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dicembre, 2018

10dic18:3021:30Roma - NO ergastolo, NO fine pena mai#LoveIsLove

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LUNEDI’ 10 DICEMBRE ALLE 18:30, A VIALE DELLE PROVINCIE 196, INIZIATIVA DI POTERE AL POPOLO ROMA IN OCCASIONE DELLA GIORNATA NAZIONALE CONTRO L’ERGASTOLO.
In occasione dell’anniversario della dichiarazione dei diritti dell’uomo, in tutta Italia, su impulso dell’Associazione Liberarsi, sarà celebrata la giornata contro l’ergastolo. I detenuti e le detenute parteciperanno attivamente all’iniziativa facendo sentire la loro “voce” attraverso il digiuno.
A Roma abbiamo organizzato un incontro per far conoscere cosa significhi in concreto la condanna alla “pena perpetua”, per costruire percorsi di solidarietà e far sentire la propria vicinanza a chi è condannato “a fine pena mai”.

L’iniziativa prevede gli interventi di Caterina Calia, avvocata, e Laura Longo, ex magistrato di sorveglianza, per una breve disamina sui tipi di ergastolo previsti dal nostro ordinamento giuridico.
Affinché il sapere si traduca in “sentire” daremo poi la parola a Nicola Valentino che ha vissuto direttamente l’esperienza e a Valentina Perniciaro attivista da sempre impegnata contro la “pena perpetua”.
L’incontro si concluderà con la lettura di un brano di Franca Rame, tratto dal testo teatrale “Ulrike Meinhof di sesso femminile, comunista” e di alcune poesie e brevi scritti di detenuti condannati all’ergastolo.
A seguire: apericena di autofinanziamento

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Diverse saranno le iniziative organizzate a livello territoriale da Potere al popolo nella giornata del 10 dicembre al fine di testimoniare il proprio impegno per sollecitare l’eliminazione dal nostro ordinamento giuridico di una pena incongrua, anacronistica, inumana ed illegale perché violativa dei principi costituzionali.

In numerosi paesi Europei tale istituto è stato da tempo abolito (Portogallo, Croazia, Norvegia, Serbia, Bosnia); in altri (Francia, Austria, Germania, Danimarca, Belgio, Regno Unito), è stata fortemente attenuata – anche in linea con la sentenza della Corte Europea dei diritti umani del 9 luglio 2013 – attraverso l’introduzione di concreti meccanismi di “riscatto” in favore del condannato.
Nel nostro paese invece si va affermando sempre più l’aberrante scelta politica di utilizzare il carcere in generale (“certezza della pena”) e l’ergastolo in particolare (“buttare via la chiave”) come arma deterrente da esibire ed utilizzare in una realtà sociale di crisi diffusa.

“La certezza della pena” e “buttare via la chiave” diventano slogan propagandistici con l’obiettivo di canalizzare rabbia e frustrazione di interi strati sociali verso ogni forma di devianza.

Contro questo angosciante ritorno all’Italia lombrosiana del secondo ottocento è nostro dovere essere solidali con le lotte e le aspirazioni degli ergastolani, denunciare tutti i dispositivi sanzionatori applicati nei loro confronti ed ostacolare il tentativo di trasformare le persone con fine pena mai in morti viventi, rivendicandone l’appartenenza alla società civile.

L’ergastolo va abolito perché inumano e degradante.

La vita dell’essere umano è determinata da un continuo fluire, da una continua modificazione: nessuno è mai ciò che è stato, né – tanto meno – può essere perpetuamente considerato per quanto egli abbia compiuto in una fase specifica della propria esistenza. Il trascorrere del tempo tutto cambia e modifica con manifesta inesorabilità: il pensiero, il carattere, le attitudini, le modalità del proprio agire.

La complessità della persona umana, se positivamente stimolata, è in grado di far affiorare parti sconosciute e nuove dimensioni dell’uomo; negare all’individuo tale possibilità evolutiva equivale a condannarlo ad un continuo presente-passato privo di senso, rendere sterile la conoscenza di se stesso, costringerlo ad una condizione statica e irrevocabile di vuoto permanente, assimilabile alla definitività della morte.

Una pena che non si adegui al cambiamento della persona, che non abbia un termine per quanto lungo di espiazione, è una pena di tale irrevocabile sproporzione che, anziché essere espressione di giustizia, finisce con l’assumere i connotati della irrazionalità, propri della vendetta (ne è esempio, tra i tanti, la condizione dei detenuti politici del ciclo di lotte degli anni 70-80 ancora in carcere dopo trenta- trentasette anni di reclusione).

L’ergastolo va abolito perché è pena contraria alla Costituzione.

