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Roberto Musacchio: Potere al popolo dopo il 4 marzo

Il voto del 4 Marzo ha rappresentato un vero spartiacque. Le principali forze che hanno costituito l’architrave delle politiche neoliberiste e gli esecutori degli ordini del pilota automatico della finanza e della UE, il Pd e Forza Italia, hanno subito un colpo durissimo.

Vincono le elezioni due forze diversamente caratterizzate da una critica degli extablishment. La Lega di Salvini, con un impianto fortemente xenofobo ma al tempo stesso ingaggiata in una alleanza con Berlusconi sia al livello nazionale sia nei governi dell’Italia del Nord fortemente caratterizzati da politiche liberiste e dalla ricerca di accordi con i poteri forti europei, a partire da quelli tedeschi.

I cinquestelle che raccolgono in particolare la rabbia del Sud, e non solo, di ceti che si sono sentiti abbandonati e traditi dalle vecchie rappresentanze.

Il Pd tracolla ed ha oltre tutto la responsabilità storica di aver determinato una identificazione tra “sinistra” e politiche rigettate dalle grandi masse.

Leu fallisce venendo percepita, giustamente, come una variante del Pd, volta verso il passato e incapace di futuro.

Il voto a Pap è quantitativamente minimo ma qualitativamente significativo. È un voto “in contopiede” che segnala non solo una voglia di resistenza ma la comprensione che il vecchio ordine delle cose è ormai a pezzi e che occorre una radicale cesura.

La globalizzazione liberista di questi decenni ha infatti spezzato il vecchio compromesso sociale e “rovesciato la lotta di classe”. Ha dispiegato una capacità di “internazionalismo proprietario” che non ha trovato risposta in un nuovo “internazionalismo proletario” quanto mai necessario dopo la crisi del socialismo reale e a fronte delle nuove dimensioni globali

La UE dei trattati liberisti ha rappresentato la costruzione della “Europa reale” volta al sovvertimento del modello sociale europeo. L’Europa, che fu luogo del compromesso sociale e democratico più avanzato, diviene il terreno di una sperimentazione feroce di politiche liberiste e di negazione democratica.

In questa situazione i vecchi sistemi politici vanno in crisi. Stato per Stato mentre la governance europea si fonda su un binomio “stabile instabilità” che produce crisi permanente.

La crisi italiana si colloca in questo quadro. Vincono forze che presentano un mix di anti extablishment, xenofobia, strumentale adesione a bisogni popolari, mantenimento dell’orizzonte liberista sia pure riletto attraverso una chiave di “interesse nazionale”.

Troviamo in Italia tendenze che si ritrovano in realtà extra europee e europee. Una sorta di “globalizzazione nazionalistica” che caratterizza Trump, Putin, Erdogan. La crisi dei sistemi politici storici che si manifesta in Francia, Gran Bretagna, Spagna, nella stessa Germania, nei Paesi dell’Est.

Come questo vivrà in Italia nel quadro aperto dopo il 4 marzo è tutto da vedersi. Come è da vedere quale relazione ci sarà con la governance della UE.

Certo è che il processo di crisi e ristrutturazione è tutto aperto. I vari sistemi nazionali fanno parte di una scacchiera più generale.

Il governo italiano, se si formerà, verrà fuori da questa partita. Già vediamo le forze antiestablishment atteggiarsi diversamente nel rapporto con il potere del pilota automatico. Ma le dinamiche non sono scontate.

Anche in vista delle prossime elezioni europee e in piena “discussione” sui nuovi assetti della governance i rapporti di forza globali (UE/USA/Russia/Turchia e Medio Oriente) e quelli interni alla UE (Germania/Francia/Gran Bretagna/Paesi di Visograd/Paesi Mediterranei) sono tutti in fibrillazione. con intrecci e articolazioni geopolitiche, economiche e politiche. Il rapporto Germania/USA non è equivalente a quello UE/USA. Macron tenta una rifondazione generale dei rapporti geopolitici e politici. Le ristrutturazioni economiche sono e saranno ingenti con il mercantilismo tedesco in difficoltà rispetto alla Brexit e a Trump.

