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Uno sguardo all’altra sponda del Mediterraneo: Che cosa ci insegna l’hirak algerino?

L’hirak algerino – così come viene chiamato il movimento sociale esploso il 22 febbraio 2019 – è ormai entrato nella sedicesima settimana di protesta contro l’intero sistema politico e per la giustizia sociale. I giornali mainstream italiani stentano ancora a fornire un’analisi approfondita di cosa sta succedendo realmente nell’ex colonia francese; tanti nutrono dubbi: ci troviamo di fronte a un movimento che sarà veramente capace di capitalizzare, a livello politico-istituzionale, il potenziale espresso nelle piazze oppure il regime politico-militare non rinuncerà, come successo in Egitto e in altri paesi delle “primavere arabe”, alla forza armata per difendere i propri interessi?

 

Dopo quattro mesi di continue proteste sociali, il movimento algerino ci offre degli insegnamenti sui quali vale la pena soffermarsi. Si tratta di elementi che caratterizzano il movimento e che dimostrano, allo stesso tempo, una continuità delle rivolte arabe esplose nel 2011 e un’accelerazione dei processi di apprendimento e di maturazione politica collettiva in questa fase storica.[1]

 

Origine e carattere dell’hirak algerino

In generale, il movimento algerino esprime un’aspirazione alla libertà e alla giustizia sociale di fronte a un regime corrotto e despotico che monopolizza il potere da decenni. Se nelle prime manifestazioni si chiedeva l’annullamento delle elezioni di aprile e la partenza del presidente in carica Abdelaziz Bouteflika, dopo solo poche settimane lo slogan è evoluto, radicalizzando le rivendicazioni: il movimento non chiedeva più semplicemente la partenza di Bouteflika, bensì quella di tutti i rappresentanti del sistema politico dominante e quindi un cambiamento radicale (“système dégage!”), compreso chi si è rivelato la vera testa dell’apparato di potere dell’Algeria, cioè il capo di stato maggiore e colonnello dell’esercito Ahmed Gaïd Salah. Rivendicare la giustizia sociale significa quindi riappropriarsi il tempo politico in quanto popolo che partecipa attivamente alla vita politica e sociale: non è possibile definire i ritmi della transizione democratica seguendo le scadenze elettorali imposte dal regime. Il rifiuto delle elezioni presidenziali in aprile e a luglio si iscrive proprio in questa logica rivendicativa.

 

Il movimento algerino culmina in questa fase di forte conflitto politico e sociale dopo una serie di mutamenti sociali e culturali che sono maturati soprattutto nei due decenni 1980-2000. Si tratta in primo luogo di un rallentamento della crescita demografica legata all’abbassamento della fecondità: se nel 1990 la fecondità era ancora di 4.5 figli per donna, nel 2000 questo tasso è sceso a 2.4. Nel primo decennio del nuovo millennio la fecondità è risalita a 3 figli per donna – crescita legata ai molteplici programmi sociali post decennio nero (1988-1999) che hanno pacificato l’Algeria e migliorato l’accesso a servizi di base come educazione, casa, lavoro – per poi ricadere, dopo l’esaurimento dei programmi sociali, a 2.5 figli nel 2017 e a 2.2 nel 2019[2]. Questo dato statistico esprime le difficoltà che i giovani incontrano nell’Algeria contemporanea a metter su famiglia, ma anche una forma di secolarizzazione e di emancipazione dalle tradizioni familiari.

 

Un altro elemento chiave per capire le dinamiche sociali che hanno prodotto un malcontento sociale è l’emigrazione. Nel 2000, l’Algeria è stato il quindicesimo paese al mondo con il maggior numero di migranti, stimato a oltre 2 milioni di persone, ovvero il 6,8% della popolazione del paese. Tra il 2000 e il 2013, 840.000 algerini hanno lasciato il paese, portando a 1.770.000 il numero degli emigrati algerini. Nel 2017, i numeri sono aumentati ulteriormente, posizionando gli algerini tra le prime cinque nazionalità emigrate in Europa dopo la Siria, il Marocco, la Nigeria e l’Iraq. L’82% degli emigrati algerini vive in Francia[3].

