
Nel 1962, Florence Nwanzuruahu Nkiru Nwapa (1931-1993), conosciuta come Flora Nwapa, inviò un manoscritto allo scrittore nigeriano Chinua Achebe (1930-2013). Quattro anni prima, Achebe, alla tenera età di ventotto anni, aveva pubblicato il suo romanzo di riferimento Things Fall Apart con Heinemann. Il romanzo arrivò nell’ufficio londinese della casa editrice Heinemann quando il movimento decoloniale stava iniziando a cambiare la forma del continente africano (il Ghana ottenne l’indipendenza nel 1957, tre anni dopo la Nigeria, entrambi i Paesi con una popolazione anglofona, per quanto piccola, che utilizzava i libri scientifici e in inglese di Heinemann nel loro sistema educativo). Il libro di Achebe ispirò Alan Hill della Heinemann a reclutare Evander “Van” Milne della casa editrice Nelson (dove Milne aveva pubblicato l’autobiografia di Kwame Nkrumah nel 1957). Sia Hill che Milne erano di sinistra, motivo per cui la African Writers Series (AWS) della Heinemann pubblicò le opere di Nkrumah, Kenneth Kaunda e altri leader del movimento di liberazione nazionale. Quando Flora Nwapa inviò il suo libro a Achebe, questi lavorava come consulente per l’AWS e le inviò dei soldi per spedire il manoscritto a Londra.
Heinemann pubblicò il libro di Nwapa Efuru nel 1966, rendendolo uno dei primi romanzi in lingua inglese di una donna africana ad essere pubblicato e il 26° della serie. Il libro successivo di una donna, sempre di Nwapa, fu Idu (1970), il 56° della serie. Le autrici di questa storica serie di narrativa africana erano straordinarie sia per la loro genialità che per la loro rarità:
N. 100: Bessie Head (Sudafrica), Maru (1972)
N. 131: Doris Lessing (Zimbabwe), The Grass is Singing (1973)
N. 149: Bessie Head (Sudafrica), A Question of Power (1974)
N. 159: Martha Mvungi (Tanzania), Three Solid Stones (1975)
N. 177: Nadine Gordimer (Sudafrica). Some Monday for Sure (1976)
N. 182: Bessie Head (Sudafrica), The Collector of Treasures (1977)
N. 203: Rebeka Njau (Kenya), Ripples in the Pool (1978)
N. 227: Buchi Emecheta (Nigeria), The Joys of Motherhood (1979)
N. 220: Bessie Head (Sudafrica), Serowe: Village of the Rain Wind (1981)
N. 248: Mariama Bâ (Senegal), So Long a Letter (1989)
Le ex colonie francesi e portoghesi non erano da meno. Aminata Sow Fall del Senegal ha aperto la strada con Le revenant (Il fantasma, Dakar: Nouvelles Editions Africaines, c. 1976) in francese, mentre Paulina Chiziane del Mozambico lo ha fatto in portoghese con Balada de Amor ao Vento (Ballata d’amore al vento, Maputo: Associação dos Escritores Moçambicanos, 1990) insieme a Filomena Embaló della Guinea-Bissau con Tiara (Lisbona: Instituto Camões, 1999). Ciascuno di questi libri è incentrato sulla lotta per la libertà.
Nel frattempo, Mabel Dove Danquah ed Efua Sutherland furono pioniere del giornalismo in Ghana, con Danquah che diresse l’Accra Evening News nel 1951 e Sutherland che diresse la rivista letteraria Okyeame e fondò la Ghana Society of Writers nel 1957 (Sutherland creò anche i Ghana Experimental Players e il Ghana Drama Studio nel 1961). In Sudafrica, Noni Jabavu pubblicò le sue memorie Drawn in Colour: African Contrasts con l’editore londinese John Murray nel 1960, mentre Miriam Tlali pubblicò il suo favoloso romanzo Between Two Worlds (originariamente pubblicato con il titolo Muriel at Metropolitan) con Ravan Press nel 1975. In Kenya, Grace Ogot è stata la prima donna a essere pubblicata dalla East African Publishing House con il suo romanzo The Promised Land (1966), mentre in Nigeria Zulu Sofola ha prodotto la sua opera teatrale The Deer and The Hunters Pearl (1969). L’egiziana Nawal El Saadawi, la marocchina Khanata Banuna e l’algerina Assia Djebar hanno aperto la strada a molte altre donne che scrivono in arabo. C’è una ricca tradizione di scrittrici nel continente africano.
È proprio per questo che Inkani Books, affiliata a Tricontinental: Institute for Social Research, ha deciso di offrire un premio annuale per un manoscritto di saggistica scritto da una donna (sia cis che transgender). Come ha scritto la nostra redattrice di Inkani Books, Efemia Chela, in una newsletter di Tricontinental Pan-Africa all’inizio di quest’anno: “Questo premio non è solo un riconoscimento, è una rivendicazione di spazio, una dichiarazione che le narrazioni delle donne rivoluzionarie africane non saranno più marginalizzate”.
Il premio prende il nome dalla grande rivoluzionaria africana Andrée Blouin (1921-1986), che fu una stretta collaboratrice di Patrice Lumumba (con cui scrisse il suo discorso di indipendenza pronunciato nel giugno 1960). Si radicalizzò quando suo figlio René morì di malaria all’età di due anni dopo che gli era stata negata la chinina salvavita in un ospedale coloniale francese, dove il farmaco di cui aveva bisogno era riservato solo alle persone europee. Nella sua autobiografia My Country, Africa (1983), ha scritto del colonialismo e dell’orrore della normalità coloniale: “Ho capito finalmente che non si trattava più del mio destino calunniato, ma di un sistema malvagio i cui tentacoli raggiungevano ogni fase della vita africana”.
