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ExCanapificio: contributo alle riflessioni

Questo documento vuole essere uno spunto di riflessione sulla fase che ci restituisce una visione della sua complessità attraverso il dato elettorale. Lo indirizziamo perciò soprattutto ai compagni che, con diversi ruoli e speranze, hanno animato Potere al Popolo provando ad attraversare le elezioni con questa lista.

Ci interessa spenderci sulle elezioni, ma soprattutto sul processo dove queste si vanno ad incuneare. Non le abbiamo mai intese come il punto cruciale della trasformazione sociale, e sappiamo di condividere con molti di voi quest’impostazione. Ci interessa, quindi, ragionare sul dato delle elezioni come proiezione del conflitto di classe, che si cristallizza saltuariamente nelle percentuali. Queste però sono un dato statico, e mancano di un fattore fondamentale per prevederne l’evoluzione: la decisione e la strategia che metteremo in piedi per rispondere all’offensiva del capitalismo che si fa sempre più aggressiva, sempre più profonda nell’essere umano e nelle sue relazioni.

A questo giro vincono i 5 stelle e la Lega nella sua versione nazionale e nazionalista; il PD raccoglie quel poco e niente che ha seminato in questi anni, e la società intera si dialettizza così con la sua rappresentanza politica, creando le condizioni per il peggioramento ulteriore della situazione. Ci sono alcuni temi che, più di altri, hanno caratterizzato la campagna elettorale e il suo risultato. Ci interessa soffermarci su due in particolare, che sono tra loro intimamente connessi: l’immigrazione e il reddito di cittadinanza.

Per quanto concerne l’immigrazione, ha pesato moltissimo l’ambiguità crescente del PD sull’argomento. La cornice legislativa è tutt’oggi la Bossi-Fini, nonostante dal 2002 si siano succeduti anche Governi tecnici e di centro-sinistra. L’impianto della Bossi-Fini ha creato una cornice normativa secondo la quale l’immigrazione andava governata attraverso le parole d’ordine frontiere chiuse ed espulsioni. Il fallimento di questa politica è stato palese. Ciononostante, il PD ne ha reiterato la sostanza prorogandone lo spirito securitario (vedi Decreto Minniti, eliminazione del secondo grado di giudizio nei ricorsi inerenti il rilascio della protezione internazionale ecc.) affiancandolo con segnali di umanità (vedi salvataggi in mare) che hanno dunque modificato alcune tonalità del quadro senza forzarne la cornice complessiva. Una volta che il razzismo istituzionale diventa il Verbo ed alimenta quello sociale, gli italiani scelgono il vero Messia e non un falso profeta.

Il terreno fertile del dilagare del razzismo è da ricercarsi nella crisi economica profonda, strutturale, ancora in pieno svolgimento, che ci porta a riflettere sull’evoluzione del capitalismo in questo Paese ed oltre.

La grande capacità di mobilitazione sociale del capitalismo, generatasi soprattutto attraverso il ruolo dello Stato a partire dal secolo scorso, ha prodotto una maggiore penetrazione in senso estensivo del rapporto di capitale, di cui uno dei segnali più evidenti è la differenza sempre più netta tra il lavoro autonomo e quello salariato, ma anche una sua maggiore intensificazione e profondità nell’essere umano e nelle sue attività. Una lettura errata che viene da questo processo induce a credere che la battaglia sul valore si possa di fatto considerare archiviata, nel momento in cui il valore socialmente prodotto diventa immisurabile, in virtù della crescente affermazione del lavoro immateriale e della sostituzione del lavoro materiale con le macchine. Perciò la questione da affrontare sarebbe ormai di natura squisitamente politica: chi è giusto che abbia il potere in una società del genere?

Dal nostro punto di vista occorre invece sottolineare innanzitutto come queste siano ancora solo delle tendenze e non delle realtà già totalmente riscontrabili ovunque. La stagione di lotte localizzabile laddove il lavoro di fabbrica inizia adesso a svilupparsi e ramificarsi, specie in Oriente, lo testimonia. D’altra parte, riteniamo di essere in una fase in cui, tutt’altro che tramontata, la lotta per il valore abbia ancora una sua enorme centralità. La grande capacità di mobilitazione, l’altissimo livello raggiunto dalla socializzazione e dal coordinamento della produzione fanno sì che ormai il valore estratto oltre quello mediamente sufficiente alla produzione e riproduzione del lavoratore, derivi sempre meno dal singolo lavoratore e dal singolo segmento della produzione, per cedere terreno alla complessiva potenza produttiva da intendersi come agglomerato coordinato e complesso del capitale costante, dei mezzi di produzione. L’incidenza del contesto, degli strumenti, degli agenti che intervengono in ogni singola produzione è ormai diventata preponderante nel processo di valorizzazione, e segna la grande diversità che si pone tra qualcosa prodotta in una parte del mondo rispetto ad un’altra. In Ghana per produrre un valore x sarà necessario un determinato tempo di lavoro, ad es. 6 ore; in Germania, grazie ad una spropositata differenza della potenza degli agenti della produzione che intervengono in modo diretto o indiretto nei singoli segmenti, ci vorrà qualche minuto per produrre lo stesso valore x che in Ghana richiede le 6 ore.

