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DALL’INDIPENDENZA ALLA SOVRANITA’? UNA PRIMA RIFLESSIONE SUI COLPI DI STATO IN AFRICA OCCIDENTALE

A più di due anni dai colpi di stato in Mali (Maggio 2021) e Guinea (settembre 2021), ad oltre un anno da quello in Burkina Faso (settembre 2022) e a sei mesi circa da quelli in Niger (luglio 2023) e Gabon (Agosto 2023) e’ possibile cominciare a trarre un primo bilancio.

Sino ad ora i colpi di stato che hanno caratterizzato gli ultimi anni dell’Africa occidentale sono stati analizzati soprattutto dal punto di vista geopolitico, mettendo in evidenza in quell’area, insieme al declino della Francia e della sua politica neocoloniale, anche l’estrema debolezza degli organismi di governance regionale. Inoltre gli analisti hanno facilmente sottolineato, come e quali altri paesi stiano cercando di sostituire la vecchia potenza coloniale a livello politico, economico e militare.

Indubbiamente, questo pare il tratto distintivo della maggior parte dei colpi di stato sino ad ora effettuati, insieme all’estrema lentezza per un ritorno al precedente ordine costituzionale con la convocazione di nuove elezioni. Una generale, iniziale, buona accoglienza da parte delle popolazioni, una gestione muscolare dell’opposizione interna e una fragilità di governi militari attualmente al potere sono le altre caratteristiche comuni che maggiormente sono state rimarcate in questi mesi.

Ma al di la’ della collocazione geopolitica di questi paesi, e’ possibile intravedere altri elementi di novità ed ha senso cercarli in regimi che si sono dichiarati, almeno formalmente, di transizione?
La risposta è affermativa in quanto i bisogni delle popolazioni, la spinta al cambiamento delle giovani generazioni, la crisi nel dominio occidentale, il ritorno di un discorso anticoloniale e panafricanista paiono essere questioni reali con le quali tutti gli attori dovranno continuare a fare i conti nei prossimi anni. In effetti e’ possibile intravedere un filo rosso che lega molti dei provvedimenti presi dai governi militari e che vorrebbe condurre gli stati africani da una formale indipendenza ad una maggiore sovranità. In primis partendo da quella territoriale perduta dodici anni or sono a seguito della guerra occidentale a Gheddafi e la crescita dei movimenti jihadisti in tutta l’area.

Il controllo del territorio

Per affermare la sovranità territoriale degli stati, non e’ servita in questi anni la cooperazione militare francese, quella africana sponsorizzata dall’unione Europea, le missioni internazionali a guida Onu, i numerosi contingenti stranieri che hanno occupato i territori di Mali, Burkina e Niger. Nonostante i 20.000 militari stranieri, i miliardi di dollari investiti, i presidenti filoccidentali, nessun risultato e’ stato ottenuto, registrando oltre 2000 morti all’anno e sino al 40% del territorio fuori dal controllo statale. Con i governi militari, la musica cambia: i contingenti francesi vengono cacciati da Mali, Burkina e Niger, la missione Onu, Minusma, chiude il 31 dicembre 2023, il G5 non esiste più e nasce invece l’Alleanza degli stati del Sahel. Attraverso l’AES, i tre paesi membri (Mali, Burkina e Niger) si impegnano a stabilire un’architettura di difesa collettiva e di mutua assistenza per lottare contro il terrorismo, la criminalità organizzata e per fare fronte contro eventuali aggressioni esterne. L’Aes traduce una volontà di solidarietà regionale che tenta di rompere con la modalità di lotta contro il terrorismo a gestione occidentale. Nonostante, a febbraio 2023, il numero di decessi connessi alla violenza politica fosse cresciuto del 77% in Burkina Faso e del 150% in Mali, la lotta nei confronti dei gruppi jihadisti e ribelli pare, con i nuovi governi militari al potere, registrare alcuni importanti successi. In Mali, l’esercito regolare, equipaggiato con nuovi armamenti turchi e spalleggiato dai mercenari russi del gruppo Wagner (in Mali dal dicembre 21) ha ripreso, dopo 11 anni il controllo di Kidal, capitale separatista del nord del paese. In Burkina lo sviluppo dei Volontari per la difesa della patria, ausiliari dell’esercito, arrivati a 60.000 unita’, l’acquisto dalla Turchia dei droni Bayraktar Tb2, la riorganizzazione delle forze armate, ha permesso a dicembre 2023 il rientro di circa 300.000 sfollati sui 1.800.000 di fine 2022.

