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AMERICA LATINA: SI ACCORCIANO I CICLI, SI INASPRISCE LA CRISI

Pubblichiamo la traduzione di un articolo del “Colectivo Nuestra América” sull’attuale situazione nel continente latinoamericano. Ciò che accade lì, per quanto distante, deve diventare elemento di riflessione su noi stessi, sui nemici che ci troviamo di fronte, e sulle prospettive di una trasformazione radicale dell’esistente. Le elezioni, il potere popolare, la forza dei movimenti sociali, il ruolo delle Forze Armate, dei media, dell’oligarchia economia, il sostegno internazionale, si intreccia in quest’analisi fortemente autocritica dei cosiddetti governi progressisti e ci restituisce elementi che speriamo possano stimolare la riflessione individuale e collettiva, renderci maggiormente consapevoli degli ostacoli che abbiamo davanti, ma anche – allo stesso tempo – delle possibilità di superarli, possibilmente evitando di incorrere negli stessi problemi ed errori in cui altri, prima di noi, sono incappati nel tentativo di costruire nel giorno per giorno la transizione ecologica, sociale, politica ed economica di cui sempre più sentiamo l’urgenza.

AMERICA LATINA: SI ACCORCIANO I CICLI, SI INASPRISCE LA CRISI.

Colectivo Nuestra America

 

1. L’ARRIVO DEI GOVERNI PROGRESSISTI
L’arrivo dei cosiddetti governi progressisti nel primo decennio del XXI secolo è un fenomeno che ha dato luogo a una congiuntura nuova per il continente, ed è necessario un diverso approccio per provare a spiegarla.
Chi sperava che questi governi si comportassero come una rivoluzione socialista del XX secolo, o che avanzassero in quella direzione, si stava sbagliando sin dall’inizio e potrebbe facilmente perdersi nel dibattito. Una caratteristica di questi governi è che hanno ottenuto la presidenza e una parte dell’apparato dello Stato, però i poteri forti e reali che dirigono il capitalismo dipendente latinoamericano non sono stati rovesciati. I poteri mediatici, economici, religiosi e militari che sostengono il capitalismo, hanno continuato a imperare e ad agire come antagonisti dei nuovi governi, imponendo condizioni a loro favorevoli.
È importante sottolineare che, a eccezione del Venezuela, l’arrivo dei governi progressisti non è avvenuto in seguito a una strategia elettorale, né alla formazione di un partito politico, né al carisma del leader in questione, anche se tutto questo può aver contribuito. La congiuntura per cui la maggior parte dei governi progressisti è ascesa al potere è stata segnata dalla lotta dei movimenti sociali e dei popoli organizzati che letteralmente hanno impedito, attraverso la mobilitazione di massa a oltranza, che i governi neoliberisti potessero governare. La tensione della lotta di classe dopo decenni di rapace neoliberismo, ha reso insostenibile per il capitale mantenere la stessa politica. Per questo i presidenti cadevano come mosche in Argentina, Ecuador o Bolivia. Però lo stesso movimento sociale, la forza popolare, che ha messo un freno alla versione più cinica del neoliberalismo in quel momento, non poteva prendere il potere, non aveva sviluppato la forza, l’organizzazione, la coscienza necessaria per approfondire i processi verso sbocchi rivoluzionari.
Quindi, i governi progressisti apparvero come un’alternativa accettabile che permetteva di uscire dalla trappola sociale di quello “stallo catastrofico” tra forze sociali.

2. IL RUOLO DI QUESTI GOVERNI
Questi governi rappresentarono un respiro, un freno al neoliberalismo rapace e un momentaneo contenimento ideologico all’offensiva conservatrice. Dopo la lunga notte degli anni Novanta, presidenti, leader, partiti, organizzazioni sociali e le masse che lottavano, parlavano di nuovo di Imperialismo, di Socialismo, di Marxismo e di integrazione latinoamericana. Con i governi progressisti la qualità della vita migliorò, uscirono dalla povertà 168 milioni di persone (secondo quanto riportato da Rafael Correa). Le condizioni di sfruttamento delle risorse naturali nei paesi si rinegoziarono con condizioni migliori, si garantirono diritti come pensioni universali, alimentazione, abitazioni, si ridussero le diseguaglianze, ecc.. Fu senza dubbio un momento mai visto nella storia del continente. Tutto questo, che la destra tacciava di populismo, era invece guidato da un modo di pensare l’articolazione dell’economia in funzione dei settori più vulnerabili, che la valanga neoliberista aveva fustigato. Una sfida in concreto, per il dogma che recita che il mercato deve controllare tutto e lo Stato non deve metter le mani sull’economia.
Sembrava che si fosse riusciti a dare scacco al sistema: la sinistra ora vinceva elezioni immancabilmente. Tra il 2002 e il 2014 si vinsero elezioni presidenziali più di una volta in Argentina, Uruguay, Brasile, Venezuela, Ecuador e Bolivia, una volta in Paraguay, Guatemala e El Salvador. Nel 2009 c’erano dodici paesi con governi che si posizionavano a sinistra e contro il neoliberalismo. Chavez, Maduro, Evo, Correa, sono riusciti a schivare tentativi di colpi di stato delle forze armate, blocchi e sabotaggi economici. Si parlava in questi paesi di “passato neoliberista” e si considerava inesorabile il cammino verso il post-neoliberismo. Però anche l’Imperialismo e il potere oligarchico appresero la lezione.

