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[CIVITAVECCHIA] COMBUSTIBILI FOSSILI. DAL PHASE OUT DAL CARBONE AI NUOVI IMPIANTI A GAS

Da qualche mese a questa parte tutti i ragionamenti, le linee strategiche, le analisi ed i progetti che ruotano attorno al piano energetico nazionale si collegano inevitabilmente al così detto Phase Out dal carbone fissato ufficialmente per la fine del 2025. In questo scenario, l’abbandono del carbone come combustibile fossile utilizzato per la produzione di energia elettrica costituisce sicuramente una svolta importante per l’intero sistema industriale del nostro Paese. Lo è purtroppo dal punto di vista occupazionale, con il drastico ridimensionamento del personale già previsto in alcuni siti, ma lo è soprattutto dal punto di vista ambientale e sociosanitario. In questo scenario è sempre bene ricordare che in Italia, contro l’utilizzo di questo ingombrante combustibile fossile, si sono mobilitati per anni decine di comitati, movimenti, associazioni, coordinamenti di medici e cittadini. In particolare, a Brindisi e Civitavecchia, i movimenti che si sono strenuamente opposti all’uso del carbone hanno prodotto negli anni una mole incredibile di studi, approfondimenti, documenti, analisi e comunicati che rappresentano oggi, seppur non esista un vero e proprio archivio storico di questa battaglia, un autentico pozzo di informazioni e spunti utilissimi anche all’interno dei nuovi scenari del conflitto contro i cambiamenti climatici. Grazie a queste preziose testimonianze siamo in grado oggi di avere un quadro della situazione più chiaro e soprattutto possiamo leggere meglio molti dei processi di trasformazione in corso in questi mesi. L’obiettivo di questo resoconto è dunque quello di provare a capire in che modo l’Italia sta avviando la sua uscita dal carbone e soprattutto quali siano i paradossi e le contraddizioni che questa specifica gestione del Phase Out sta già cominciando a generare su alcuni territori con particolare attenzione per la situazione vissuta a Civitavecchia. Cominciamo quindi a sottolineare che con l’abbandono del carbone verranno meno circa 8 GW di capacità installata attualmente distribuita su otto impianti nazionali: tra questi, appartengono ad Enel gli impianti di Cerano (Brindisi), TVN – CivitavecchiaSulcisFusina (Venezia), La Spezia e Bastardo (Perugia). Gli altri impianti sono invece di proprietà delle società Ep Produzione e A2A. Per quanto riguarda le sei centrali Enel attualmente alimentate a carbone sono quattro gli impianti per la cui conversione a metà maggio di quest’anno è stata richiesta l’autorizzazione al Ministero dell’Ambiente. Si tratta nello specifico delle centrali termoelettriche di La Spezia, Fusina, Civitavecchia e Brindisi. Ad annunciarlo, parlando del processo di phase out dal carbone davanti alla Commissione Attività produttive della Camera, è stato direttamente il direttore di Enel Italia Carlo Tamburi.[1] Poche settimane prima della dichiarazione di Tamburi e più precisamente il 19 marzo,  il ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro Luigi Di Maio e il ministro dell’Ambiente Sergio Costa avevano presentato il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima 2030 con il quale si mette insieme in un unico documento, quali punti strategici, la decarbonizzazione, l’efficienza e la sicurezza del mercato energetico interno. Rispetto a questi piani e di fronte all’esigenza di agire rapidamente garantendo la sicurezza del sistema, Enel si è detta disponibile a procedere con la sostituzione degli impianti a carbone specificando tuttavia che tale transizione non potrà avvenire solo attraverso l’uso delle rinnovabili, ma anche e soprattutto con l’utilizzo del gas. Si tratta dunque di una strategia del tutto insufficiente dal punto di vista ambientale e che porta con se ripercussioni gravi anche dal punto di vista occupazionale e sociale.

L’egemonia del fossile.