Perciò, anche in questo caso, la pretesa libertà ed uguaglianza del liberismo e del capitalismo affermata mediante lo scambio di valori equivalenti, si dissolve di fronte al fatto che i minuti di qualcuno valgono le ore di qualcun altro: lo scambio quindi è in realtà diseguale, con tutte le conseguenze che ne derivano a catena tra cui, necessariamente, l’impoverimento ed una massiccia emigrazione.  

Il discorso sarebbe davvero ampio, tanto da rischiare di farci deviare eccessivamente dalla traiettoria di questo documento, per cui proviamo a focalizzarci sugli aspetti dell’analisi della fase che più ci aiutano in questa specifica riflessione.

La nostra esperienza a contatto coi migranti e rifugiati, ma anche con i lavoratori autoctoni, ci sta insegnando diverse cose: quando il lavoro perde la sua sicurezza, quando spopola il lavoro “nero” per un periodo determinato se non “a giornata”, quel che si realizza è l’astrazione della capacità di produzione di valore (e plusvalore) che può andare a realizzarsi un giorno in una forma di lavoro concreto e l’indomani in un’altra. L’esempio a noi più vicino è quello delle rotonde dove gli immigrati vanno per trovare lavoro, ogni tipo di lavoro, a giornata. Perciò il rapporto di capitale penetra la società anche dal punto di vista intensivo: l’alienazione non va ad aumentare solo laddove il complesso di macchine rende sempre più marginale la figura del lavoratore, laddove il “lavoro morto” acquista centralità rispetto a quello “vivo”, ma anche nella produzione più precaria e marginale, lontana dai centri di produzione più tecnologici. Lavoro nero, sfruttamento intensivo e crisi economica generano una sovrapposizione tra la forza lavorativa impiegata nei processi più marginali e scadenti della produzione e l’esercito di riserva. La precarizzazione del lavoro sgretola a mano a mano anche gli argini tra contrattualizzati e non: il risultato è un livellamento verso il basso delle generali condizioni lavorative; tra l’incudine dell’esercito di riserva e il martello dello   sfruttamento, tanto nei luoghi centrali della produzione che in quelli periferici, l’essere umano si va ovunque prematuramente logorando.

Questi elementi non caratterizzato solo le forme più attuali di capitalismo. Oggi però siamo di fronte ad una enorme platea di persone che nemmeno indirettamente, come comparse inconsapevoli, riescono ad inserirsi nei circuiti produttivi del capitale. Sono esseri umani sprecati, che nemmeno le prestazioni sociali riescono a recuperare, considerando anche la drasticità dei tagli in ogni ramo di questo settore. Che ciò accada nelle periferie più degradate, in alcuni campi nomadi, oppure che affondi un barcone con 600 persone nel Mediterraneo, o che migliaia di persone non riescano nemmeno a superare la Libia, poco importa. Il confine tra la vita ed un’esistenza votata alla morte è sempre più labile. Se la crisi che stiamo vivendo è di sovrapproduzione, a quale altro fine sono destinate quelle merci materiali e immateriali che non realizzano il proprio valore, se non la distruzione? E che fine potrà mai fare parte di quella merce così particolare il cui specifico valore d’uso è la creazione di ulteriore valore?

Se nei decenni precedenti, in Italia e non solo, permaneva una certa differenza tra chi lavorava in modo regolare, chi lo faceva “a nero” e chi era disoccupato, oggi queste categorie vanno sempre più mescolandosi tra loro. Da qui la centralità del tema del reddito o, per usare una formula secondo noi più esaustiva, del salario reale, includendo in questa definizione, oltre l’eventuale salario nominale, tutti gli strumenti attraverso ai quali è possibile arrivare alla soddisfazione dei propri bisogni più svariati, materiali o spirituali che siano.

