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Potere al popolo sarà femminista o non sarà 

Sin dai nostri primi passi nella costruzione di Potere al Popolo, abbiamo affermato di voler essere un movimento femminista, di credere nell’autodeterminazione delle donne e di voler combattere la violenza maschile. Ma cosa vuol dire, in fondo, costruire un’organizzazione antisessista e femminista, e perché è ancora necessario oggi? Le attiviste e gli attivisti che partecipano al “tavolo genere” di Potere al popolo! hanno sentito la necessità di proporre una traccia di discussione a disposizione di tutte le assemblee e di tutte e tutti i e le militanti, aderenti e simpatizzanti del nostro movimento per incoraggiare una riflessione collettiva su questo tema fondamentale.

Perché Potere al Popolo deve essere femminista? 

La risposta a questa domanda potrebbe essere molto breve: perché il patriarcato non è morto, anzi! Ma vale la pena ancora una volta esplicitare un po’ di più questa risposta…

Possiamo partire semplicemente dalle nostre esperienze di vita come donne. Ognuna di noi l’ha sperimentato in forme diverse: chi ha sempre dovuto cucinare e lavare i piatti mentre il compagno o i fratelli stavano seduti a tavola, chi lavora a tempo pieno eppure continua a fare la maggior parte dei lavori di casa e dei compiti parentali, chi ha subito aggressioni sessuali, chi è stata più volte seguita di notte nella strada, insultata e minacciata, chi ha visto sua madre essere picchiata, chi è consapevole di non aver i mezzi materiali per lasciare un uomo che vorrebbe lasciare, chi pur essendo riuscita ad avere un contratto stabile sa di dover dimostrare di più di aver “meritato” la propria posizione, chi si vergogna del proprio corpo perché non corrisponde ai criteri di bellezza femminile diffusi in maniera martellante e onnipresente nella società, chi non si sente libera di vestirsi come vorrebbe, chi è stata molestata da un padrone o stalkerizzata per mesi da uno sconosciuto, ecc. Si potrebbe continuare all’infinito, ma il succo è che tutte queste forme di violenza, d’oppressione e di discriminazione fanno parte di un unico sistema sociale di dominazione che è chiamato comunemente e che noi chiamiamo patriarcato: un ordine sociale di dominazione maschile che convive ed è intrecciato con altri tipi di dominazione ugualmente nocivi per la società e gli individui. Questo non riguarda o interessa solo le donne: il patriarcato agisce anche sugli uomini, attraverso la virilità imposta, esclusione dell’emotività, la performatività muscolare.

Non c’è un ambito della vita di noi tutte che non sia profondamente condizionato dal sistema patriarcale: nemmeno lo spazio apparentemente “sicuro” delle assemblee, dei collettivi, dell’attività politica. Viviamo in questa società e dalle sue regole e impostazioni siamo inevitabilmente condizionati, è per questo che non dobbiamo credere di poter “riposare sugli allori” pensando i luoghi e le relazioni che riguardano la militanza come già di per sé bonificati. Dobbiamo lavorare, verso l’esterno come verso l’interno, per liberarci da automatismi che si sono sedimentati negli anni nel nostro modo di relazionarci e di fare politica. Non solo rivedendo i nostri schemi di pensiero e i nostri comportamenti, aprendo spazi comuni di riflessione ma anche e soprattutto inquadrando i temi e le modalità del nostro fare politica in senso femminista.

Ogni battaglia – ambientale, lavorativa, per i diritti, culturale, etc. – ha un peso e un modo di incidere differente sui soggetti riconosciuti come egemoni (maschi bianchi ed eterosessuali) e su quelli non egemoni, essere coscienti di questa realtà di disuguaglianza profonda significa assumere atteggiamenti adeguati, ma anche inquadrare in maniera più concreta le questioni e dunque essere più incisivi ed efficaci.

Già nel nostro primo programma politico, sottolineavamo che:

“Nel Gender Gap Report 2017, il rapporto sul divario tra uomini e donne, l’Italia è all’82esimo posto su 144, era al 50esimo nel 2015: si inaspriscono dunque le disuguaglianze. Sulle donne continua a scaricarsi il doppio lavoro produttivo e riproduttivo, le gerarchizzazioni dentro il lavoro, il dominio maschile dello spazio pubblico, la violenza materiale e simbolica che nega i percorsi di autodeterminazione e libertà.

