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Discriminati perchè iscritti al sindacato: PaP li difende nel processo

Il 28 Febbraio 2019 abbiamo partecipato, insieme all’avvocato Carlo De Marchis, alla prima udienza di un importante processo per discriminazione ideologica a danno di 5 lavoratori pakistani, impiegati in un grande panificio del basso Lazio, “rei”, agli occhi del padrone, di essersi iscritti al sindacato. Vi abbiamo raccontato la loro storia qui.

Di processi del genere non se ne fanno molti, in Italia, specialmente relativi a questioni come questa: i lavoratori, per il loro padrone, erano “comunisti” e per questo non potevano stare “a casa sua” (il panificio).

Noi siamo nati per stare dalla parte degli oppressi e degli sfruttati, siamo comunisti per questo: se qualcuno rischia di perdere il posto perché si iscrive al sindacato, perché si organizza per migliorare le sue quotidiane condizioni di lavoro, perché, insomma, agli occhi di qualcun altro è “comunista”, il nostro posto è al suo fianco.

Alla prima udienza abbiamo potuto conoscere i lavoratori e le loro storie. Vengono dal Pakistan, un paese lontanissimo dal nostro di cui, in fondo, non sappiamo niente, tranne quando diventa un nome per i media, per qualche giorno. Sono partiti, come tante e tanti italiani hanno fatto e continuano a fare, per cercare un lavoro dignitoso che permettesse loro di vivere e di far vivere le loro famiglie.

Si sono trovati a lavorare in un forno anche per diciotto ore di fila, come schiavi, alle dipendenze di un italianissimo padroncino che ritiene anche di fare un favore a “offrire lavoro”. Alcuni loro fratelli, che hanno perso il posto prima di loro per essersi ribellati, sono stati costretti, dalle disumane leggi del nostro Paese, a ritornare in Pakistan; gli altri stanno lottando, tra orari impossibili, paghe da fame, insulti e minacce, per resistere, per vincere, per non farla passare liscia, ancora una volta, all’ennesimo rappresentante della frazione più odiosa della classe dominante, quegli “imprenditori” italiani che si procurano fortune con tre colonne portanti del famoso made in Italy: lavoro nero o sottopagato, evasione, aiuti pubblici.

Noi ci convinciamo sempre di più di non avere bisogno di queste bande di parassiti che si arricchiscono col sudore degli altri; non c’è nessun “valore” nel fare impresa in questo modo, nessun orgoglio, nessuna dignità. La dignità e l’orgoglio li abbiamo visti sulle facce dei lavoratori che abbiamo incontrato ieri, facce come le nostre, sorridenti come noi sorridiamo quando ci riconosciamo parte di un processo collettivo inarrestabile, e procediamo determinati verso la direzione che abbiamo scelto.

Il processo non è ancora concluso, noi lo seguiremo fino alla fine e saremo presenti ogni volta che sarà utile, anche in altre occasioni, perché purtroppo siamo consapevoli che questo è solo un esempio di una situazione, quella della discriminazione nei confronti di chi si organizza e reclama diritti, molto più diffusa di quanto non possa emergere dalle carte dei tribunali.

Siamo piccoli, siamo imperfetti, ma abbiamo ben chiaro chi sono i nostri, da che parte stiamo e chi sono i nostri nemici.

PRIMA GLI SFRUTTATI!

I lavoratori in lotta!
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