Se chi oggi lavora domani non sa cosa farà; se i contratti perdono sempre più la propria veste ipocrita di due libere volontà che si incontrano sul mercato del lavoro per scambiare due valori equivalenti (salario – forza lavoro), rivelandosi come cristallizzazioni dell’abuso del più forte, l’arma per difendersi è la conquista di salario reale nelle sue forme più disparate, che vincolino meno il lavoratore alla costrizione e alla pressione delle necessità. E qui arriviamo alla delicata questione del reddito di cittadinanza. Ci sembrano davvero ridicoli i commenti di chi critica il massiccio voto ai 5 Stelle riconducendolo ad una diffusa ignoranza e alla tendenza all’improduttività. La gente ha votato in massa i 5 Stelle, soprattutto al Sud, perché loro hanno dato una risposta a questo problema. Una risposta dal nostro punto di vista insufficiente, discriminatoria, ma pur sempre una risposta.  Lungi dall’elogiare l’ozio inteso come astensione dall’attività umana necessaria alla produzione e riproduzione della società, dell’uomo e della natura, non ci scandalizza invece che la possibilità di vivere dignitosamente possa non essere agganciata al lavoro nel rapporto di capitale, specie nelle sue tante forme salariate.

Il terreno della vittoria della Lega e dei 5 Stelle è questo, a nostro avviso. Dalla prima arriva una risposta che tende ad eliminare chi è percepito come un concorrente nel mercato del lavoro e nella fruizione delle prestazioni assistenziali; dai secondi arriva una proposta più articolata che però ricalca la discriminazione tra le povertà (e la frammentazione di classe) avanzata dalla Lega, escludendo di fatto la stragrande maggioranza degli immigrati dalla fruizione del RdC.

Ad ogni modo, l’esito della campagna elettorale ci pone dinanzi ad una deriva razzista!

Una situazione difficile, complessa e completamente diversa rispetto al passato. Il governo ed il parlamento si spostano sostanzialmente a destra: il Pd quasi sicuramente sarà all’opposizione sulla maggior parte dei provvedimenti, dove invece potrebbe tessersi un’alleanza tra Lega e M5S su provvedimenti “responsabili e storici” di grande impatto quali immigrazione/sicurezza, tagli/spreco, reddito/povertà, tasse/sviluppo per le imprese, Europa, in modo da mantenere saldo il legame con l’elettorato. Importante sarà anche la contrattazione sulla flat tax, vera rivoluzione reazionaria in questo Paese: una mina contro il principio costituzionale della capacità contributiva e della progressività. Il M5S vuole essere il partito grazie al quale si potrà governare aldilà degli schieramenti, su questioni emergenti. Il Presidente Mattarella potrebbe appoggiare questa mediazione, oppure generare un Governo il cui punto di equilibrio potrebbe essere una figura tecnica: in entrambi i casi si cercherà di formare un Governo che possa presentarsi sullo scenario internazionale. Comunque vada, si prospettano tempi nei quali il nostro agire sociale e politico verrà continuamente messo in discussione. Tutti gli assi delle vertenze esistenti in Italia subiranno un contraccolpo dovuto a spinte e propulsioni razziste sia nella società che tra i rappresentanti istituzionali.

LA LENTE PER SCRUTARE LE COSE: LA LOTTA – VERTENZA

Abbiamo una nostra idea sulle elezioni in generale, ma prima vorremmo brevemente spiegare l’impostazione che vi sta alla base e che rappresenta la struttura ossea della nostra attuale militanza complessiva: quella della lotta-vertenza. In questi anni abbiamo costruito il Movimento dei Migranti e Rifugiati con alcune convinzioni:

  • La battaglia antirazzista non è una questione di diritti civili, ma una questione di classe.
  • Il razzismo più pericoloso non è quello “di strada”, per quanto possa risultare odioso, bensì quello istituzionale, che pone le condizioni per una frammentazione di classe e per la discriminazione sul terreno socio-economico. I fatti ci stanno dando ragione, considerando il peso che ha avuto il razzismo di Stato in questi ultimi anni;
  • La conquista del Permesso di Soggiorno è un elemento di lotta di classe;
  • Non si può praticare reale antirazzismo senza rendere i migranti e rifugiati veri protagonisti del loro percorso di emancipazione.

Dal 2003 ad oggi, attraverso la lotta, siamo riusciti a strappare circa 10.000 permessi di soggiorno. Dopo aver ascoltato centinaia di storie, abbiamo individuato la chiave di svolta nella conquista del documento, attraverso il quale l’immigrato singolo può migliorare le proprie condizioni di vita (affitto di casa, contratto di lavoro, denunce di sfruttamento lavorativo ecc.), ma al tempo stesso lintera classe può accrescere il proprio potere contrattuale. Perciò, a seguito dell’inchiesta realizzata attraverso i nostri sportelli, abbiamo seguito due processi che viaggiano in parallelo: da un lato lo studio della problematica e l’articolazione di una proposta risolutiva tecnica, fattibile, bilanciata alle forze messe in campo; dall’altro abbiamo lavorato alla costruzioni di grandi mobilitazioni, durate anche più giorni, tra Caserta, Napoli, Castel Volturno e Roma. La proposta senza pressione di piazza resta un ragionamento. La pressione di piazza che non supporta una proposta concreta è un’azione “di bandiera”, una testimonianza che non migliora di un centimetro le condizioni reali di chi ha partecipato: è addirittura diseducativa per i proletari che vi prendono parte perché, se la coscienza è un processo materiale, questa suggerirebbe che la lotta non produce risultati e non cambia le cose.