Pur affermandosi come giornalista schietta, Blouin fu invitata da Antoine Gizenga (in seguito primo ministro della Repubblica Democratica del Congo) a fondare il Mouvement Féminin pour la Solidarité Africaine (Movimento delle donne per la solidarietà africana). Blouin scoprì che il Congo, quella “straordinaria riserva di minerali”, era trattato come il caveau personale del Belgio. La sua associazione con il movimento per la libertà di Lumumba la introdusse a spiriti affini e accese un profondo senso di gioia nella lotta. Le grigie realtà del colonialismo impallidirono di fronte alla luminosità della liberazione nazionale.
Quando nel 1983 Blouin pubblicò la sua autobiografia, non ricevette l’accoglienza che meritava. Erano tempi difficili per il panafricanismo e per il Terzo Mondo: i sogni di liberazione nazionale erano stati in gran parte schiacciati dai colpi di stato (contro Lumumba nel 1961 e Nkrumah nel 1966), dalla crisi del debito (quasi tutti i paesi africani faticavano a pagare i loro debiti sempre più ingenti) e dall’emergere di borghesie nazionali che sembravano più contente di collaborare con le compagnie minerarie internazionali che di costruire le proprie economie. L’unica nota positiva in questo periodo venne dall’Alto Volta, dove Thomas Sankara prese il potere nel 1983, cambiò il nome del suo paese in Burkina Faso (che significa “terra di persone integre”) e rilanciò un programma che avrebbe reso orgoglioso Lumumba (non sappiamo come reagì Blouin alla notizia di questo sviluppo nel Sahel). Se l’autobiografia di Blouin, pubblicata lo stesso anno in cui Sankara prese il potere, fosse stata collegata al dinamismo del Burkina Faso, si sarebbe potuto rinnovare l’interesse per la linea storica che andava da Blouin a Sankara, che pose l’emancipazione femminile al centro del progetto rivoluzionario del suo Paese. Purtroppo, quel collegamento non è stato adeguatamente rafforzato.
Negli ultimi anni, tuttavia, c’è stata un’importante ripresa dell’eredità di Blouin. Ecco alcuni dei contorni di questa rinascita:
- Nel 2019, a Kinshasa (Repubblica Democratica del Congo), alcuni giovani hanno creato il Centre Culturel Andrée Blouin per organizzare eventi e formare i giovani congolesi alla storia e alle possibilità del panafricanismo.
- Nel 2023, Tricontinental: Institute for Social Research ha collaborato con il Centre Culturel Andrée Blouin, il Centre for Research on the Congo-Kinshasa (CERECK) e Likambo Ya Mabele (Land Sovereignty Movement) per ricercare e scrivere il dossier n. 77 The Congolese Fight for Their Own Wealth (pubblicato nel giugno 2024).
- Nel 2024, il pluripremiato regista Johan Grimonprez ha posto la storia di Blouin al centro del suo film Soundtrack to a Coup d’État, candidato all’Oscar.
- Nel 2025, la Verso Books ha ripubblicato My Country, Africa con un epilogo della figlia di Blouin, Eve.
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L’anno prossimo, la Inkani Books pubblicherà l’avvincente storia di Ludo Martens sulla ribellione guidata dal compagno di Blouin, Pierre Mulele.
Ci auguriamo vivamente che il premio annuale possa dare ulteriore impulso alla scrittura di saggistica da parte di donne africane della stirpe di Blouin e che la sua esistenza possa aumentare l’interesse per donne come Blouin, Josie Mpama, Ruth First e altre che hanno dato la vita per la lotta per l’emancipazione panafricana.
Molte di queste donne, come Blouin, hanno contribuito alla costruzione di istituzioni. Nwapa, ad esempio, non era solo una scrittrice, ma anche un’editrice che nel 1977 fondò Tana Press per garantire che i libri scritti nel continente trovassero lettori nel continente. Anche i movimenti di liberazione nazionale hanno creato le proprie case editrici, che hanno avuto un impatto sulle campagne di alfabetizzazione nei loro paesi, come abbiamo mostrato nel nostro studio sulla formazione politica in Guinea-Bissau. C’è una ricca storia dell’editoria libraria africana che merita ulteriori studi, tra cui editori come Alioune Diop (Présence Africaine, 1947), D. B. Oni (Onibonoje Press, 1958), Engelbert Mveng (Editions CLE, 1963), Henry Chakava, Taban Lo Liyong e Ngũgĩ wa Thiong’o (East African Publishing House, 1965), Margaret Busby (Allison and Busby, 1967), Mothobis Mutloatse e Miriam Tlali (Skotaville Publishers, 1982), Irene Staunton e Hugh Lewin (Baobab Books, 1987) e Walter Bgoya (fondatore di Mkuki na Nyota, 1981). Il loro lavoro ispira Inkani Books.
Diffondete la notizia del Premio Andrée Blouin, le candidature devono essere presentate entro il 30 aprile.
Con affetto,
Vijay
*Traduzione della quattordicesima newsletter (2025) di Tricontinental: Institute for Social Research.
Come Potere al Popolo traduciamo la newsletter prodotta da Tricontinental: Institute for Social Research perché pensiamo affronti temi spesso dimenticati da media e organizzazioni nostrane e perché offre sempre un punto di vista interessante e inusuale per ciò che si legge solitamente in Italia. Questo non significa che le opinioni espresse rispecchino necessariamente le posizioni di Potere al Popolo. A volte accade, altre volte no. Ma crediamo sia comunque importante offrire un punto di vista che spesso manca nel panorama italiano.