La suprema Carta, nel sancire all’art. 27 che le pene “devono tendere alla rieducazione del condannato”, intende garantire il reinserimento sociale a tutte le persone condannate, senza alcuna distinzione né riferimento alla tipologia dei delitti commessi.
Tale principio, tuttavia, soprattutto in relazione alla pena dell’ergastolo, risulta oggi del tutto disatteso o – peggio ancora – ignorato.
Tantissimi sono ormai i detenuti che dopo decenni di dura carcerazione muoiono in carcere e non pochi quelli che, pur ridotti ad uno stato vegetativo, esalano l’ultimo respiro nel bieco regime del 41 bis. La tracotanza con cui gli esponenti dell’attuale governo Lega-Cinque stelle hanno commentato la sentenza della Corte Europea dei diritti Umani che condannava l’Italia per il trattamento inumano e degradante riservato a Bernardo Provenzano, ci da il polso del livello di guardia a cui si è ormai giunti.

Battersi contro l’ergastolo non è solo una battaglia di civiltà giuridica, ma una scelta coerente con gli obiettivi generali di chi si oppone ad un potere che da innumerevoli anni fa leva sull’emergenza “sicurezza”, artatamente costruita, propagandata e drammatizzata, per attuare interventi repressivi tesi a canalizzare verso il “diverso”, il “migrante”, il “criminale”, quel sentimento diffuso di rabbia e di insicurezza sociale determinato dall’impoverimento crescente delle fasce più deboli della popolazione e dalla riduzione dei diritti primari di sopravvivenza.

Restituire dignità e possibilità di riscatto sociale ai condannati è un impegno politico ineludibile per la costruzione di un nuovo e diverso modello di società fondato sulla solidarietà, sull’equità e sulla giustizia.

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A Roma “Potere al Popolo” ha organizzato un incontro per far conoscere cosa significhi in concreto la condanna alla “pena perpetua”, per costruire percorsi di solidarietà e far sentire la propria vicinanza a chi è condannato “a fine pena mai” (o come piace al DAP degli ultimi anni fino al 31/12/9999).

L’iniziativa si aprirà con una breve disamina della disciplina giuridica dei tipi di ergastolo previsti dal nostro ordinamento e dei diversi effetti che tale pena produce sulla vita delle persone che ne sono destinatarie: da un parte l’ergastolo previsto dal codice penale, che può cessare con la liberazione condizionale dopo ventisei anni e dà la possibilità di accesso ai benefici penitenziari previsti dalla legge Gozzini; dall’altra l’ergastolo “ostativo”, introdotto con il decreto legge n. 306/92 convertito nella legge n. 356/92, sotto la spinta dell’emergenza contro la mafia. E’ il caso dei condannati per taluni delitti di particolare allarme sociale, la cui area di applicazione si è nel tempo notevolmente ampliata, per i quali è preclusa la concessione della liberazione condizionale e dei benefici penitenziari, salvo che non prestino “collaborazione” o che essa sia ritenuta “impossibile o inesigibile”.
La torsione autoritaria espressa da oltre un ventennio con le leggi emergenziali ha dunque differenziato la pena dell’ergastolo, eliminando in alcune fattispecie quel diritto alla speranza – vero e proprio diritto alla sopravvivenza – che veniva garantito persino dal codice Rocco emanato in pieno regime fascista.

Seguiranno le testimonianze di chi ha vissuto direttamente l’esperienza della condanna all’ergastolo e di chi è da sempre impegnata contro la pena perpetua,affinché il sapere si traduca in sentire.

Entrambi i relatori ci accompagneranno in un viaggio – racconto: dall’inferno del carcere borbonico di Santo Stefano dove, dal 1795 al 1965, centinaia, forse migliaia di persone hanno lasciato la vita, fino alle moderne galere odierne in cui il medesimo orrore anche se in forme diverse si ripete e perpetua. Riteniamo che solo un linguaggio non fondato su sterili astrazioni giuridiche, ma sulla realtà esperienziale ed emozionale possa rappresentare la condizione drammatica di chi attende una liberazione che potrebbe non verificarsi mai.

L’incontro si concluderà con la lettura di un brano di Franca Rame, tratto dal testo teatrale “Ulrike Meinhof di sesso femminile, comunista” e di alcune poesie e brevi testi scritti da detenuti condannati all’ergastolo.

A seguire apericena e dibattito.

https://www.facebook.com/events/292008384752068/

Ora

(Lunedì) 18:30 - 21:30

Luogo

Viale delle Provincie, 196, 00161 Roma RM, Italia

Viale delle Provincie, 196, 00161 Roma RM, Italia

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