 

Ma durante il ventennio del Bouteflikismo (1999-2019) è anche aumentato l’accesso all’insegnamento superiore (da 400.000 studenti nel 1999 a 1.5 milioni nel 2016[4]), dei programmi di alfabetizzazione sono stati introdotti e le reti informatiche sono state sviluppate, in modo da garantire un “accesso al mondo” e l’utilizzo sempre più frequente dei social media  per tutta una generazione. Proprio quest’ultimi sono uno strumento che permette di dialogare tra vari parti del mondo, di prendere posizione a livello politico, scappando ai controlli delle autorità. Già durante le “primavere arabe” i cellulari si sono trasformati in vere e proprie armi efficaci per documentare e testimoniare, in diretta, quello che stava succedendo nelle piazze[5]. Tutto questo ha quindi prodotto delle dinamiche politico-sociali che hanno dato una spinta al movimento algerino attuale, cioè un senso di appartenenza generazionale e geografico, il riconoscimento collettivo delle stesse condizioni materiali (vivere da disoccupati nelle metropoli senza prospettiva futura e sotto un regime autoritario). Con più possibilità di accedere a informazioni e conoscenze e con l’insegnamento delle esperienze dei movimenti delle “primavere arabe”, sono cresciute anche le aspettative sociali, economiche, politiche, un senso di dignità personale e la volontà di agire di fronte all’ingiustizia.

 

Dal lato strettamente economico, l’Algeria negli ultimi 30 anni ha conosciuto dei mutamenti che hanno scatenato dinamiche sociali non indifferenti. Infatti, la caduta del prezzo del petrolio a metà degli anni 1980 e la contemporanea crisi politica dovuta all’ascesa delle forze islamiche e alla guerra civile hanno prodotto un disordine economico che ha costretto il governo a ricorrere a degli aiuti finanziari stranieri, in particolare dal Fondo monetario internazionale (FMI). Di conseguenza, le misure di ristrutturazione dell’economia, fino a quel momento ancora maggiormente controllata dallo stato, hanno aperto la strada a liberalizzazioni e privatizzazioni, con delle conseguenze per i rapporti sociali di classe: la precarizzazione della classe lavoratrice, l’erosione della base economica della classe media composta in primo luogo da funzionari pubblici e quindi un loro impoverimento, lo sviluppo di monopoli attorno ai clan legati all’apparato di potere. Per dirla in parole povere: la società di classe algerina si è accentuata. In più, l’orientamento unilaterale verso il settore degli idrocarburi ha frenato lo sviluppo economico[6]. Dopo una lieve ripresa durante i primi anni 2000, la crisi del 2015 con il crollo dei prezzi del petrolio ha portato a termine un graduale esaurimento del modello di rendita e ha aumentato la disoccupazione a circa 1.5 milioni di persone[7], arrivando a dei picchi del 30% tra i giovani tra i 16 e 24 anni. Con il crescere della precarietà e della disoccupazione è cresciuta anche la disillusione in riguardo alle possibilità future, soprattutto in una società composta al 60% da persone sotto i 35 anni. Ed è proprio su questa disillusione che basa l’esplosione del movimento algerino.

 

Quindi sono in primo luogo i giovani a riempire le piazza oggi. Ma un’altra componente importante del movimento algerino è quella femminile. Le contraddizioni materiali della loro esistenza – una crescente partecipazione al mondo del lavoro e allo stesso tempo un più elevato tasso di disoccupazione in confronto a quello maschile (19.5% vs. 11.3% nel 2018), il codice di famiglia introdotto nel 1984 che relega le donne a mere appendici delle loro famiglie e dei loro mariti – sono le prime ragioni per le quali le donne si stanno riprendendo lo spazio pubblico, partecipando a pieno titolo ad eventi, dibattiti, creazioni artistiche etc. Le loro rivendicazioni contro il patriarcato e contro tutte le forme di discriminazione sono visibili e portate da tutto il movimento, anche se la violenza dominante (arresti mirati di donne durante le manifestazioni e controlli vessanti e intimidatori) e il conservatorismo del potere (“non è il momento di parlare delle rivendicazioni delle donne, prima bisogna risolvere la crisi politica del paese” è stata una frase sentita da tanti esponenti politici e dell’esercito) cercano di relegarle in secondo piano.

 

Il movimento si caratterizza inoltre da un’aspirazione a occupare e liberare gli spazi dell’azione politica, cioè lo spazio pubblico. Dopo il decennio nero e dopo vent’anni di Bouteflikismo che hanno prodotto passività e marginalità, liberare la parola e la cultura rappresenta un momento di emancipazione[8]. Tutto questo rivela il desiderio del popolo che scende in strada di ritrovare un legame di solidarietà sociale, unico strumento per difendersi contro la dominazione dell’intero apparato di potere. Se prima dell’esplosione delle manifestazioni di massa gli “spazi di solidarietà” erano le partite di calcio negli stadi, l’hirak a prodotto nuovi spazi accessibili a tutti. Gli ultras hanno colto questo spazio di partecipazione per portare i loro canti e i loro riti nelle piazze e nei luoghi d’incontro[9]. Con l’appropriazione delle piazze e delle strade da parte del popolo questo legame di solidarietà si è però generalizzato.