Punto chiave è che però questi movimenti sono tutti interni alla accettazione del liberismo globalizzato. Sono si contraddizioni interimperialiste  (come avremmo detto un tempo) ma anche articolazioni della lotta di classe rovesciata.

In più la “dialettica Macron/ Salvini può comporsi in una idea di “nazione europea” contro i migranti.

Purtroppo la crisi della sinistra Latino Americana rappresenta un punto di indebolimento sostanziale rispetto al primcipale portato degli anni del movimento alterglobalista e cioè l’affermarsi dei conflitti e dei governi di quell’area con un respiro globale. Non tutto nel continenente latino americano è però sconfitto. In particolare permangono realtà storiche come Cuba e più recenti come il Venezuela ma anche la Bolivia.

In Europa la crisi del socialismo europeo appare rovinosa ed irreversibile. Esso paga il suo cambio di campo nella lotta di classe rovesciata. Per altro si realizza una sorta di paradosso storico per cui si costruisce una sorta di somiglianza tra socialisti dell’Ovest ed ex comunisti dell’Est. Entrambi si fanno parte degli extablishment che presiedono alla globalizzazione e alla Europa Reale.

Tuttavia permane in Europa un accumulo storico di modello sociale e democratico e di corpi intermedi che non a caso vuole essere annichilito nell’edificazione della Europa reale che muove per questo all’assalto delle Costituzioni formali e materiali.

Questo accumulo però consente di avere ancora materiali per una resistenza anche se appare evidente che solo l’edificazione di “un nuovo movimento operaio” renderà possibile riprendere una lotta rivoluzionaria.

I materiali per questo nuovo movimento operaio sono tutti da scavare. Certamente essi hanno a che fare con alcuni temi. Strappare l’iniziativa all’internazionalismo proprietario e ricostruire un internazionalismo proletario. Liberare i migranti divenuti “non esseri umani” e “non lavoratori” consentendo per altro al moderno capitalismo di riattingere alla schiavitù pre moderna. Rifondare sul genere una critica di tutta la “modernità” patriarcale. Concepire il “ciclo naturale” come antitetico a quello capitalistico. Fare del “fare società”, mutualismo, disobbedienza e conflitto, il terreno della transizione.

Siamo di fronte al riattualizzarsi del tema della Rivoluzione. È il capitalismo globale che ci spiega, duramente, che il riformismo è finito.

Nuovi soggetti politici tornano a poter nascere dentro grandi obbiettivi storici. Ridare il Potere al Popolo è precisamente un grande progetto rivoluzionario reso necessario dalla rottura tra capitalismo e democrazia. Per renderlo però possibile occorre precisamente una fondazione storica.

Anche la “liberazione dell’Europa” è anche esso un grande progetto rivoluzionario che poggia sull’accumulo culturale, storico e sociale dell’Europa e su come esso possa servire per la rivoluzione mondiale e che passa attraverso la resistenza fino alla rottura dell’attuale Europa reale e della sua incarnazione cioè la UE. Per edificare una Comunità democratica europea aperta.

In Europa sinistre alternative vivono anche se con realtà, forze e progetti diversi. Tuttavia rappresentano un punto di critica non solo degli extablishment ma del sistema. La loro capacità di unità nella lotta contro il neoliberismo e l’austerita è un punto prezioso anche a fronte di diversità politiche.

Naturalmente è necessario andare oltre. Ma dividersi è esattamente l’opposto che articolarsi e ricercare l’oltre. Sarebbe ben strano che mentre il fronte capitalistico e imperialista si articola anche dividendosi ma restando unito nel combattere la lotta di classe rovesciata noi facessimo il contrario. Il capitalismo ha imparato la lezione del dopoguerra mentre noi sembriamo averla dispersa.

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