Perciò il nostro Movimento ha adottato una regola interna chiara e precisa, mutuata dall’esperienza del Movimento dei disoccupati napoletani: la raccolta delle presenze alle manifestazioni. La lotta è una scelta, se vogliamo anche una scommessa. C’è chi preferirà stare a casa, andare a lavorare, cercare scorciatoie come la corruzione, scegliere la rassegnazione contornata da alcolismo e quant’altro. E c’è chi invece ci proverà, farà un sacrificio per stare in piazza. Se si produrrà un risultato, sarà grazie a chi fa questa seconda scelta: perciò è giusto che costui ne benefici.

In questo modo i movimenti sociali restituiscono anche alle persone più sfruttate, più alienate, più soggiogate, la possibilità della scelta sulla propria vita: la lotta-vertenza si fa pedagogia della partecipazione. Se una lotta produce un risultato, questa parlerà più forte, da sola, di qualsiasi evangelizzazione ideologica che possiamo rivolgere a quel proletario che ha partecipato, ma soprattutto a quello che non ha partecipato: quest’ultimo vedrà che chi ha lottato ha migliorato, anche se di poco, la propria condizione materiale, e alla prossima manifestazione verrà messo di fronte ad una rinnovata scelta: lottare o rinunciare?

Quest’impostazione, qui sintetizzata in gocce, è ciò che abbiamo definito lotta-vertenza, che ha un’altra caratteristica fondamentale e conseguenziale: fare vertenza vuol dire contrattare, interloquire, con la consapevolezza che rivendicando il 100%, potrai strappare una percentuale proporzionale alle forze messe in campo e alla fattibilità tecnica e politica della tua proposta.

NEI CONFRONTI DELLE ELEZIONI

Nella nostra storia, oltre 15 anni fa, decidemmo di sostenere dall’interno il PRC (anche partecipando a vario titolo alle campagne elettorali) perché ritenevamo che questo potesse diventare un veicolo per costruire un progetto di opposizione sociale. Il ruolo centrale svolto in particolare dai GC a Genova 2001 ci diede fiducia in tal senso. Da quando questo grande progetto di opposizione sociale, grande e diffusa, purtroppo non esiste più, è venuto meno il presupposto essenziale che ci spinse all’epoca a sostenere il Prc, ed è nata la fase delle nostre “lotte-vertenze”; da quest’ultimo punto di vista, rifuggendo da ogni logica dogmatica, non esiste una posizione ontologicamente e metastoricamente corretta circa il comportamento da tenere in vista di una tornata elettorale, bensì il tutto va fatto discendere da una corretta analisi del contesto sociale al momento del voto. Detto in altri termini, la società non ha nella politica istituzionale l’unica forma di veste del potere e tale politica istituzionale, al più, rappresenta un pezzo del potere e pertanto delle possibilità specifiche di cambiamento. La posizione da tenere nei confronti delle elezioni è pertanto di chiave tattica e non strategica.

Guardando le elezioni nell’ottica vertenziale e non ideologica, possiamo ragionare in questo modo: qual è il modo più efficace per attraversare queste elezioni ed, eventualmente, fare o predisporre un passo avanti nelle nostre lotte–vertenze? In che modo i soggetti reali che animano queste lotte riuscirebbero a conquistare dei risultati? Questioni non semplici: a volte ci siamo astenuti, altre abbiamo votato, per lo più secondo coscienza, come quest’ultima volta. Spesso abbiamo incontrato pubblicamente i candidati per “sfidarli” sulle questioni che ci premono (ed anche stavolta è andata così): cosa ne viene fuori? Promesse fluttuanti? Impegni improbabili? Dipende anche da noi. Nessuno ha la velleità di credere che il Pd, i 5 Stelle o addirittura Forza Italia in piena autonomia ascoltino, elaborino e approvino misure interessanti da noi sollecitate con questa modalità. Ma poniamo così le basi perché, sotto la spinta della lotta-vertenza, lo facciano.  

L’ESPERIENZA DI POTERE AL POPOLO

Come Centro Sociale “Ex Canapificio”, non abbiamo aderito alla Lista “Potere al popolo”, né abbiamo sposato la sua campagna elettorale. Conosciamo l’esperienza dell’Ex OPG, promotore della Lista, e la sua generosità; ne abbiamo anche discusso con i compagni, ma qualcosa non ci ha convinto fin dall’inizio.

