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Ungheria. Orbán e la lotta contro la solidarietà.

Tra i primi bersagli: poveri, immigrati e omosessuali

Con la riforma costituzionale approvata dal Parlamento ungherese la settimana scorsa si inserisce nella Legge fondamentale il divieto di accogliere migranti economici illegali. L’iniziativa voluta dal governo di Viktor Orbán serve a dare al paese strumenti con i quali contrastare il principio dell’accoglienza voluto dall’Unione europea. Il pacchetto di nuovi provvedimenti comprende anche il riferimento all’obbligo di tutelare le radici culturali cristiane dello Stato danubiano.

Quelle stesse radici che il primo ministro di Budapest ritiene messe in pericolo dai flussi incombenti di migranti musulmani che a suo avviso minacciano la sopravvivenza dell’intera Europa. La propaganda continua e martellante sul tema migranti avviata dal governo ungherese nel 2015 alimenta paure irrazionali nell’opinione pubblica. Lo spauracchio di fondo che l’esecutivo agita è quello dell’invasione del paese da parte di migranti di altra cultura che secondo la retorica di Orbán hanno il potere di destabilizzare economicamente e culturalmente la società magiara e rappresentano un potenziale veicolo di terrorismo internazionale.

Il governo difende le radici cristiane ma incoraggiando la tensione e le paure della popolazione nei confronti della figura astratta del migrante e soprattutto escludendo sentimenti di solidarietà nei confronti di chi lascia il suo paese per motivi gravi, viene meno ad aspetti fondamentali che fanno parte del messaggio cristiano. L’Ungheria di Orbán si ritrova pienamente ed anzi alimenta la contrapposizione di identità di cui si nutrono questi nostri tempi così complessi e caratterizzati da forme di malessere profonde sempre più diffuse.

Sono tempi duri per i diritti e non solo in Ungheria. Dovendo, però, descrivere la situazione esistente oggi nel paese governato da Orbán per la terza volta consecutiva, non si può fare a meno di sottolineare alcuni aspetti: restando in tema di migrazioni vi è da ricordare che per il premier ungherese l’atto del migrare non è un diritto umano, il suo governo ha fatto approvare misure che prevedono pene detentive per chi aiuti gli immigrati irregolari.

Le ONG attive su questo fronte ritengono inammissibile che in Europa si criminalizzi e si sanzioni la solidarietà. In effetti la cosa fa pensare e ci impone di chiederci cosa stia diventando la nostra Europa. Quello dei flussi migratori è senz’altro un fenomeno che pone questioni di carattere organizzativo che vanno gestite e affrontate con una comune assunzione di responsabilità. Il peggio è rendersi conto che a prevalere sono soprattutto i problemi di carattere morale, quelli riguardanti l’accettazione dei profughi per una serie di paure irrazionali e per quei fastidi e intolleranze che si acuiscono nei tempi di crisi e che le destre cavalcano a dovere.

Infatti ha ragione la sindaca di Barcellona Ada Colau a sostenere che più che di crisi migranti si deve parlare di crisi morale, di valori. Ma questi discorsi per i governanti di Budapest sono puro buonismo, lo sono per il primo ministro Orbán che è ormai tra i principali punti di riferimento, se non quello più importante, per tutti i cosiddetti sovranisti europei. Per coloro i quali vedono nel premier di Budapest l’uomo adatto a questi tempi che richiedono una riscossa nazionale contro l’odiata tecnocrazia di Bruxelles.

Il fenomeno migranti ci pone problemi organizzativi e logistici, non lo ignoriamo, il punto è l’approccio, l’impostazione, la scelta fra civiltà e barbarie. I governi del Gruppo di Visegrád (Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia), il nostro e tutti i sostenitori del “prima veniamo noi”, non offrono certo un buon esempio da questo punto di vista. Nell’Ungheria di Orbán le ONG riconducibili al magnate americano di origine ungherese George Soros o che comunque prendono soldi dall’estero e che sono attive sul fronte migranti, sono considerate agenti al soldo di poteri esterni. Secondo la narrativa orbaniana questi poteri vorrebbero annullare l’identità dello Stato danubiano e dell’intera Europa facendone una colonia del capitale globale e dei suoi speculatori.

Spostandoci dal tema migranti le cose non vanno meglio. La riforma costituzionale ungherese introduce infatti limitazioni al diritto di manifestare e vieta ai senzatetto di dimorare in luoghi pubblici. Un provvedimento preso con l’intenzione di salvaguardare una decenza pubblica che sa tanto di facciata. Non basta, sono tornate le liste di proscrizione che recano i nomi di ONG accusate di essere nemiche della patria o quelli di accademici colpevoli di lavorare sui diritti degli omosessuali. Quest’ultimo è il caso di un elenco di proscritti accusati evidentemente di sostenere una parte della società che non rispetta i codici morali di un’Ungheria che si vuole sana e capace di prosperare in termini demografici. Un esempio è quello della campagna mediatica omofoba contro la rappresentazione a Budapest del musical Billy Elliot considerato dalle autorità sconveniente perché capace di incoraggiare l’omosessualità.

Secondo il governo e i suoi sostenitori il paese non può permettersi una cosa del genere in quanto caratterizzato da una popolazione che invecchia e diminuisce. Del resto, la Costituzione entrata in vigore nel 2012 indica tra i valori fondamentali del paese quello della famiglia, quella “tradizionale”, però.

Massimo Congiu

 

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