3. I COLPI DI STATO “MORBIDI”
E quindi arrivarono i colpi di stato “morbidi”: in Honduras e in Paraguay passarono quasi inosservati, e a quanto sembra da questi si è appreso poco. In Brasile invece fu brutale. La destituzione di Dilma e l’incarcerazione di Lula evidenziarono un’offensiva che superava il cinismo giuridico, per tramutarsi de facto in un colpo di stato. “Non ho prove, però ho convinzioni”, disse il giudice che arrestò Lula, senza che nessuna delle forze che accompagnavano quel governo, o il movimento sociale brasiliano, sembrasse capace di fermarlo , nonostante l’effervescenza sociale che provocò questo avvenimento. L’elemento veramente strategico è che, con un tratto di penna, venne imposta nuovamente l’agenda neoliberista. I risultati storici dei governi progressisti si mostrarono fiacchi. Lo stesso Rafael Correa confessò in un’intervista a “La Jornada”: “È stata una grande delusione per me, perché ho creduto che avessimo apportato molti cambiamenti irreversibili. Ho avuto eccessiva fiducia, ho creduto che ci fossero cose irreversibili e gran parte di queste ha fatto un rapido passo indietro”.
Correa, Lula, Cristina, Evo, vantavano come un successo il far uscire dalla povertà milioni di persone e, allo stesso tempo, incrementare i profitti del capitale. Questa logica della conciliazione di classe, dove tutti vincono e nessuno perde, poteva esistere solo momentaneamente, supportata da una congiuntura economica favorevole e dall’incapacità delle forze della destra di riorganizzarsi. Ma nessuno dei due fenomeni poteva durare a lungo.
Un altro fenomeno che ha logorato la capacità di consenso di questi governi è legato alla assenza di un lavoro di educazione e formazione politica. Togliere un settore dalla povertà e collocarlo nella classe media senza un lavoro ideologico che lo impegna nel progetto, crea soltanto una classe media con mentalità borghese, che esige sempre più benefici senza un contributo sociale (in lavoro e lotta), attinente a un progetto non diciamo socialista, ma semplicemente post-neoliberista o comunitario. In questi paesi si creò un settore sociale incline ad appoggiare di nuovo la destra, anche nelle urne elettorali, qualora questa offrisse più efficienza nella risoluzione dei suoi nuovi interessi. Il grande tallone di Achille dei governi progressisti è stata la mancanza di consistenza di una offensiva ideologica contro non solo il neoliberalismo, ma contro le sue basi capitaliste, che permettesse di rimuovere l’opacità del sistema, mostrare come funziona e proporre un’alternativa di sviluppo sociale ed economica. Un’offensiva per il consenso sociale sulla base di idee rivoluzionarie.
“Lasciamo lacune nella lotta di idee, lasciamo lacune nelle radio, nella televisione, nei giornali e non dimentichiamo quanto segue: tutte le trasformazioni si ottengono prima nelle idee e poi nei fatti. Non trascurate la lotta per le idee, la lotta per il senso comune di una società”, disse l’allora vice-presidente boliviano Garcia Linera nel Centro Ollin Yoliztli. Per incidere sugli interessi chiave del capitalismo dipendente latinoamericano è necessaria una forza fuori dal comune, che solo il popolo organizzato e cosciente di quello che sta creando può offrire.
Tuttavia, nemmeno il neoliberalismo sta vivendo un’epoca d’oro, il suo nuovo ciclo inciampa a ogni passo, nel continente il suo discredito è talmente grande che il popolo di fatto lo rifiuta e si mobilita con più chiarezza rispetto ai propri obiettivi, come è evidente in Cile. Non c’è un offerta di differente capitalismo per l’America Latina (come un new deal o una politica Keynesiana), che non sia l’espropriazione brutale, cosa che gli impedisce di mantenere i suoi rappresentanti al governo e creare un consenso intorno ai suoi progetti. Il consenso che questi governi arrivano a generare durante la vendemmia elettorale lo perdono immediatamente quando arrivano ad applicare il programma neoliberista, che inoltre ripropone un discorso politico maggiormente conservatore.