La nostra perplessità non è dovuta solo a questioni “tecniche”, come lo scarso tempo a disposizione per affrontare dignitosamente la campagna elettorale, e quindi la complessità nel raggiungere l’obiettivo utile del 3%. E’ pur vero che, se si decide di fare una lista, anche queste cose sono importanti, e non solo tecnicamente. Candidarsi equivale a contarsi, a misurarsi scientificamente. Perciò ci sembra che i circa 370.000 voti, cioè circa l’1%, che ha ottenuto PaP siano una risposta eloquente e severa a tanti interrogativi e ragionamenti.

Chi pensa che da ciò possiamo trarne qualche forma di soddisfazione si sbaglia di grosso, così come non abbiamo fatto salti di gioia ai continui tracolli di Rifondazione anche dopo esserne usciti, e così come non siamo contenti della disfatta di LeU e finanche del PD. Perché, seppur in modo diverso, questi partiti rappresentano in ogni caso un orientamento, una visione sociale propria dell’elettorato. Magari poco consapevole, magari poco articolato, ma pur sempre un orientamento. Perciò non sono solo PaP, il PD, LeU ed altre minuscole forze che hanno clamorosamente perso. Le elezioni ci consegnano un contesto dove la grande sconfitta è la nostra classe di riferimento e la sua prospettiva di emancipazione.

PaP poteva essere la risposta, anche embrionale, ad una fase che in modo così critico si avviava alle elezioni? Secondo noi no.

Tra le motivazioni più speranzose di chi ci proponeva l’adesione a PaP c’era la “teoria del vuoto” che si sarebbe aperto a sinistra dal punto di vista della rappresentanza. Dal nostro punto di vista, questo vuoto si è aperto nella società. Se la gente di sinistra, a partire dal Nord, ha iniziato a votare la Lega, non dipende solo dai “cattivi rappresentanti” di sinistra e centro-sinistra, ma soprattutto dal fatto che la sinistra, con la sua prospettiva anticapitalista, non anima, coordina, stimola e sfida la società alla lotta per il valore. Non promuove percorsi dove il razzismo possa essere contraddetto dall’esperienza concreta di un miglioramento delle proprie condizioni materiali ottenute anche grazie alla presenza degli immigrati nella lotta, non dice più alle persone che la risposta ai loro disagi parte da loro stessi e dall’organizzazione che possiamo costruire insieme per strappare risultati concreti. Nel caso specifico, è quanto, nel nostro piccolo, abbiamo iniziato a costruire a Caserta, chiamando questo percorso inclusione sociale bilaterale: attraverso la combinazione degli sportelli, abbiamo attivato percorsi di lotta dove immigrati e autoctoni sono protagonisti accomunati da bisogni che condividono. La diffidenza, il razzismo, la percezione del fattore concorrenziale vengono qui smorzati dalla lotta comune, che sia per una riqualificazione di un rione popolare o per strappare forme di maggiore progressività nella riscossione dei tributi locali. Una Lista non è la risposta, anche se parte da percorsi reali. Anche se si prefigge di andare oltre. La lista potrebbe essere una tattica da valutare, al più, a seconda delle lotte-vertenze in campo. Ma qui sono proprio queste che mancano. Attenzione: non parliamo semplicemente di lotte. Non parliamo di manifestazioni, di sfilate in piazza, di contestazioni a De Luca o a chicchessia coi sacchetti dell’immondizia ecc. Parliamo di lotte per il valore che, nella sua accezione estesa, diventano per noi lotte-vertenze per il salario reale. Questo è il grande vuoto. Perciò, a nostro avviso, in questa tornata elettorale  –e stando così le cose, anche nelle prossime– l’azione dei compagni non sarebbe dovuta rivolgersi tanto alla possibilità di dare rappresentanza alla sinistra frammentata, disorientata, inefficace, quanto invece avviare un lentissimo e faticosissimo processo per ricomporla e unirla rendendola più efficace, più capace di intervenire laddove possono aprirsi contraddizioni, laddove chi porta avanti una lotta può arrivare a godere di un miglioramento tangibile nella sua esistenza quotidiana.  

Purtroppo oggi non vediamo una situazione feconda dove le lotte sociali traboccano così tanto da rendersi necessaria una rappresentanza politica che faccia “da sponda” e ne velocizzi e amplifichi il processo. Il contesto che vediamo intorno ci parla di forme di mutualismo, di lotte ambientali sparse per il Paese, di determinazione nel combattere il fascismo che avanza, ma anche dove queste lotte ci sono, poco hanno a che fare con l’aspetto vertenziale e quindi, la maggior parte delle volte, sono inefficaci.