Nei piani di Enel l’addio al carbone è di fatto un dato acquisito. Nei progetti della multinazionale il Phase Out dovrà perciò avvenire in tempi certi e con un percorso autorizzativo rapido e senza intoppi. Queste sono le condizioni poste da Enel in ogni sede e durante ogni tavolo di confronto sul tema. Ed è proprio per questo che, senza esitazione, la multinazionale ha già formalmente avviato l’iter di permitting per nuova capacità a gas in parziale sostituzione della capacità a carbone oggetto di phase out. In questo scenario, già lo scorso 17 aprile si cominciava a capire quali fossero le mosse delle società coinvolte e del gestore della rete. In questo incontro presieduto dal sottosegretario Davide Crippa, con la partecipazione dei tecnici del Mise e al quale hanno preso parte anche il ministero dell’Ambiente e i proprietari degli impianti, Terna – che è il gestore della rete elettrica nazionale – ha illustrato le attività necessarie ad assicurare la chiusura delle centrali a carbone entro il 2025 garantendo al contempo la stabilità e la sicurezza del sistema elettrico nazionale.[2] “Dopo il primo tavolo sul phase out – ha spiegato Crippa al Fatto Quotidiano – stiamo lavorando insieme alle società coinvolte, compresa Enel, per definire tecnicamente una proposta di road map che sarà condivisa con tutti i soggetti interessati, secondo un calendario e un format che stiamo finalizzando in questi giorni”.[3] Gli attori in campo dunque confermano tutti che l’uscita dal carbone entro il 2025 non è in discussione. Quello che appare evidente però, soprattutto dopo aver esaminato attentamente le prime mosse di Enel, è che la volontà di tutti i soggetti interessati sia in realtà quella di far passare questa epocale transizione solo ed esclusivamente attraverso la creazione di nuovi impianti a gas a ciclo aperto (OCGT) e senza escludere la possibilità di realizzare impianti gas a ciclo combinato (CCGT). L’argomento utilizzato a sostegno di questa linea è sempre lo stesso, da mesi: garantire l’affidabilità del sistema attraverso compensazioni che ad oggi non possono essere garantite solo dalle fonti rinnovabili. Il ricorso all’utilizzo di un nuovo combustibile fossile apre però due scenari indiscutibilmente interconnessi tra loro. L’idea di trasformare l’Italia in un vero e proprio Hub del gas porta con sé il fardello di ripercussioni sia dal punto di vista ambientale, sia da quello occupazionale.

