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ABBIAMO BISOGNO DI UN NUOVO SINDACATO DELLE PERSONE POVERE RADICATO NEL SUD DEL MONDO

*Il caos impera nel Regno Unito, dove la residenza del Primo Ministro a Londra – al numero 10 di Downing Street – si prepara all’ingresso di Rishi Sunak, uno degli uomini più ricchi del paese. Liz Truss conclude così il suo incarico, durato soli 45 giorni, messo in crisi, insieme al suo governo, da un ciclo di scioperi di lavoratrici e lavoratori e dalla mediocrità delle sue politiche. Nella sua mini-finanziaria Truss aveva optato per un assalto neoliberista su vasta scala fatto di riduzioni delle tasse e tagli nascosti ai servizi sociali. Queste politiche hanno sorpreso la classe finanziaria internazionale, il cui ruolo politico è emerso chiaramente quando i ricchi obbligazionisti hanno manifestato la loro perdita di fiducia nel Regno Unito spazzando via i titoli di stato, aumentando così il costo del debito pubblico e quello dei tassi sui mutui per i proprietari di case. È questa ricca classe di obbligazionistə che ha agito come la vera opposizione al governo Truss. Anche il Fondo Monetario Internazionale (FMI) è intervenuto con una dichiarazione forte, affermando che “la natura delle misure del Regno Unito probabilmente aumenterà la disuguaglianza”.

Ciò che è sorprendente qui è la preoccupazione del FMI per l’aumento della disuguaglianza. Nel corso dei settantotto anni della sua storia, da quando è stato fondato nel 1944, il Fondo ha raramente prestato attenzione al fenomeno dell’aumento della disuguaglianza. Infatti, è in gran parte a causa delle sue politiche che la maggior parte dei paesi del Sud del mondo è bloccata in una “trappola dell’austerità” determinata da:

  • Il passato coloniale di saccheggio che ha determinato la necessità, per le nuove nazioni sorte nel secondo dopoguerra, di prendere in prestito denaro dai loro ex governanti coloniali.
  • Il fatto che prendere in prestito questi soldi per costruire infrastrutture chiave, che non erano state costruite durante il periodo coloniale, significava che i prestiti venivano bloccati in progetti a lungo termine che non si ripagavano da soli.
  • La necessità, per la maggior parte di questi paesi, di prendere in prestito più denaro per pagare gli interessi sui prestiti, il che ha provocato la crisi del debito del terzo mondo negli anni ’80.
  • L’utilizzo da parte del FMI di programmi di aggiustamento strutturale per imporre l’austerità in questi paesi come condizione per poter prendere altri prestiti per ripagare quelli precedenti. L’austerità ha impoverito miliardi di persone, il cui lavoro ha continuato a essere trascinato in cicli di accumulazione ed è stato utilizzato – spesso in modo molto produttivo – per arricchire i/le pochə a spese dei/lle moltə che hanno versato il loro sudore nella catena globale delle merci.
  • La minore ricchezza sociale nei paesi del Sud del mondo che è stata determinata dall’impoverimento della popolazione e si è prodotta nonostante la maggiore industrializzazione. Questa diminuzione della ricchezza sociale insieme al saccheggio delle risorse significava sia meno eccedenze per migliorare le condizioni di vita della popolazione sia che i governi di questi paesi dovevano pagare tassi più elevati per prendere in prestito denaro per saldare i propri debiti. Ecco perché dal 1980 i paesi del Sud del mondo hanno visto un deflusso di fondi pubblici per un importo di 4,2 trilioni di dollari per pagare gli interessi sui loro prestiti. Ad aggravare ulteriormente questo saccheggio c’è il fatto che altri 16,3 trilioni di dollari hanno lasciato i paesi del Sud del mondo dal 1980 al 2016 a causa di fatture errate e prezzi errati, nonché perdite nella bilancia dei pagamenti e trasferimenti finanziari registrati.


Le terribili rovine di questo processo di impoverimento del Sud del mondo sono documentate in dettaglio nel nostro
dossier n. 57, The Geopolitics of Inequality: Discussing Pathways Towards a More Just World (ottobre 2022). Il dossier, prodotto dal nostro ufficio di Buenos Aires sulla base di un’analisi dettagliata dei dati disponibili, mostra che mentre la disuguaglianza è un fenomeno globale, i tagli più profondi ai mezzi di sussistenza sono stati fatti nei paesi del Sud del mondo. Ad esempio, il dossier racconta che “nei 163 paesi del mondo, solo il 32% delle famiglie ha redditi superiori alla media globale. Di questo totale, solo pochi paesi della periferia hanno redditi superiori alla media, mentre il 100% dei paesi del centro è al di sopra della media”.

Questa “geopolitica della disuguaglianza” persiste, anche se la produzione industriale si è spostata dal Nord globale al Sud globale. L’industrializzazione nel contesto della divisione globale del lavoro e della proprietà globale dei diritti di proprietà intellettuale significa che mentre i paesi del Sud del mondo ospitano la produzione industriale, non ricevono i guadagni da questa produzione. “Un caso paradigmatico è quello della regione del Nord Africa e del Medio Oriente, che rappresenta il 185% della produzione manifatturiera del Nord, ma rappresenta solo il 15% del reddito pro capite dei paesi ricchi”, osserva il dossier. Inoltre, “il Sud del mondo produce il 26% in più di beni manifatturieri rispetto al Nord, ma rappresenta l’80% in meno di reddito pro capite”.