Un’altra motivazione che ci era stata proposta per aderire a PaP era la possibilità di approfittare del maggiore spazio mediatico per portare un messaggio diverso e più convincente. Anche da questo punto di vista, il numero dei voti parla chiaro: qualcuno in più avrà anche sentito gli interventi generosi di Viola, ma praticamente nessuno si è convinto. PaP l’ha votato chi ci crede, l’hanno votata i militanti, le persone che sono state intercettate dalle poche lotte esistenti, gli scarsi simpatizzanti di Rifondazione.

LA PROSPETTIVA DI PaP E NON SOLO…

Più interessante e feconda è l’ultima motivazione importante sulla quale abbiamo ragionato insieme ai compagni che ci proponevano l’adesione a PaP. Il radicamento, l’intreccio di rapporti, la reciproca conoscenza dei territori, la creazione di assemblee territoriali. Questo ci sembra il dato da cui ripartire, ma da sé non basta.

Dal nostro punto di vista, senza una prospettiva vertenziale, non si va da nessuna parte. Ciò significa abbandonare –per il momento, poi si vedrà– la prospettiva elettorale e dedicarsi a ben altro. Forse, per aspetti tattici e vertenziali, sarebbe anche cosa utile cambiare il nome di quest’organizzazione, se non è ritenuta cosa fondamentale.  Facciamo l’esempio che più ci è vicino.

In Italia da qualche mese è entrato in vigore il Reddito di Inclusione (REI), la prima misura strutturale contro la povertà. Gli importi della carta REI sono eccessivamente bassi, la platea dei beneficiari è stata individuata tra le famiglie che vivono nella soglia di povertà, e nemmeno tutte riusciranno ad accedervi. Tutto ciò senza contare i requisiti restrittivi anche per i migranti, che possono accedervi solo se in possesso di un Permesso di Soggiorno di lungo periodo, oppure di una protezione internazionale o sussidiaria. Eppure per altri tipi di prestazioni assistenziali, i possessori di un PdS per Motivi umanitari sono stati successivamente inclusi a seguito di ricorsi. Insomma, questo è un Reddito di esclusione.  Una prima risposta alla necessità di salario reale nel paese, ma comunque pallida e insufficiente da tanti punti di vista, tant’è vero che l’elettorato non si è lasciato convincere da questa misura che si è andata concretizzando a ridosso della competizione elettorale.

Tutto ciò senza contare che l’accesso al REI non prevede solo l’erogazione della relativa Carta Acquisti, ma anche una presa in carico effettuata

  1. Dai Centri per l’Impiego, qualora la difficoltà della famiglia dovesse essere riconducibile unicamente alla mancanza di lavoro. In tal caso la famiglia viene avviata al patto di Servizio previsto dal D.L. 150 del 2015, che fino ad oggi ha riscosso risultati inconsistenti;
  2. Dai Servizi Sociali, qualora la situazione di povertà della famiglia dovesse ricondursi ad una complessità maggiore. In tal caso, un’equipe multidisciplinare dovrebbe stendere, insieme alla famiglia, un Progetto Personalizzato per il superamento della povertà, che dovrebbe essere seguito e monitorato.

Se la Carta REI ha non è sufficiente, questo percorso di presa in carico è una vera e propria presa in giro, soprattutto laddove i Servizi Sociali sono allo sfascio più che in altri territori.

Molte persone sono state raggiunte dall’informazione dell’esistenza del Rei attraverso giornali e telegiornali, social network ecc. L’informazione che è passata però spesso è stata frammentaria e inesatta, data la complessità dell’argomento. Immaginiamo il proletario x che vive una situazione di difficoltà: se va alla Caritas (con il rispetto dovuto a chi in questa organizzazione si prodiga con sincerità), magari gli verrà dato il pacco alimentare o gli si pagherà una bolletta. Se va al sindacato, si avvierà un processo che passerà necessariamente per un tesseramento, che spesso è il fine ultimo di questa nascente relazione. Se va ad un CAF, gli verrà detto: questo si può fare e questo no.  Da molte parti potrà trovare poca competenza: è lampante il caso del Comune di Benevento dove, su circa 800 domande REI presentate finora, solo 100 sono risultate compilate correttamente dai CAF locali.

Perché dunque quel proletario dovrebbero rivolgersi a noi? Perché siamo gli unici a potergli dire questo si può fare, questo invece non si può fare, per ora. Ma se ci organizziamo insieme, possiamo provare a percorrere una strada per rendere possibile ciò che adesso è impossibile. Possiamo aiutarlo a compilare correttamente la domanda, rispondendo così ad una sua richiesta, e al tempo stesso sfidarlo chiedendogli noi qualcosa: la partecipazione alla lotta. E margini per lottare, e vincere, qui ce ne sono.