La sovranità economica e il codice minerario

La “reconquete” dei territori perduti e’ anche il passo necessario per tornare ad accedere alle risorse minerarie situate in regioni fuori dal controllo statale. Senza dimenticare che dove dove lo stato esercita ancora la sua sovranità territoriale, non sempre e’ in grado di esercitare quella economica. Dove non ci sono gli jihadisti, pascolano infatti le grandi multinazionali straniere. Anche la giunta militare della Guinea che, dopo essere stata sottoposta a sanzioni ed esclusa dagli organi sovranazionali africani, ha accettato di farsi da parte a fine 2024 e di riallacciare in silenzio la cooperazione militare con la Francia, ha preso in questo ambito alcuni provvedimenti degni di nota. In effetti, oltre ad istituire un tribunale per la repressione dei reati economici e finanziari, la giunta ha deciso di rimettere mano ai contratti minerari. La Guinea è ricca di risorse naturali, tra cui la più grande riserva conosciuta nel mondo di bauxite, ha importanti depositi di ferro, diamanti, oro ed uranio, che sono da sempre preda delle grandi corporations. L’accordo tripartito siglato tra il governo della Guinea, il Winning Consortium Simandou (WCS) e Rio Tinto Simfer per il più grande progetto di estrazione di ferro del paese stabilisce per lo stato una partecipazione del 15% e l’utilizzo delle infrastrutture ferroviarie e portuali previste dal progetto. L’accordo quadro, per il quale è stato istituito uno specifico comitato a tutela degli interessi statali, prevede che a parità di competenze siano privilegiate le imprese nazionali per lo svolgimento dei lavori e obbliga quelle straniere a mettersi in joint venture con società locali. Inoltre i militari hanno fissato per decreto un prezzo di riferimento per la vendita della bauxite sul quale calcolare le imposte che le società straniere dovranno pagare. La giunta ha ripreso ad applicare l’articolo 138 del codice minerario guineano che dà allo stato la possibilità di acquistare e rivendere l’equivalente della sua partecipazione in qualsiasi progetto minerario. Facendo ricorso a queste leve, il Dipartimento delle Miniere è riuscito a recuperare  grazie all’articolo 138, per il primo trimestre del 2022 quasi 12mila miliardi di franchi CFA e grazie alle imposte sulla vendita della bauxite 1 miliardo di dollari.
Questa rinegoziazione dei proventi dello sfruttamento delle risorse minerarie non avviene solo in Guinea, ma anche in Mali, Burkina e Niger. In effetti in tutti questi paesi il codice minerario che con l-indipendenza tendeva a proteggere le risorse del sottosuolo e’ stato oggetto di modifiche, semplificazioni, esonerazioni fiscali e privatizzazioni che hanno raggiunto il culmine negli anni 90’ con i programmi di aggiustamento strutturale promossi dalla Banca mondiale. In Mali l’ultima importante modifica datava 2012 e aveva l’obiettivo di aumentare la produzione, favorendo gli investimenti stranieri e lasciando allo stato una partecipazione massima del 10% su capitale e dividendi. Il colonnello Assini Goita ha ordinato un audit sul settore di estrazione minerario, ha creato una nuova società pubblica per lo sfruttamento minerario (Société de recherche et d’exploitation miniere du Mali), ha promulgato un nuovo codice minerario. Mentre l’audit ha mostrato come il Mali, a causa di ‘’numerose irregolarità’’ perda ogni anno tra i 300 e i 600 miliardi di franchi CFA, il nuovo codice permetterà allo stato di partecipare a nuovi progetti minerari con una una quota sino al 35%. Viene inoltre istituito un fondo speciale alimentato dal fatturato delle imprese per lo sviluppo locale di progetti infrastrutturali ai quali saranno associate le comunità locali. In Burkina, visto che il nuovo codice minerario era già stato promulgato nel 2015 dal Comitato nazionale di transizione post Compaoré, la nuova giunta capeggiata dal capitano Ibrhaim Traoré si è limitata ad aumentare il pagamento del canone dovuto allo stato, ad effettuare alcune eccezionali requisizioni di oro (che forse saranno rimborsate) e indirizzare i proventi verso il Fondo di sostegno patriottico, istituito per sostenere lo sforzo bellico contro lo jihadismo. A causa della guerra in corso, infatti, nel 2022 la produzione d’oro ha subito un calo del 14% e il governo deve recuperare risorse anche per pagare i 60.000 volontari ausiliari dell’esercito. L’obiettivo di una maggiore indipendenza economica è testimoniato anche dall’ “Offensiva agropastorale e ittica 2023/2025” un piano della giunta militare burkinabé di oltre 900 milioni di euro  per il raggiungimento della sovranità alimentare e la creazione di 100.000 posti di lavoro per  giovani, sfollati e volontari di difesa della patria. Il piano prevede lo sviluppo di 8 filiere produttive, la produzione locale di concimi, la requisizione di oltre 4000 ettari e finanziamenti pubblici e privati.

La sovranità economica e le rinazionalizzazioni

 I regimi al potere, già sottoposti a sanzioni dalla Comunità internazionale, non hanno intenzione di far fuggire gli investitori privati, spaventandoli con politiche di nazionalizzazione, ma il dibattito su giornali e social media africani e’ vivace. In effetti e’ opinione generale che le privatizzazione imposte negli anni 90 non abbiano funzionato e che gli interessi nazionali sarebbero meglio tutelati a fronte di una presenza più importante dello stato nei settori considerati strategici. Al momento questa contraddizione tra quello che si vorrebbe fare e quello che e’ possibile fare viene risolta rinazionalizzando alcune imprese, la privatizzazione delle quali ha chiaramente favorito interessi privati specifici del passato regime o non ha seguito le corrette procedure. E’ il caso in Burkina Faso della società Sosuco, produttrice di zucchero privatizzata nel 1998, di cui lo Stato ha ripreso il controllo sulla base della considerazione che gli impegni presi dagli investitori privati non fossero stati rispettati, o in Niger dell’impresa Seen, filiale locale di Veolia società francese di gestione delle acque.