Questione occupazionale. Il gas, gli elettrici e l’indotto di TVN

Nonostante non ci siano ancora cantieri operativi o quantomeno visibili agli occhi di un comune cittadino, la trasformazione della centrale TVN di Civitavecchia pare essere già cominciata sul fronte della riduzione dell’organico. Una metamorfosi che Civitavecchia ha già conosciuto ai tempi della riconversione di TVS e che comportò la perdita di decine di posti di lavoro in centrale e nel suo indotto. Nel luglio scorso infatti, senza alcun preavviso, Enel ed i sindacati della categoria elettrici Cgil, Cisl e Uil hanno chiuso il confronto nazionale sul nuovo assetto organizzativo della Generazione elettrica, certificando l’annunciato ridimensionamento del personale di TVN. Si tratta, come denunciato più volte dal sindacato di categoria USB, di un taglio importante di circa il 25% dell’organico, da realizzare nel triennio 2019-2021 mediante 31 pensionamenti e 58 esuberi da ricollocare nelle diverse società del Gruppo e con l’eliminazione nell’anno in corso di ben 4 linee di turno. Nello stesso accordo viene anche confermata l’introduzione di una polivalenza delle mansioni tanto esasperata quanto pericolosa che si attuerà sia in senso orizzontale che verticale, nonché l’obbligo alla mobilità nazionale per far fronte alle esigenze di altri impianti produttivi. Oltre alla perdita di posti di lavoro dunque, il piano di Enel, che spiana la strada alla nuova centrale a Gas, sta avendo conseguenze anche in termini di sicurezza sul lavoro. Tutto questo avviene naturalmente in un contesto dove la riduzione delle manutenzioni e il funzionamento a intermittenza degli impianti sta già producendo problemi tecnici e gestionali sempre più seri. La categoria dei lavoratori elettrici però non è la sola a subire i colpi durissimi di questi piani Enel. A mostrarsi in tutta la sua fragilità infatti è oggi soprattutto l’indotto della centrale ed in particolare il comparto metalmeccanico che, a causa dei ripetuti ridimensionamenti o annullamenti delle gare d’appalto a TVN, sta conoscendo innumerevoli procedure di cassaintegrazione e licenziamento. A giugno la Armeni WPA di Civitavecchia ha aperto la procedura di licenziamento per 8 operai. All’inizio di agosto, grazie soprattutto alla determinazione della FIOM e alla mobilitazione di tutto l’indotto, la ditta Armeni ritira i licenziamenti. Neanche il tempo di gioire per la revoca di queste procedure, che subito si apre un’altra vertenza occupazionale. La ditta Mcp infatti, sempre ad agosto, ha deciso di avviare un’altra procedura di licenziamento per 21 operai tra i quali coibentatori, manutentori, verniciatori, edili e ponteggiatori. Tutto questo su un organico totale di 71 dipendenti di cui 60 operai e 11 impiegati. A conti fatti, numeri alla mano, il primo paragrafo della storia della nuova centrale a gas a Civitavecchia sta significando, tra le altre cose, anche la perdita di decine e decine di posti di lavoro e questo sia tra le maestranze degli elettrici operativi a TVN sia nel già disastrato indotto delle centrali. In questo scenario così difficile e complesso le prime ed importanti proposte per uscire dall’angolo si sono sviluppate tutte all’interno di quel proficuo e rinnovato confronto tra lavoratori portuali e metalmeccanici. In particolare, oltre al rifiuto dell’opzione gas, ci è sembra particolarmente interessante la proposta di riutilizzare i 300 milioni che Enel aveva inserito in una vecchia convenzione al fine di avviare i lavori per la realizzazione della darsena grandi masse e del bacino di carenaggio. Opere queste che, da sole, contribuirebbero non solo a rilanciare le attività portuali, ma anche e soprattutto a riassorbire in uno scenario completamente diverso da quello delle centrali, gran parte del settore metalmeccanico locale. Ad ogni modo, quello di Civitavecchia ci sembra configurarsi come uno dei casi più emblematici del progetto gas in quanto, non solo con questo combustibile non si eliminerebbero del tutto le emissioni, ma si avrebbero, come abbiamo appena avuto modo di dimostrare, gravi ripercussioni anche dal punto di vista occupazionale.