La crisi ha acuito i problemi. L’Italia è penultima in Europa per occupazione femminile, sulle donne si concentrano il part-time imposto (più che doppio rispetto agli uomini), la precarietà e la sottoccupazione. I tagli al sistema di welfare, in una società incapace di rimettere in discussione la divisione dei ruoli maschili e femminili, si traducono nella negazione del “diritto al tempo” con le donne che dedicano al lavoro domestico e di cura una media di oltre 5 ore al giorno, il triplo degli uomini. La violenza contro le donne è cronaca quotidiana, tra le mura domestiche dove si consuma la maggior parte delle violenze, nella perpetuazione di un dominio maschile incapace di fare i conti con l’affermazione di autonomia e libertà delle donne. La questione di genere si intreccia con la questione di classe, e colpisce in particolare i corpi delle donne migranti.

Le discriminazioni sul lavoro e nella società, la violenza riguardano anche gay, lesbiche, trans e tutto l’universo LGBTQI (…)”

Oggi più che mai infatti, abbiamo bisogno di organizzarci per resistere alla doppia offensiva a cui l’emancipazione delle donne deve fare fronte: quella in salsa neoliberista che distrugge i servizi pubblici e la sicurezza sociale, fa pesare sempre di più il lavoro riproduttivo sulle spalle delle donne e precarizza particolarmente il lavoro femminile; e quella in salsa neoconservatrice – che assume il volto del neofascismo e dell’estremismo religioso, basti pensare al Congresso della famiglia di Verona dello scorso anno – che promuove il ritorno a delle norme sociali regressive misogine, patriarcali e omofobiche. Due lati della stessa medaglia.

In risposta a queste due forme di violenza sistemica, che solo apparentemente hanno obiettivi opposti, si è riattivato, negli ultimi anni, in forme diverse da quelle conosciute in passato, un movimento femminista mondiale: dall’Argentina alla Polonia, dagli Stati Uniti alla Spagna. L’onda di liberazione della parola #MeToo ha contribuito a rendere più visibili queste violenze, e a sensibilizzare l’opinione pubblica sul carattere strutturale del problema. Lo sciopero dal lavoro riproduttivo e produttivo degli scorsi 8 marzo ha cominciato a mettere in luce le tante forme di sfruttamento invisibili, nel lavoro di cura, nel lavoro da casa e nella richiesta di disponibilità e prestazione permanente. Anche in Italia, con la comparsa di “Non una di Meno”, il movimento femminista è tornato ad esprimere da qualche anno una forte capacità di mobilitazione e proposta.

Il nostro femminismo: un femminismo egalitario e popolare

Il femminismo non è nato oggi: ha combattuto e vinto molte e importanti battaglie di cui ci sentiamo eredi. Ma cosa intendiamo per femminismo? In primo luogo, significa fine della disuguaglianza, giustizia sociale e solidarietà tra gli oppressi. Esistono un’infinità di femminismi diversi, che rendono necessaria un’esplicitazione di quello che intendiamo quando diciamo che Potere al Popolo deve essere femminista.

Pensiamo che il nostro femminismo possa solo essere un femminismo genuinamente egalitario e popolare. Come le autrici del recente manifesto Femminismo per il 99%, pensiamo che sia necessario scongiurare il femminismo liberista, un femminismo dell’elitismo, dell’individualismo e dell’aziendalismo, quello della donna manager in carriera o del ‘microcredito’ alle donne del Sud del mondo, che propone solo piccoli miglioramenti senza cambiare il quadro dello sfruttamento e della disuguaglianza, e che non ha niente da offrire alla vasta maggioranza delle donne che non hanno i privilegi delle élites. Come Nancy Fraser, Cinzia Arruzza e Tithi Bhattacharya:

Il femminismo che abbiamo in mente riconosce che dobbiamo rispondere a una crisi di proporzioni epocali: standard di vita in caduta verticale e un incombente disastro ecologico; guerre sanguinarie e aumento dell’espropriazione; migrazioni di massa e fili spinati; crescita di razzismo e xenofobia; revoca di quei diritti riproduttivi, sociali e politici ottenuti attraverso dure lotte.
Vogliamo affrontare queste sfide. Evitando le mezze misure, il femminismo che ci immaginiamo si propone di contrastare le radici capitaliste di questa metastasi barbarica. Rifiutiamo di sacrificare il benessere di molte al fine di proteggere la libertà di poche, sostenendo la causa dei bisogni e dei diritti della vasta maggioranza, composta da donne povere e lavoratrici, da donne migranti e razzializzate, da queer, da trans, da donne disabili, da donne incoraggiate a percepirsi come “ceto medio” anche quando il capitale le sfrutta. Ma non finisce qui. Questo femminismo non si limita alle “questioni delle donne” come sono tradizionalmente definite. Sostiene tutti gli sfruttati, i dominati e gli oppressi, nell’ambizione di rappresentare una speranza per tutta l’umanità. Per questo lo chiamiamo femminismo per 99%. (cit., pp. 17-18)