Il Governo ormai passato ha stanziato 212 milioni di euro da ripartire tra le Regioni e destinate alle necessità delle prese in carico, più altri 20 milioni di euro che ogni anno serviranno a fronteggiare le situazioni di estrema povertà e dei senza fissa dimora.

Il REI rappresenta un’occasione importante per lanciare una vertenza che può seguire un doppio binario.

  1. I Comuni: il REI offre strumenti, anche finanziari, alle Politiche Sociali dei Comuni per presentare progetti volti ad effettuare le prese in carico. E’ chiaro che, senza una vertenza organizzata, soprattutto nei territori dove le Politiche Sociali sono completamente inefficaci, tutto questo discorso resterà irrealizzato e questi fondi perpetueranno la prassi delle Politiche Sociali come bagaglio di consenso elettorale. A Caserta abbiamo aperto uno sportello che si occupa di dare informazioni e, laddove possibile, aprire vertenze su varie forme di salario reale (ticket mensa, contributo fitti, Lavori di pubblica utilità, agevolazioni tributarie ecc.). Finora sono arrivate da noi quasi 300 famiglie, parte delle quali ha dato vita ad un Comitato di Disoccupati e Precari impegnato in queste vertenze. Stiamo mettendo a punto una banca dati che ci consenta di individuare i vari bisogni per tipologia ed entità numerica, in modo da capire quale potrebbe essere la strada vertenziale da percorrere a livello comunale. Una traccia di lavoro per noi sarà la questione abitativa, dal momento che per ora abbiamo individuato circa 50 famiglie che vivono sotto varie forme quest’emergenza. Ciò significa che, dal nostro punto di vista, dovremmo cercare di indirizzare l’operato e i fondi dell’Ufficio Rei di Caserta, alla risoluzione di questo problema.
  2. Le Regioni: queste hanno la possibilità, con fondi propri, di estendere la platea dei beneficiari e di aumentare l’importo della Carta REI.

Questo può essere dunque il momento, aldilà della specificità delle situazioni locali, di aprire una serie di vertenze a carattere regionale per l’estensione del REI. Nel 2015/2016 lanciammo con una rete molto ampia una proposta di introduzione di un Reddito Minimo Garantito in Regione Campania, raccogliendo oltre 13000 firme e presentando la proposta in Regione, dove da allora resta dormiente nella Commissione Bilancio, soprattutto a causa dell’intervenuta inerzia del Comitato Promotore.

Rispetto ad allora, la cornice normativa è cambiata: non parliamo più di creare qualcosa dal nulla, bensì del miglioramento di qualcosa che già c’è, e che ha già la tendenza all’estensione: infatti alcuni cambiamenti sono già intervenuti nella normativa nazionale attraverso la legge di Bilancio 2018:

  • L’importo della carta REI è già stato aumentato del 10% per le famiglie da 5 componenti in su;
  • Tra i requisiti familiari, è possibile far presentare la domanda ai 55enni che a qualunque titolo si trovino in stato di disoccupazione e, secondo il nostro punto di vista, anche agli inoccupati;
  • Dal 01/07/18 i requisiti familiari (presenza nel nucleo familiare di un figlio minore o disabile anche se maggiorenne, di una donna incinta o di un disoccupato over 55) non verranno più considerati: bisognerà possedere dunque sono i requisiti “economici” desumibili per lo più dall’ISEE.

E’ perciò auspicabile un percorso unitario tra realtà che abbiano contatti con i soggetti reali che rischiano di restare fuori dal REI o, comunque, di entrarci e di percepire poco e niente come contributo economico. Pensiamo che sia il momento buono per moltiplicare gli Sportelli REI, fare un’inchiesta sulle problematiche e i bisogni, per poi coinvolgere chi ne è portatore in una lotta-vertenza con la Regione tesa all’apertura di un tavolo che possa vagliare forme di estensione tanto della platea dei beneficiari del REI quanto dell’importo del beneficio economico.

Questo ragionamento che abbiamo iniziato a fare al nostro interno arriva anche ad un punto in cui si è più o meno chiuso un ciclo di lotta del Movimento dei migranti e rifugiati, rivolto alla conquista del permesso di soggiorno. Se questo, qualche anno fa, era condizione necessaria e sufficiente per un automatico miglioramento delle condizioni materiali del migrante, che continuava il suo viaggio lasciando Castel Volturno e approdando al nord dove veniva contrattualizzato, adesso non basta più. Anche per il nostro Movimento si apre la necessità di avviare un ciclo di vertenze sul salario reale.