Riesame dell’AIA, l’ultimo colpo di coda del carbone

Il percorso di decarbonizzazione delle centrali italiane segna quindi il 31 dicembre 2025 come data ultima per la cessazione di ogni attività. Si tratta, almeno da questo punto di vista, di una svolta molto positiva per tutti quei territori soffocati da anni di emissioni massicce di co2. Quali sono tuttavia le condizioni in cui queste centrali opereranno fino a quella fatidica data? Cosa potrà accadere in questo lasso di tempo? Come e con quali autorizzazioni si arriverà a bruciare l’ultima tonnellata di carbone in Italia? Per rispondere a queste domande, ancora una volta, il caso di Civitavecchia ci sembra piuttosto emblematico. Proprio per questo, nonostante nel 2018 si sia registrata una significativa riduzione delle ore di funzionamento e delle tonnellate di carbone utilizzate a TVN, la situazione in termini di tutela ambientale non sembra affatto migliorata. Giovedì 11 luglio infatti, durante la conferenza dei servizi convocata per il riesame dell’AIA di TVN, l’Enel ha raggiunto un’altra clamorosa vittoria. In questa sede, proprio all’inizio dei lavori, il gruppo istruttore di cui fa parte anche l’Area Metropolitana di Roma ha prima accolto gli emendamenti proposti dal Comune di Civitavecchia e dalle associazioni ambientaliste presenti in quella sede salvo poi, davanti alle osservazioni di Enel, ripensarci e cancellarle tutte in un attimo. Davvero singolare inoltre la condotta posta in essere dalla Regione Lazio che ha espresso parere positivo “alla compatibilità dell’impianto al quadro ambientale riscontrabile dagli strumenti di pianificazione regionale ed alle relative misure individuate” nonostante il vigente Piano di Risanamento della Qualità dell’Aria della stessa regione individui tra i “provvedimenti per la riduzione delle emissioni di impianti di combustione ad uso industriale” l’utilizzo di combustibili con tenore di zolfo non superiore al 0,3%. Un parere, quello della Regione Lazio, in palese contraddizione con il voto espresso all’unanimità dal proprio Consiglio Regionale attraverso la mozione n. 60/2014 che impegnava il governatore Zingaretti e la sua giunta ad attuare tutte le azioni possibili per garantire il rispetto di quanto prescritto dalle Norme Tecniche di Attuazione del Piano di Qualità dell’Aria. In buona sostanza, con la Regione Lazio che contraddice se stessa, con il placet della romanocentrica Città Metropolitana e grazie anche all’assenza ingiustificabile dei rappresentanti della ASL RM4, Enel ha raggiunto una vittoria schiacciante su tutti i fronti. Una vittoria grazie alla quale la centrale TVN potrà funzionare 7500 ore all’anno, continuare a bruciare 4.500.000 t/a di carbone che, come appena accennato, in deroga al Piano di Qualità dell’aria della Regione Lazio, avrà un tenore di zolfo tra il 0,7% e 1%. In pratica gli ultimi colpi di coda del carbone a Civitavecchia saranno disciplinati da un’autorizzazione che non tiene conto di nessuna delle richieste fatte in questi anni dai medici e dalle associazioni ambientaliste e che, soprattutto, asseconderà esclusivamente gli interessi economici di Enel. Eppure, di fronte a questo ennesimo schiaffone alla salute e alla dignità della città di Civitavecchia qualcosa si sarebbe potuto fare già a luglio. Infatti, durante l’ultima conferenza dei servizi, i rappresentanti del Comune di Civitavecchia, pur avendo fatto propri i pareri della precedente amministrazione grazie ai quali il Gruppo Istruttore aveva inizialmente accettato di introdurre i limiti al consumo di carbone e al tenore di zolfo, non ha poi apposto le prescrizioni previste agli articoli ex 216 e 217 del R.D. n.1265/1934. Allo stato attuale delle cose quindi, nonostante il Comune di Civitavecchia abbia presentato formale ricorso alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, TVN potrà continuare ad operare a pieno regime alle stesse pessime condizioni certificate dall’AIA del 2013.