Le donne sono le prime vittime della devastazione ambientale, delle politiche imperialiste e razziste, della precarizzazione sempre maggiore di una parte della popolazione mondiale, della distruzione del welfare. Un femminismo popolare ed egalitario è dunque un femminismo che si intreccia necessariamente con la lotta di classe, è un femminismo internazionalista, ambientalista, antirazzista e laico. È un femminismo che rifiuta per esempio che l’empowerment di alcune donne privilegiate si faccia ai costi di altre donne sottopagate, spesso migranti, a cui subappaltano i lavori domestici e quelli di cura. È un femminismo che si oppone all’austerità e all’offensiva del capitale finanziario, e che è naturalmente alleato di tutti i movimenti che si oppongono ai tagli a scuola, salute, edilizia popolare, trasporti e protezione ambientale, e che difendono le nostre comunità. Pensiamo infine che bisogna evitare di rinchiudersi in un femminismo settario o intellettuale che non arriva alle persone. Noi siamo per un femminismo popolare, capillare, di massa, accessibile a tutte e tutti attraverso il linguaggio come nelle pratiche.

Questo breve testo si pone come primo obbiettivo quello di rafforzare il dibattito politico sulle questioni di genere all’interno delle nostre assemblee e di spingerci alla riflessione, ma nessuna riflessione o approfondimento raggiunge il suo pieno senso se non viene costantemente messa in relazione con le pratiche quotidiane. La riflessione trasforma le pratiche e evolve nella continua messa a verifica della sua fondatezza attraverso di esse.  Il senso di questo dibattito interno deve dunque essere quello di darci migliori strumenti per trasformare la realtà, per capirci tra di noi e farci capire dai soggetti con i quali entriamo in relazione. Il femminismo non è solo tra le pagine dei nostri testi di riferimento, nelle iniziative troppo spesso frequentate quasi esclusivamente da noi attiviste: il desiderio di uguaglianza, la capacità di darsi sostegno reciproco vivono nelle lotte quotidiane di ciascuna di noi, sul lavoro, in famiglia, nelle piazze. Diamoci, tutte assieme, il compito di rendere sempre più consapevole e organizzato questo senso di solidarietà e la capacità di riconoscimento tra donne. Come?

– mettendosi all’ascolto, possibilmente essendo semplici, concrete e dirette nella comunicazione delle nostre istanze, nelle pratiche e nel linguaggio che scegliamo di utilizzare;

– rivedendo i meccanismi che, all’interno dei movimenti, finiscono per inibire la partecipazione e depotenziare le lotte. Assieme al dibattito dobbiamo ampliare l’attività concreta sulle questioni di genere: mettendo in evidenza, nella condizione comune di oppressione, la specificità della condizione femminile, organizzando la solidarietà attraverso il mutualismo, riprendendo potere attraverso il controllo popolare.

Dovremmo infine provare a evitare di rappresentarci il mondo come diviso in due comparti stagni: da un lato le attiviste consapevoli, dall’altro i supporter di Salvini e della destra più becera che rivogliono la donna come angelo del focolare. Un femminismo popolare già c’è e va fatto emergere con ancora più forza, esiste nella sensibilità comune, che è, per fortuna, ancora più ampia di quella dimostrata dalle enormi masse di donne che sono scese in piazza per i loro diritti in questi anni.

Come costruire un’organizzazione femminista? L’antisessismo nella pratica militante e all’interno dei movimenti

Ma per dare forza e credibilità alla nostra lotta femminista, dobbiamo essere noi per prime e primi il cambiamento che proponiamo al mondo. Sarebbe ingenuo pensare che lo spazio politico che stiamo costruendo possa essere naturalmente immune alle dinamiche di dominazione e di oppressione che caratterizzano la nostra società e di cui siamo figli e figlie.

Da un lato, possiamo essere fiere di aver adottato un modello di organizzazione che insiste particolarmente sulla parità di genere nei ruoli di rappresentanza, le istanze decisionali e i vari organi funzionali di Potere al Popolo. Da un altro lato, però, dobbiamo essere consapevoli che non basta avere 50% di rappresentanza e di partecipazione femminile per eradicare il sessismo dai nostri spazi. È necessario dunque avviare una riflessione seria sul modo di creare degli spazi di lotta politica che siano luoghi di emancipazione invece che di oppressione, che permettano alle compagne di svolgere la loro militanza in modo sereno.