Partecipazione popolare
Questo percorso verso una maggiore sovranità, viene accompagnato, in attesa di nuove elezioni, da una ricerca di legittimazione e partecipazione popolare, anche in considerazione del fatto che, in tutta l’Africa occidentale, la composizione di classe dell’esercito e’ totalmente popolare. I governi militari sono arrivate al potere sulla base del discredito accumulato dai precedenti governi e con il sostegno aperto o la condiscendenza della maggior parte della popolazione. In alcuni casi, come in Mali, i militari si sono appoggiati a forti movimenti di protesta della società civile che hanno accolto con speranza il cambiamento di regime. Con il passar dei mesi, però, parte della società civile ha abbandonato le nuove giunte esprimendo critiche e riserve sulla gestione del potere a fronte di una difficile situazione securitaria e della persistenza delle problematiche economiche e sociali. I nuovi regimi continuano comunque ad avere un’ importante base popolare, soprattutto in ambito urbano, che alimentano anche con Assise, Conferenze e Stati generali sui temi più diversi: dalla riconciliazione nazionale alla sovranità alimentare, dalle assicurazioni al codice minerario. I governi militari accolgono le indicazioni e le proposte che giungono dagli attori locali e dalla base, ma senza che questi momenti di partecipazione, anche quelli più strutturati che nascono da consultazioni locali sino a concludersi in forum nazionali,  modifichino o integrino l’assetto istituzionale. Sono delle occasioni per condividere alcuni percorsi decisionali e partecipativi in attesa del ripristino delle normali istituzioni ‘democratiche’ rifondate. Tutti i governi militari proclamano, infatti, la necessita’ di rifondare lo stato, partendo da riforme costituzionali, che non sembrano però portare delle modifiche sostanziali alle possibilità della popolazione di partecipare maggiormente alla vita politica nazionale. Se la revisione della costituzione approvata dall’Assemblea legislativa transitoria burkinabé dà maggiore importanza alle comunità locali, permettendo loro di esprimere pareri sulle questioni della vita nazionale grazie all’istituzione del Consiglio nazionale delle Comunità locali, in Mali, invece, la popolazione ha approvato una nuova costituzione che rinforza il potere del presidente e del governo, centralizzando ulteriormente l’amministrazione dello stato. Guinea, Niger e lo stesso Burkina affermano di voler approvare nel 2024 una nuova costituzione di cui non e’ ancora possibile conoscere gli elementi fondamentali.

Conclusione

Il passaggio che sta vivendo l’Africa occidentale è senza dubbio storico: la fine della françafrique e le nuove politiche di alleanze si appoggiano su opinioni e movimenti largamente condivisi a livello popolare. Il linguaggio utilizzato da chi governa e dalla cittadinanza esprime ora gli stessi sentimenti: unità, indipendenza, sovranità. I nuovi regimi militari rimangono instabili, a rischio di nuovi colpi di stato, ma lo sono anche quelli rimasti filoccidentali (es. Senegal) che registrano l’impossibilita’ della comunità internazionale di ripristinare nei paesi vicini il precedente ordine costituzionale. La volontà di modificare l’agenda politica pare dettata in alcuni casi dalle convinzioni dei nuovi leader politici (Burkina) ed in altri (Mali, Niger) dal momento storico e dalle condizioni che si sono venute a creare nell’area, spingendo anche regimi contrari a modificare la loro politica di alleanze (Guinea) ad intervenire su questioni considerate prima intoccabili. La volontà di ricercare una reale sovranità territoriale, economica e finanziaria si scontra con importanti difficolta’ e mancanze di mezzi economici, materiali e di competenze tecniche che non possono essere recuperate immediatamente e solamente facendo leva sulle risorse interne. Da qui nasce una politica di alleanze ed accordi internazionali ad assetto variabile (Russia, Cina, Turchia) che aspira ad essere più equa rispetto al passato e un’attenzione a non andare ad uno scontro aperto con le grandi multinazionali e le istituzioni finanziarie internazionali delle quali si ha ancora bisogno per investimenti, strumenti e competenze. Nel frattempo, però, si cerca da una parte di mobilitare le risorse interne della nazione e dall’altra di costruire alleanze africane (AES) che non siano alla mercé degli interessi occidentali e diano più forza e stabilità ai nuovi regimi. In concreto, in questo percorso si vedono passi avanti a livello del controllo del territorio, delle risorse economiche e della costruzione di un modello di relazioni più equo e rispettoso degli interessi africani. Manca, a nostro parere, ancora un assetto istituzionale che si allontani dalle fallimentari imposizioni europee e vada verso una maggiore partecipazione popolare, proteggendo il cambiamento in atto e garantendogli un futuro. Un percorso fragile dunque e pieno di contraddizioni, ma da guardare con estremo interesse e sostenere.

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