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[TORINO] VERTENZA EX EMBRACO, CAMBIARE STRADA

Dopo l’incontro al Mise del 3 febbraio, di cui avevamo anticipato gli scenari (confermati nella sostanza dallo stesso resoconto del ministero), nella fase ovattata dell’emergenza coronavirus sembra che “l’orologio” di questa vertenza si sia fermato all’ultima “protesta” effettuata al quartier generale Whirlpool di Pero (VA) contro la mancata riconvocazione dopo i fatidici quindici giorni, ampiamente trascorsi.

Naturalmente, non è così, ma non solo perché invece le lancette si muovono inesorabili verso la scadenza di luglio della CIG, ma anche perché è arrivata una reazione inedita dal versante sindacale. Infatti, dopo il primo esposto  ora ce n’è un altro che, come scrive il “Corriere di Chieri”, “finirà nelle mani dello stesso PM”. Un’iniziativa legale, insomma, che spingerà la Procura ad attivarsi su questo fascicolo.

Bene. Noi diciamo subito due cose in una: non siamo per la “via giudiziaria alla lotta di classe”, ma rileviamo che si tratta di un atto dovuto di fronte allo scempio di questa vicenda, anzi ritardato dalla paura di contribuire alla dichiarazione di fallimento di Ventures. Ma ora, evidentemente, davanti all’impaludamento di questa brutta storia (chissà quando ci sarà la nuova convocazione al Mise, e comunque sappiamo che quel percorso, che passa per Invitalia fino a nuovi consulente e investitore, sarebbe una nuova truffa), si agisce. Con una novità rilevante, rispetto ad esempio al caso Blutec, dove ci si è ben guardati dal tirare in ballo FCA: qui invece l’esposto è anche contro Whirlpool. A maggior ragione, in questo momento occorre allora la massima chiarezza, proprio alla luce del caso Blutec, laddove si è arrivati al commissariamento: che per ex Embraco sarebbe la via maestra al famigerato “spezzatino”.

La novità, invece, va valorizzata: è proprio con Whirlpool, non con i “servi sciocchi” di Ventures, che bisogna prendersela, contro il grottesco gioco delle parti per il quale sono ora bloccati i soldi per stipendi e CIG (che però arriva lo stesso per “volontarismo” del consulente).

Per FIM-FIOM-UILM è l’occasione per cambiare completamente strada, rispetto alla gestione sciagurata di questa vertenza, nella quale si è tornati a coinvolgere Whirlpool dopo averla lasciata agire clamorosamente indisturbata. Cambiare strada significa prendere atto del fallimento della reindustrializzazione, per uscire fuori dal vicolo cieco in cui si continua assurdamente a riproporla tale e quale.

Infatti: come entra, nel gioco della trattativa avviata il 3 febbraio, questa mossa? Come un’arma di pressione per farla riprendere? Nossignori: l’esposto stesso, di per sé, cambia completamente le carte in tavola perché denuncia, come recita il comunicato sindacale unitario, che “Embraco Whirlpool ha tratto vantaggi da questa vicenda ottenendo l’assenso delle organizzazioni sindacali e dei dipendenti al trasferimento ad altro soggetto dei loro rapporti di lavoro, della cui responsabilità si è liberata”. Molto bene: ma se il sindacato denuncia che è stato ingannato, vuol dire che non è più disposto a farsi ingannare.

Potere al Popolo appoggia quindi questa iniziativa legale se essa equivale, nella gestione della vertenza, alla brusca frenata che occorre imprimere alla sua dinamica, diretta inevitabilmente verso un nuovo inganno. Altrimenti è solo un espediente attraverso il quale il sindacato dissimula all’infinito le proprie responsabilità.

Se c’è l’inganno, non bisogna ripetere lo stesso identico scenario, come invece si è stabilito al Mise il 3 febbraio; anzi, se c’è l’inganno bisogna utilizzare l’impasse attuale di quel percorso per fermare tutto, e ripartire esattamente da quel punto: non bisognava permettere a Whirlpool di utilizzare la reindustrializzazione per liberarsi delle proprie responsabilità verso la fabbrica di Riva di Chieri. Ma ora, svelato l’inganno, bisogna riportare quella fabbrica nelle condizioni produttive che le erano proprie prima dell’inganno stesso. E se non lo fa Whirlpool, lo deve fare lo stato: l’esposto sindacale alla Procura ha senso solo se ora l’obbiettivo della trattativa al Mise diventa la richiesta della nazionalizzazione.

Su questa rivendicazione strategica, oggi, non sono più possibili mistificazioni. Se per ex Ilva si discute di una partecipazione pubblica, se per la ripresa economica dalla crisi dovuta al coronavirus entano in campo “consiglier* del principe” apertamente schierati per un forte intervento dello stato nell’economia, allora non siamo più al balletto delle interviste, non siamo ad una disputa ideologica, siamo nell’ambito delle vere scelte di politica economica.

Perciò al governo “del cambiamento”, il quale pensa di circoscriverle all’emergenza, diciamo una cosa molto semplice: eravamo già in emergenza generale, relativamente alla struttura della nostra economia, sottoposta ai danni della crisi finanziaria come ai diktat della UE, alla speculazione ed alle scorribande delle multinazionali. Ora si tratta di decidere concretamente se, con l’alibi dell’emergenza sanitaria (peraltro vera ed effettiva), innovazione e tenuta del sistema entrano in contrapposizione, bruciando posti di lavoro e tessuto sociale, o sviluppano finalmente una dialettica virtuosa.

Una vertenza come quella di ex Embraco sta pienamente dentro questo orizzonte, non è un episodio minore, come non lo è quello di tante altre vertenze e in particolare quello di Whirlpool Napoli: insieme, definiscono un fronte comune fondamentale, in questo momento, con le stesse parole d’ordine, con gli stessi obbiettivi.

Occorre però innanzitutto, come dicevamo, “rimettere la palla al centro”: nella vertenza ex Embraco, il sindacato è stato ingannato, o ha scelto di farsi ingannare? La risposta sta tutta nel comportamento che si deciderà di tenere in questa fase.Tuttavia, affinchè la posta in gioco emerga chiaramente, bisogna fare piazza pulita della “narrazione” tossica che accompagna fin dall’inizio, e tutt’ora, questa vicenda.

Per questo, abbiamo chiesto ad un operaio ex Embraco di ricostruirne i passaggi, nell’intervista pubblicata qualche giorno fa. C’è stata finora una “sovraesposizione mediatica” di questa storia, ma più o meno sempre sulla base dello stesso copione. Noi, ora, cambiamo registro, guardando le cose non solo dalla parte delle “vittime”, bensì dalla parte delle vittime che sanno usare la loro testa, con un punto di vista autonomo.

Un gesto essenziale, per stringere il legame con la lotta di Napoli e di Taranto, con quella in Francia o con chi combatte i licenziamenti (e il precariato) sul tetto di una fabbrica; per non pregiudicare il futuro di chi lotterà domani.

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