 

Qual è la posta in gioco?

Il movimento algerino è il prodotto di quello che si può definire un “processo rivoluzionario di lunga durata”[10] iniziato nel 2011 nell’intera regione nordafricana e nel Medio Oriente. Le cause dell’esplosione del movimento sono molteplici, ma possono essere riassunte in una combinazione di un regime corrotto e autoritario e il blocco dello sviluppo socio-economico, combinazione che ha creato problemi sociali sistemici, tra cui una magistratura al servizio del regime, l’oppressione e la discriminazione delle donne e un enorme disoccupazione giovanile.

 

Dopo le importanti vittorie da parte dell’hirak algerino nelle ultime settimane (le dimissioni di Bouteflika, l’annullamento delle elezioni previste in aprile e a luglio) – vittorie maturate sempre grazie alla determinazione politica e alla non violenza del movimento –, la principale questione politica in gioco in questo momento è se il regime autoritario perdurerà o se si aprirà una reale possibilità per un vero cambiamento democratico.[11]

 

Se da una parte il potere continuerà a optare per delle elezioni nell’ambito della attuale costituzione o, al massimo, e ad apportare delle riforme sociali che però rimangono irrilevanti, si troverà inevitabilmente di fronte a un continuo rifiuto del cambiamento proposto. Se invece la repressione aumenterà, ci saranno solo due possibili risultati: una rivoluzione democratica o una dittatura militare. E il conflitto e quindi la repressione stanno aumentando, soprattutto dopo la morte dell’attivista per i diritti umani mozabita Kamal Eddine Fekhar dopo 50 giorni di sciopero della fame il 28 maggio in un carcere di Ghardaia, nel sud del paese e la conseguente intensificazione delle proteste di piazza.

 

Dall’altra parte, le piazze rimangono determinate, rifiutando l’intero sistema politico e rivendicando riforme radicali. In questo modo aumenta settimana dopo settimana la pressione sul governo militare. Ma con le vittorie ottenute, il contesto nel quale lo scontro sociale ha luogo si sviluppa velocemente e conoscerà presto mutamenti importanti.

 

[1]     Un’analisi sociologica e storia dei movimenti nel mondo arabo la forniscono i due ricercatori Nadia Leïla Aïssaoui e Ziad Majed qui: https://www.mediapart.fr/journal/international/310519/monde-arabe-des-revolutions-qui-se-suivent-et-ne-se-ressemblent-pas?onglet=full

[2]     https://www.huffpostmaghreb.com/2015/07/25/taux-de-natalite-en-algerie-plus-de-un-million-de-naissance-par-an_n_7870766.html

[3]     https://www.huffpostmaghreb.com/2014/09/20/algerie-immigration-annee_n_5854048.html e https://www.lemonde.fr/afrique/article/2017/12/06/l-emigration-algerienne-repart-a-la-hausse_5225432_3212.html

[4]     https://www.lemonde.fr/afrique/article/2017/12/06/l-enseignement-superieur-en-algerie-un-defi-constant_5225663_3212.html

[5]     Su questo aspetto della documentazione dei movimenti della “primavera araba”, si veda il dibattito sull’accelerazione della comunicazione e sulle nuove forme d’archiviazione legate ai social media: http://www.mucem.org/programme/exposition-et-temps-forts/instant-tunisien-les-archives-de-la-revolution

[6]     https://www.cairn.info/revue-politique-etrangere-2009-2-page-323.htm

[7]     https://www.huffpostmaghreb.com/entry/chomage-en-algerie-un-taux-de-117-en-septembre-2018_mg_5c602058e4b0eec79b245b35

[8]     Le parole degli attivisti di Révolte Arts della città Tizi Ouzou: https://www.youtube.com/watch?v=R9SjhObk1x8

[9]     Mickaël Correia, En Algérie, les stades contre le pouvoir, maggio 2019.

[10]   https://alencontre.org/afrique/algerie/le-long-printemps-arabe-et-la-place-actuelle-des-soulevements-en-algerie-et-au-soudan.html

[11]   https://www.contretemps.eu/algerie-point-non-retour/#_ftnref4

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