Dal carbone al gas  

Oggi l’idea di realizzare nuova capacità alimentata a gas sembra assolutamente scontata e, soprattutto, dopo la presentazione dell’indagine conoscitiva sulle prospettive di attuazione e adeguamento della Strategia Energetica Nazionale al Piano Nazionale Energia e Clima 2030, appare addirittura imminente. Fino a pochi mesi fa tuttavia gli scenari non apparivano così certi e, soprattutto, non si aveva nessun certezza rispetto alla decarbonizzazione. Infatti, nonostante il Piano Strategico 2019-2021 presentato da Enel nel novembre 2018, ponesse al centro della sua policy ingenti investimenti per lo sviluppo delle rinnovabili, in questi mesi le mosse dell’azienda lasciavano intendere che l’obiettivo dell’uscita dal carbone entro il 2025 non fosse così certo. In particolare, lo scorso febbraio, Enel si era addirittura opposta con un ricorso al Tar del Lazio, alla richiesta del Ministero dell’Ambiente di comunicare il piano per la cessazione entro il 31 dicembre 2025 dell’utilizzo del carbone nella produzione elettrica come previsto dalla Strategia Energetica Nazionale del 2017. Ufficialmente la motivazione dell’opposizione da parte della multinazionale era il mancato passaggio formale dell’atto al ministero dello Sviluppo Economico, in realtà, con questa iniziativa, si tentava di posticipare di molto i processi aziendali ed autorizzativi necessari all’uscita del carbone dalle 6 centrali Enel che ancora oggi usano questo combustibile sul territorio nazionale. A questi atti va aggiunto poi il piano di riorganizzazione della stessa TVN con la quale l’Enel programmava una riduzione dell’organico di 97 unità entro il 2021 da attuarsi attraverso ricollocazioni del personale e blocco del turn over. Un piano che probabilmente era già in linea con il vero progetto che Enel aveva intenzione di attuare negli impianti a carbone e che cercheremo di descrivere successivamente. Dopo la presentazione del ricorso al TAR del Lazio, lo scorso maggio, dichiarazioni e atti formali da parte di ENEL cambiarono completamente lo scenario. In primo luogo l’azienda ritirò il ricorso al TAR. Subito dopo, il 15 maggio scorso, la Commissione Attività produttive della Camera ha svolto l’audizione dei rappresentanti di Enel, nell’ambito dell’indagine conoscitiva testé menzionata. Durante i lavori di questa seduta il Presidente e AD di ”Enel Italia”, Carlo Tamburi, comunicò la volontà dell’azienda di procedere entro i prossimi 3 anni ad una transizione energetica capace di aumentare l’energia prodotta da fonti rinnovabili dall’attuale 49% al 55%. Lo stesso Tamburi ha poi confermato nello specifico che ENEL intende raggiungere l’obiettivo di tale transizione con nuovi livelli di produzione di energia elettrica attraverso il forte sviluppo delle rinnovabili con una penetrazione fino al 55% ed al phase out accelerato degli impianti a carbone entro il 2025. Per raggiungere questi obiettivi la compagnia ha annunciato quindi un ingente incremento della capacità installata degli impianti rinnovabili con un particolare incremento di circa 40.000 megawatt (30.000 da solare e circa 9 da eolico) rispetto all’attuale produzione. Enel ha poi illustrato che i suoi prossimi investimenti punteranno molto sulle reti e sulle rinnovabili. In particolare, per quanto riguarda le fonti rinnovabili, l’azienda ha annunciato investimenti di circa un miliardo di euro su tutto il triennio 2019-2021. Tali piani, ufficializzati in un contesto internazionale che vede molti paesi europei (Germania e Polonia in primis) osteggiare il phase out del carbone, potrebbero rappresentare una vera e propria svolta per l’Italia. Tuttavia, mentre si annunciano ingenti investimenti per lo sviluppo delle rinnovabili, Enel ribadisce che solo la combinazione di queste ultime con il gas, potrà garantire nell’immediato futuro l’adeguatezza del sistema energetico nazionale ed aumentare le riserve necessarie a limitare l’import di energia dai paesi confinanti. In tale situazione Enel si è detta dunque disponibile ad una sostituzione progressiva degli impianti a carbone al 2025 con una nuova capacità da fonti rinnovabili ed impianti a gas. Tale combinazione, sempre secondo Enel, è l’unica che possa garantire continuità nella sicurezza del sistema elettrico utilizzando le infrastrutture esistenti in modo da assicurare adeguata continuità occupazionale. Lo scorso maggio Enel ha quindi presentato presso il Ministero dell’Ambiente, le istanze per la costruzione di nuova capacità a gas su quattro delle sei centrali a carbone italiane di sua proprietà ed in particolare per gli impianti di Civitavecchia-TVN, La Spezia, Fusina e Brindisi. Con tale iniziativa, a dispetto di quanto auspicato da comitati e movimenti, Enel continua a condannare interi territori ad un supplizio che, attraverso l’utilizzo del gas, come già evidenziato, comporterà un duplice svantaggio: da un lato l’utilizzo di questo combustibile fossile continuerà ad inquinare l’ambiente con ripercussioni dirette sulla salute pubblica, dall’altro, dopo un’iniziale richiesta di manodopera locale legata alla realizzazione di nuovi impianti, a gestire la centrale resteranno solo poche decine di lavoratori. In questo modo, per l’ennesima volta, il ricatto occupazionale, basato tra l’altro su finte certezze, determinerà scelte politiche sbagliate e a totale svantaggio dei territori. E’ del tutto evidente infatti che l’annunciato investimento di un miliardo per le fonti rinnovabili non riguarderà, o riguarderà solo in minima parte, i quattro siti da riconvertire a gas. Così, l’affidabilità del sistema elettrico nazionale, da garantire attraverso la combinazione di rinnovabili e gas, condannerà di nuovo Civitavecchia, La Spezia, Venezia e Brindisi. Inoltre, così come già accaduto a TVS – altra centrale civitavecchiese gestita da Tirreno Power -, tale opzione comporterà una drastica riduzione dei livelli occupazionali che riguarderà sia i lavoratori delle centrali che quelli dell’indotto. Per quanto riguarda il caso specifico di Civitavecchia risulta poi essere molto concreto il rischio che si proceda alla costruzione di una nuova centrale (a gas) senza smantellare del tutto la vecchia (a carbone). A rendere più che motivato questo timore ci sono le carte del progetto presentato da Enel al Ministero dell’Ambiente da dove appare chiaramente la contemporanea presenza dei tre gruppi a carbone (fuori servizio?) e dei due gruppi a turbogas che saranno parte integrante del nuovo impianto. In particolare “l’intervento prevede tre fasi di realizzazione: le prime due prevedono l’installazione delle unità in ciclo aperto (solo turbina a gas), la terza fase prevede il completamento del ciclo combinato. Le unità a carbone saranno poste fuori servizio. Il criterio guida del progetto di conversione della centrale è quello di preservare il più possibile la struttura impiantistica esistente e riutilizzare gli impianti ausiliari, migliorando le prestazioni ambientali ed incrementando sostanzialmente l’efficienza energetica”[4]. Questa transizione tutta incentrata sulle logiche del mercato (capacity market in primis) ed assolutamente disinteressata alla tutela dell’ambiente e della salute pubblica potrebbe dunque imporre a Civitavecchia il peso di un incredibile paradosso: la decarbonizzazione di TVN non sarà una vera e propria riconversione, ma regalerà al territorio una nuova centrale da circa 1600 megawatt al fianco del vecchio impianto non immediatamente smantellato. Così, al netto dell’impatto negativo che avrà comunque la centrale a gas, non è ancora del tutto chiaro cosa ne sarà della vecchia centrale a carbone e in che tempi verrà smantellata.