L’industrializzazione sta avvenendo nel Sud del mondo, ma “i centri del capitalismo globale controllano ancora il processo produttivo e il capitale monetario che consentono l’avvio di cicli di accumulazione produttiva”. Queste forme di controllo sul sistema capitalista (industria e finanza) portano all’aumento incessante della ricchezza dei miliardari (come il nuovo primo ministro britannico, Rishi Sunak) e, insieme, all’impoverimento dei/lle moltə, che vivono prevalentemente in povertà a prescindere dal fatto che lavorino e da quanto duramente lo facciano. Durante i primi anni della pandemia, ad esempio, “emergeva un nuovo miliardario ogni 26 ore, mentre i redditi del 99% della popolazione diminuivano”.

Nell’interesse di costruire un percorso verso un mondo più giusto l’analisi del nostro dossier sulla riproduzione della disuguaglianza si chiude con un piano in cinque punti. Questi punti sono un invito al dialogo.

  1. La parziale disconnessione delle catene globali. Per questo punto, chiediamo nuovi regimi commerciali e di sviluppo che vedano una maggiore partecipazione Sud-Sud e un maggiore regionalismo invece che essere vincolati a catene di merci globali ancorate alle esigenze del Nord globale.
  2. La raccolta delle entrate da parte dello Stato. L’intervento concreto dello Stato attraverso la tassazione (o la nazionalizzazione) nella raccolta di entrate (come le rendite fondiarie, nonché le entrate minerarie e tecnologiche) è fondamentale per ridurre la crescita del reddito della classe dirigente.
  3. La tassazione del capitale speculativo. Le grandi fughe di capitale dai paesi del Sud del mondo non possono essere controllate senza controlli sui capitali o tasse sul capitale speculativo.
  4. La nazionalizzazione di beni e servizi strategici. I settori chiave delle economie del Sud del mondo sono stati privatizzati e acquistati dal capitale finanziario globale, che esporta i profitti e prende decisioni su questi settori in base ai propri interessi e non a quelli di lavoratrici e lavoratori.
  5. La tassazione degli utili straordinari di società e individuali. I profitti astronomici delle imprese sono in gran parte destinati alla speculazione piuttosto che alla produzione o per aumentare i redditi e la qualità della vita della maggioranza della popolazione. Imporre una tassa sui superprofitti sarebbe un passo verso la diminuzione di questo divario.


Quasi cinquant’anni fa i paesi del Sud del mondo, organizzati nel Movimento dei Paesi Non Allineati (Non-Aligned Movement, NAM) e nel G77, hanno redatto una
risoluzione chiamata Nuovo Ordine Economico Internazionale (New International Economic Order, NIEO) e hanno ottenuto il suo passaggio all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 1° maggio 1974. Il NIEO articolava una visione per il commercio e lo sviluppo non basata sulla dipendenza del Sud globale dal Nord globale, con proposte specifiche sul trasferimento scientifico e tecnologico, la creazione di un nuovo sistema monetario globale, il mantenimento della sostituzione delle importazioni, la cartellizzazione e altre strategie per migliorare la sovranità alimentare e guadagnare prezzi più elevati per la vendita delle materie prime, nonché una maggiore cooperazione Sud-Sud.

Molte delle proposte delineate nel nostro dossier e perfezionate per la nostra era sono tratte dal NIEO. Il presidente algerino, Houari Boumédiène, sostenne il NIEO alla riunione del NAM del 1973 ad Algeri. L’anno dopo la risoluzione approvata dalle Nazioni Unite, Boumédiène spiegò che il mondo si trovava a un bivio tra la “dialettica del dominio e del saccheggio da un lato, e dalla dialettica dell’emancipazione e del recupero dall’altro”. Se, continuava l’intervento di Boumédiène, il NIEO non fosse passato e il Nord del mondo si fosse rifuitato di trasferire il “controllo e l’uso dei frutti delle risorse appartenenti ai paesi del Terzo Mondo” ne sarebbe risultata una “conflagrazione incontrollabile”. Tuttavia, piuttosto che permettere l’avvio del NIEO, l’Occidente ha guidato una politica che ha creato la crisi del debito del Terzo Mondo, portando alla “trappola dell’austerità” da un lato e alle rivolte anti-FMI dall’altro. La storia, da allora, non è progredita.

Nel 1979, all’indomani dell’archiviazione del NIEO e della nascita della crisi del debito del terzo mondo, il presidente della Tanzania Julius Nyerere disse che c’era bisogno di creare un “Sindacato delle Persone Povere”. Una tale unità politica non è emersa in quel momento, né esiste un tale “sindacato” nel nostro tempo. La sua costruzione, però, rimane una necessità.

Con affetto,
Vijay

*Traduzione della quarantatreesima newsletter (2022) di Tricontinental: Institute for Social Research.

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