattere. La sinistra popolare, socialista, comunista ha rotto con la sinistra borghese e liberale più di un secolo e mezzo fa nel nome della critica al capitalismo e della questione sociale. Gli ultimi trenta e più anni di dominio del capitalismo hanno invece distrutto in Europa grandi conquiste sociali e frantumato il mondo del lavoro, restaurando il sistema del più brutale sfruttamento ed estendendo tale sfruttamento devastante dalle persone alla natura.

L’Unione Europea ha espulso il socialismo in tutte le sue forme dalla propria dimensione politica. Con questa restaurazione capitalista si è imposta l’ideologia liberale come unico orizzonte possibile della umanità. Per cui anche le persone sfruttate hanno finito per rassegnarsi, o perfino colpevolizzarsi della, loro condizione.

“Non ci sono alternative” è il motto autoritario che oggi distrugge la democrazia riducendola ad una competizione tra élites che hanno gli stessi programmi economici. In questo contesto il “riformismo”, inteso come pura sottomissione ai vincoli del sistema dominante, è diventato l’ideologia ufficiale della sinistra europea e della maggioranza delle direzioni sindacali. Eppure mai come oggi è chiaro come anche i piccoli cambiamenti richiedano rotture di sistema.

Ogni volta che un movimento o una lotta arrivano a conseguire risultati, il sistema reagisce o isolando quegli stessi risultati, o travolgendoli con la forza della propria immodificabilità. Le singole rivendicazioni e lotte non possono fare meno di proporre un’altra società, ove un potere pubblico, democratico e sociale controlli e sottometta mercato e profitto, riavviando la marcia verso il superamento del capitalismo, verso il socialismo.

Bisogna avere il coraggio di proporre un’alternativa di società alle persone oppresse e sfruttate, istigate e imbrigliate da un scetticismo secondo cui questo é il mondo e tu non ci puoi fare niente. La sinistra è stata capace di cambiare il mondo proprio perché non ha avuto paura di affermare la propria intenzione di ribaltarlo. Se invece educa alla rassegnazione, all’adattamento, al meno peggio, la sinistra si rivela inutile e per questo scompare.

Questa è la lezione che viene dall’Italia, il paese nel quale un lungo processo di devastazione sociale ha prodotto una delle più terribili involuzioni politiche d’Europa.

Tutto il mondo neoliberale sul quale è stata edificata l’Unione Europea si va oggi esaurendo.

Confusamente e contraddittoriamente il vecchio mondo muore, ma quello nuovo fatica a sorgere ed è in questo chiaroscuro, come scriveva Gramsci, che nascono i mostri. Il conflitto politico tra liberali e reazionari, al quale è stata ridotta l’Europa dalle sue classi dirigenti e dai tradimenti delle sinistre ufficiali, diventa così un elemento di paralisi politica del continente.

L’eccesso di liberismo del centro sinistra liberale crea le paure sulle quali avanza la destra reazionaria e neofascista. Poi la paura ed il richiamo degli orrori della destra europea, fanno di nuovo avanzare i liberali. È l’alternanza delle paure, vince quella percepita al momento come più grave. Ma tutto resto compresso nell’assenza di reali alternative.

Fino a che il conflitto europeo fondamentale sarà tra un fronte liberale – nel quale viene assorbita la sinistra ufficiale e che sostiene liberismo e mercato come basi della democrazia – ed un fronte reazionario – che unisce destre conservatrici e fasciste e che coniuga liberismo e autoritarismo – l’Europa sarà un continente bloccato nel passato. Dove due diversi ipocriti patriottismi, quello europeista e quello nazionalista, concorreranno allo stesso dominio sociale.

Oggi non assumere una linea politica di rottura verso la UE per una forza di sinistra significa rinunciare al cambiamento sociale, rinunciare anche alla prospettiva del socialismo. Questo è il punto politico di fondo. E questa rinuncia non riguarda solo i grandi obiettivi di cambiamento, ma anche quelli più semplici ed immediati. La vuole l’Europa é la frase standard con la quale si impongono le rinunce e la rassegnazione agli oppressi, le grandi opere devastanti, le politiche di rigore di bilancio e di rapina della ricchezza dal basso verso l’alto.

Care compagne care compagni,

l’Europa è un continente e nella sua forma attuale è così da centinaia di migliaia di anni. Nessuno può pensare di dividerlo. Ma la UE è una costruzione politica che data nella sua forma attuale dal 1992. E come tutte le costruzioni politiche umane può essere messa in discussione dai popoli. Così come i popoli misero in discussione nel 1848 la costruzione europea di allora, la Santa Alleanza di re imperatori e principi. Oggi bisogna rompere il tabù della UE per riconquistare la libertà di pensiero, la libertà di osare, la possibilità di ricominciare a vincere.

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