 

Phase out carbone: le alternative al gas

Considerare l’utilizzo del gas come una valida alternativa al carbone dal punto di vista ambientale ci sembra assolutamente sbagliato. Il gas, anche se con performance ambientali migliori rispetto al carbone, non dovrebbe essere oggetto di massicci investimenti in una fase di transizione così delicata anche e soprattutto perché questo impedirebbe di puntare seriamente allo sviluppo e alla diffusione di tecnologie a zero carbonio rischiando, tra l’altro, di compromettere il percorso verso il conseguimento degli obiettivi climatici stabiliti dall’accordo di Parigi (ossia di contenere l’innalzamento delle temperature planetarie entro i 2°C rispetto al periodo preindustriale, puntando a 1,5°C). Tra i diversi studi sulle possibili alternative all’uso del gas ci sembra interessante quello di REF-E presentato dal WWF nell’ottobre 2017 e che definisce uno scenario di uscita dal carbone chiamato appunto “WWF 2025”[5]. La proposta, che dovrà probabilmente essere aggiornata, prevede un’uscita dal carbone senza l’utilizzo di nuovi impianti termoelettrici a gas. Ecco in sintesi alcuni dei punti più interessanti di questo piano: contributo delle fonti rinnovabili alla copertura del consumo interno lordo elettrico del 49% al 2025, corrispondente a un obiettivo del 55% al 2030; realizzazione di 1.000 MW di accumuli al 2025; nessuna nuova realizzazione di capacità di generazione termoelettrica in sostituzione della capacità a carbone dismessa; realizzazione del programma di potenziamento della rete come previsto nel piano 2015-2025 di Terna. La simulazione dello scenario e la valutazione degli indici di adeguatezza del sistema, cioè la capacità del sistema di generazione e di trasmissione di coprire la domanda con adeguati margini di affidabilità in tutte le potenziali condizioni che si possono verificare, sono stati effettuati attraverso un modello di analisi REF-E. Le garanzie ci sarebbero, come appare evidente dall’esito di questo report e da altri studi, ma il mercato dell’energia pare muoversi invece su altri binari.
 