4. LE CONCESSIONI ALLA DESTRA
I governi progressisti, per la loro logica intrinseca, hanno fatto delle concessioni alla destra e all’imperialismo, i quali successivamente gliel’hanno fatta pagare. Una delle più gravi, è qualificare il sistema politico liberale, attraverso il quale questi governi sono arrivati al potere, come democratico, e non concentrarsi nella sua trasformazione sostanziale. I processi post-neoliberisti si vedono trascinati nella logica elettorale, che in America Latina è assimilata alla logica commerciale, dove si cerca di vendere un prodotto. Quindi si accumulano forze per le prossime elezioni e non per un cambiamento permanente nei rapporti di forza tra i settori popolari e l’oligarchia. Per vincere le elezioni bisogna fare concessioni che risultano controproducenti per il consolidamento di un progetto alternativo al capitalismo dipendente. I governi progressisti non hanno fatto nulla per modificare il sistema politico cercando di renderlo democratico per gli interessi popolari e non per quelli della destra, che però mantiene in questo modo una possibilità permanente di ritornare al potere politico con relativa facilità. La democrazia di cui hanno bisogno i padroni del denaro, non è la democrazia di cui hanno bisogno i settori popolari per esercitare il controllo effettivo sulle sue risorse e su come sfruttarle, vale a dire, il controllo sulla produzione. Il problema dei governi progressisti della prima ondata è la mancanza di costruzione del potere popolare. Per questo oggi Correa non può mobilitare forze popolari in Ecuador per difendersi dalla persecuzione giudiziaria, e non ci sono alternative in Brasile e Argentina che vadano più in là del tentativo di riproporre i processi precedenti. Questi governi non hanno costruito un contropotere popolare all’oligarchia e all’imperialismo, che rimangono presenti. È venuta a mancare l’organizzazione dei settori sociali per esercitare il processo decisionale su questioni che riguardano direttamente le loro vite, e sui temi inerenti la costruzione di un progetto nazionale.
Un’altra concessione alla destra è quella di non prospettarsi lo scenario dell’uso legittimo della violenza come una necessità. Perché la destra, come stiamo vedendo, non ha dubbi nell’utilizzarla per sconfiggere i processi alternativi al rapace neoliberismo. Non essere in grado di prepararsi per contenere la violenza della destra, è un catastrofico errore. Nei governi progressisti si è lasciato intatto il potere militare, non si è costruito un potere popolare che assumesse anche la difesa del proprio processo. È per questo che non c’è stato modo di difendersi in Bolivia di fronte al tradimento dell’esercito e della polizia, che non hanno mai smesso di essere vincolati alle scuole militari statunitensi.
Garcia Linera, analizzando “ la principale lezione” sulla situazione in Bolivia, dà vita anche a una confessione: i progressi nell’uguaglianza non possono essere lasciati solo sotto la protezione delle forze armate dello Stato. “Ciò che è mancato è stato una maggior decisione nel creare una forza civile di difesa, che proteggesse le conquiste dell’uguaglianza e i progressi della democrazia, questo è stato uno degli elementi che ha permesso il colpo di Stato”. (Nel programma “Cruce de Palabras” de Telesur).

5. LO SCENARIO ATTUALE
Lo scenario attuale è contraddittorio: da un lato ritorna alla presidenza il Kirchnerismo e la liberazione di Lula apre una possibilità di affrontare Bolsonaro, che si sta sfiancando più velocemente di Macrì.; dall’altro lato, una specie di pareggio tecnico in Ecuador posticipa al futuro il sapere se il governo neoliberista, a medio termine, si ricomporrà, o se c’è la possibilità che sia soppiantato da una nuova ondata popolare. Allo stesso tempo è un’incognita la profondità del cambiamento che genererà nella società cilena la lotta che si sta attualmente combattendo, però è chiaro che la società cilena non tornerà ad essere la stessa di prima. Un duro colpo all’ottimismo lo provoca la situazione in Bolivia dove, però, la possibilità che si consolidi una dittatura fascista ancora non è definita, e non avverrà mentre il popolo resiste.
Invece, esiste una tendenza: i cicli neoliberisti si esauriscono ogni volta più rapidamente, la destra ha seri problemi a mantenere il dominio dei suoi governi, il che può portare a che si passi a forme più autoritarie di controllo delle quali il capitale necessita per riprodursi (dittature), o a un’alternanza con governi progressisti, come un pareggio di lungo periodo. È imprescindibile quindi, guardando al futuro, rompere questo ciclo verso forme maggiormente anticapitaliste di esercitare la vita.
Siamo su un crinale di una fase in definizione di grande importanza. I nemici rimangono l’imperialismo e i suoi alleati delle oligarchie nazionali; allo stesso tempo lo scenario si fa convulso e i popoli stanno sperimentando alternative per la loro liberazione. I movimenti e le forze rivoluzionarie che compiti è ipotizzabile abbiano in questo scenario?

Colectivo Nuestra America

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