C’è un altro punto fondamentale che vorremmo toccare, a partire da Macerata. Purtroppo non siamo riusciti ad andare all’assemblea di movimento lanciata qualche settimana fa, ma abbiamo partecipato, come tanti di voi, al corteo, indubbiamente riuscito. Però l’antifascismo non può certamente restare una testimonianza, seppure bella come quella. Il fascismo mette radici nelle crisi economiche, quando le condizioni materiali delle persone peggiorano visibilmente, e quando la classe si spacca nei suoi vari segmenti. Perciò la lotta-vertenza Rei per noi rappresenta anche l’opportunità concreta di costruire un reale fronte antifascista: un percorso che non sia “di bandiera” ma reale, che metta cioè i proletari immigrati e autoctoni fianco a fianco, per strappare insieme migliori condizioni per chi sceglie di lottare. Strappare risultati concreti che cambino, anche se di poco, le condizioni materiali dei proletari, è la forma migliore per combattere l’avanzata di fascismo e razzismo. Va dunque impostata una proposta concreta, tecnica e fattibile; va sostenuta e presentata alle Regioni con intelligenza e soprattutto va sostenuta da una forza di piazza importante e variegata.   

Perciò chiudiamo questo documento con due proposte concrete:

  1. Programmare oggi stesso un nuovo incontro nazionale di autoformazione e di condivisione di esperienze dedicate al Reddito di inclusione e alle possibili strade vertenziali da aprire insieme a una Rete di sportelli. Usiamo un canale qualsiasi della tecnologia per condividere materiali, spunti. Il fatto che il RdC sia tra i punti centrali del programma dei 5 Stelle rappresenta uno spunto molto interessante: questa forza tra quelle che saranno al Governo ci sembra la più feconda di contraddizioni. Una vertenza sul REI potrebbe anche trasformarsi in una lotta più generale sull’impostazione del RdC che, a quanto pare, non risulta tra i provvedimenti immediati da realizzare, anche nell’agenda dei 5 Stelle.  
  2. Sulla questione immigrazione: anche da questo punto di vista, i 5 Stelle sono un terreno di contraddizioni su cui lavorare. Oltre la chiusura agli immigrati per il RdC, dal loro programma emergono spunti che dialetticamente, con una lotta-vertenza, potrebbero portare a ragionare anche sulla costituzioni di canali di ingresso regolari: uno dei punti cruciali per il superamento della Bossi-Fini. Per intervenire sulla questione, abbiamo già degli strumenti. Da un lato c’è la campagna ERO STRANIERO, promossa dai Radicali ed altre sigle importanti, che recepisce di fatto molte delle riflessioni e della nostra impostazione maturata in questi anni. La sentiamo come una proposta anche nostra, ed arriverà in Parlamento a seguito della campagna che ha raccolto in 6 mesi circa 90.000 firme oltre all’adesione di 150 Sindaci. Dall’altro c’è il Forum Per Cambiare l’Ordine delle Cose: promosso dal regista Andrea Segre, è un contenitore che rappresenta un Movimento di Opinione che però sta riuscendo ad intercettare e mettere insieme diverse sensibilità legati a territori diversi. Inoltre, anche su questo punto, proponiamo di organizzare una giornata di autoformazione raccogliendo le esperienze sul tema da parte dei territori che vi lavorano, per cercare di costruire un percorso condiviso che possa realizzare lotte-vertenze efficaci.

Oggi ci saranno persone sensibili che però nulla finora hanno letto su questi argomenti; altri che invece hanno già interventi aperti sulle questioni qui citate; altri che provengono da lotte ambientali o da altri “settori” completamente diversi. Meglio così. Perché quando i compagni guadagnano una legittimità sul proprio territorio su una questione, sono già punto di riferimento, e possono diventarlo anche per altro o rafforzarsi su quella problematica.

Ci potrà essere il timore “tecnicista”: non siamo avvocati, non siamo studiosi delle leggi, non siamo “esperti”. Però siamo compagni e compagne, e quanto possiamo riuscire a proporre, articolare e costruire noi, non può farlo nessun altro. Nessuno può avere lo stesso disinteresse, generosità, e soprattutto la stessa prospettiva di trasformazione della società. Laddove altri vedono vincoli, noi scorgiamo possibilità. Laddove altri vedono rigidità, noi vediamo dialettica. Laddove altri si rassegnano davanti le porte chiuse, noi cerchiamo arnesi per forzare le serrature accumulando e coniugando studio, competenza, esperienza e pratiche di lotta. Tra false soluzioni, improbabili e semplicistiche scorciatoie o passiva accettazione dello stato di cose, siamo gli unici che possono riuscirci.

 

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