Conclusioni

Da tempo risulta che siano all’attenzione della Direzione Generale Valutazioni e Autorizzazioni Ambientali del Ministero dell’Ambiente una serie di progetti di conversione a gas di impianti a carbone, oltre ad altri progetti di impianti a gas, i quali dovrebbero essere tutti sostenuti economicamente con il meccanismo del Capacity Market. Sono diversi, come abbiamo già avuto modo di elencare, i progetti presentati da Enel. In un quadro energetico che dovrebbe puntare ad un reale e completo processo di decarbonizzazione e di uscita dai combustibili fossili un eventuale proliferare di impianti a gas rischia davvero di condizionare negativamente il raggiungimento degli obiettivi climatico-ambientali previsti dal Piano Nazionale Integrato Energia e Clima 2030 e di ridimensionare drasticamente gli investimenti su fonti rinnovabili. Secondo molte associazioni ambientaliste questo scenario appare fortemente condizionato dalla contestata disciplina del mercato delle capacità. L’uso di nuove centrali a gas, all’interno di un quadro tariffario già praticamente definito, risulta quindi un vero e proprio business per i gestori degli impianti. E’ soprattutto per questo che la sorte di TVN sembra segnata. Per Enel la coesistenza, almeno in una prima fase, di carbone e gas, è assolutamente necessaria al fine di stare al passo col meccanismo dei guadagni legati al Capacity Market. La nuova capacità a gas infatti verrà pagata benissimo e se ai 1680 MW di TVN aggiungiamo anche quelli di La Spezia, Brindisi e Fusina si capisce facilmente perché Enel, unilateralmente e senza mai confrontarsi coi territori, stia accelerando sulle nuove centrali a gas. Non è un caso che al progetto della nuova TVN (aprile 2019) siano seguite a stretto giro la richiesta d’autorizzazione per realizzare i nuovi gruppi (maggio 2019) e, appunto, la disciplina sulle nuove capacità (giugno 2019). In questo scenario, se non si comincerà da subito ad organizzare una risposta collettiva e generalizzata dei territori alle logiche del mercato che ancora una volta antepongono gli interessi privati al bene comune, Civitavecchia e tutte le altre città vittime dell’inquinamento continueranno a subire ancora per molto gli effetti di queste anacronistiche e dannosissime politiche energetiche. Come abbiamo cercato di dimostrare con questo breve resoconto, passare dal carbone al gas non garantirà ai territori inquinati né occupazione, né tutela ambientale, né salute pubblica. Il tempo a nostra disposizione di fronte al rapidissimo evolversi di questi eventi non è molto. Organizzare l’alternativa però è indispensabile. Altre occasioni non ci saranno.

Documento a cura dell’assemblea territoriale di Potere al Popolo Civitavecchia

 


[1] Commissione X Attività Produttive Camera dei Deputati Indagine conoscitiva sulle prospettive di attuazione e di adeguamento della Strategia Energetica Nazionale al Piano Nazionale Energia e Clima per il 2030. Roma, 15 maggio 2019

[2] 17 aprile 2019, primo tavolo di confronto al MISE per programmare le attività necessarie per garantire al Paese l’uscita dalla produzione di energia elettrica da carbone. All’incontro, presieduto dal Sottosegretario Davide Crippa, con la partecipazione dei tecnici del MiSE, hanno preso parte il Ministero dell’Ambiente, Terna e i gestori degli impianti.

[3] Cfr. Il Fatto Quotidiano, 18 maggio 2019

[4] Relazione tecnica. CAPACITY STRATEGY ITALIA. Centrale di Torrevaldaliga Nord Progetto Preliminare di sostituzione delle unità a carbone esistenti con nuove unità a gas. Doc. PBITC00032. Aprile 2019.

[5] Report realizzato da REF‐E per WWF Italia. Ottobre 2017.

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