In questo, ci vogliamo ispirare ad esempio al movimento di liberazione curdo, dove la liberazione delle donne non è semplicemente un obiettivo inseguito, ma è una pratica attiva, un metodo applicato giorno dopo giorno. Si tratta di mirare ad una rivoluzione radicale del pensiero mettendo al centro la liberazione delle donne, non intesa come mera riflessione sul tema e nemmeno come effetto collaterale positivo della rivoluzione, ma come la sua anima, la sua condizione, il suo metodo. La rivoluzione del Rojava ce lo ha insegnato: senza distruzione delle dinamiche di potere, marginalizzazione e sopraffazione di un genere sull’altro, che riproducono un’ideologia di possesso e di sfruttamento, non possono sorgere vere possibilità di società alternativa, di emancipazione e di giustizia sociale. Concretamente, nella lotta curda, questo processo si è potuto mettere in moto grazie alla partecipazione di migliaia di donne alle organizzazioni curde (incluso nelle posizioni di dirigenza) ed è passata anche attraverso la consapevolezza da parte delle donne del bisogno di organizzarsi autonomamente, e separatamente, per rafforzare prima la loro solidarietà interna e poi la loro liberazione. In Rojava, le donne formano le loro strutture autonome e i loro meccanismi di auto-decisione. Così sono riuscite ad imporre un clima politico che stabilisce che la violenza contro le donne, la misoginia e le attitudini patriarcali non possano più essere tollerate come la norma. Questo influisce sempre di più sulla società nel suo insiemeQuesto influisce sempre di più sulla società nel suo insieme . Come spiega Dilar Dirik:

Organizzandosi in cooperative, comuni, assemblee e accademie, le donne sono riuscite a diventare la forza più vibrante e rivoluzionaria del Rojava – le garanti della libertà. Mentre la dominazione maschile non è stata ancora superata, le donne hanno già stabilito una cultura politica generale che non normalizza più il patriarcato e che rispetta incondizionatamente i meccanismi decisionali delle donne autonome. (https://roarmag.org/magazine/womens-internationalism-global-patriarchy/)

Come le donne curde, vogliamo dunque operare una rivoluzione del pensiero attraverso la pratica. Al di là della parità di genere nelle assemblee e gli organi di Potere al Popolo, ci sono una serie di metodi e pratiche che ci possono aiutare nella costruzione di un’organizzazione femminista e nel nostro impegno a praticare la militanza in modo antisessista:

  1. Una prima chiave è quella di impegnarci ad includere sempre un’analisi di genere in ogni cosa che facciamo: la dominazione uomo/donna (che è solo uno dei tanti esempi di binarismo sui cui si fonda, si consolida e si struttura il sistema dominante) pervade ogni aspetto dell’ordine sociale patriarcale in cui viviamo (cosi come altri tipi di dominazione) e deve essere presa in considerazione in ogni lotta, ogni dibattito, ogni comunicato stampa, ogni tavolo di lavoro, ogni documento politico, ogni casa del popolo, ogni analisi, ogni intervento. Non si può pensare di sovvertire l‘esistente focalizzandosi su un solo asse di oppressione: lo stesso sfruttamento di classe si struttura diversamente tra uomini e donne, tra donne bianche e donne nere. Sarà dunque necessario, in ogni analisi, utilizzare il metodo intersezionale capace di incrociare le condizioni economiche, di genere, di razza e, perché no, anche di età, di abilità e di sessualità. Alle analisi, laddove possibile, sarebbe auspicabile che si affiancassero interventi e pratiche specifiche.
  2. Una seconda chiave è quella di sforzarci sempre – ciascuno e ciascuna di noi – a liberarci dal “maschio dominante dentro sé” per creare spazi di libertà, emancipazione e solidarietà. Aprirsi alle pratiche femministe significa, infatti, partire da sé facendo proprio il significato più pregnante del motto femminista “il personale è politico” iniziando a mettersi in discussione e ad interrogare politicamente il personale. Solo una autentica analisi della propria posizione nella dinamica di potere tra generi può permettere di comprendere come il patriarcato permea la nostra stessa cultura e educazione e quanto sia interiorizzata e “naturalizzata”. Non basta avere piena coscienza del peso della differenza di genere nello strutturare percorsi di vita e di lavoro tra uomini e donne, se poi non si mettono in discussione quei piccoli atteggiamenti quotidiani che riproducono la stessa logica di sottomissione e svalutazione della donna che viviamo a lavoro, in famiglia, o nella militanza. Come donne e come compagne sappiamo che non basta autodefinirsi compagni e antisessisti per considerarsi esenti dal riprodurre queste dinamiche: nessuna assoluzione a priori, ma solo impegno tanto collettivo quanto personale per uccidere il maschio dominante. Per scendere più nel concreto, sono tanti gli atteggiamenti tossici di dominazione maschile che tendono sempre a riprodursi nella pratica militante: silenziare le voci femminili in assemblea, monopolizzare la parola, usare un linguaggio e degli atteggiamenti violenti e aggressivi, coprire la voce altrui, interrompere, riprodurre forme di “divisione sessuale della militanza” (chi si occupa degli aspetti pratici e chi di massimi sistemi? chi si occupa di pulire prima e dopo un’iniziativa?), fare battute esplicitamente sessiste, ecc. Tutto questo si inserisce nell’orizzonte materiale, simbolico e linguistico di una società patriarcale e discriminatoria e quindi per noi inaccettabile. Non abbiamo intenzione di lasciar passare certi atteggiamenti dominanti come naturali o banali: lo dobbiamo a tutte le compagne che, in ragione di ciò, potrebbero decidere di allontanarsi dalla vita politica, lo dobbiamo al nostro ideale di costruire un movimento includente e non escludente.
  3. Un’altra chiave antisessista è quella di sostituire le caratteristiche della dominazione – maschile, padronale, bianca – con valori di solidarietà. “Ma cos’è la solidarietà? – si chiedeva Alexandra Kollontaj – “La “coscienza” non solo della comunanza degli interessi, ma anche dei vincoli spirituali e morali intessuti tra gli appartenenti al collettivo. Una struttura sociale edificata sulla solidarietà e la cooperazione esige dalla società un “potenziale d’amore” notevolmente sviluppato: in altre parole, che le persone siano capaci di provare dei sentimenti di autentica simpatia. Senza di che, la solidarietà non può essere durevole.” Non riusciremo mai a rivoluzionare il mondo se non cominciamo a ripensare i nostri legami umani, se non cerchiamo di sostituire l’individualismo, la competizione e la rivalità, l’aggressività e la dominazione, l’egoismo, la guerra di tutti contro tutte con l’aiuto mutuale, la condivisione, l’ascolto e il dialogo, il “care”, la generosità, l’inclusione, il rispetto e soprattutto la solidarietà. Se non ci sforziamo a distruggere dentro di noi i comportamenti che appartengono ad un ordine sociale capitalista, razzista, religioso, patriarcale che rifiutiamo. La rivoluzione non si può limitare alla sfera esistenziale, su questo siamo d’accordo, ma pensiamo che si debba essere coerenti nei discorsi e nei fatti. Non c’è comunismo senza empatia. Se vogliamo essere un’organizzazione attrattiva e inclusiva, dobbiamo rifletterci seriamente, prendere la questione della violenza di genere e dell’inclusività seriamente, e non limitarsi ad usarla a fini propagandistici.
  4. Laddove risulta necessario, per esempio laddove delle compagne si trovano a subire qualche forma di violenza maschile fuori o dentro la loro militanza, una chiave di emancipazione importante può essere l’autodifesa femminista, come viene definita nel Piano elaborato da Non Una Di Meno:  “una pratica collettiva che pone al centro l’autodeterminazione delle donne, creando legami di solidarietà e sorellanza (…). Le forme di autodifesa possono essere fisiche, verbali e psicologiche” e mirano a mettere “in attoi processi che modificano la percezione di sé, della propria forza/debolezza, del proprio ruolo in relazione alle altre persone” . Come le donne curde, pensiamo che sia necessario in alcuni momenti organizzarsi anche autonomamente, e separatamente, non per alzare barriere tra noi e quelli che consideriamo i nostri naturali compagni di lotta e alleati, ma per rafforzarci ed essere meglio in grado di rafforzare la lotta comune
  5. Infine, resta fondamentale organizzare momenti di discussione e formazione/autoformazione sulle questioni di genere per crescere come assemblee e come comunità nella comprensione delle dinamiche di discriminazione e violenza di genere. Non ci sono questioni primarie o secondarie da affrontare, non ci sono “questioni da donne”; siamo tutte e tutti convolti in un processo di superamento delle disuguaglianze e dobbiamo dotarci di strumenti adeguati – sul piano delle riflessioni e delle pratiche – per portarlo avanti al meglio possibile. Dovremmo impegnarci di più a condividere letture che possano servire ad organizzare autoformazioni condividere i materiali prodotti dal tavolo genere e dai territori e pubblicarli nella sezione del tavolo genere del nostro, organizzare un’assemblea nazionale su questo tema, organizzare iniziative e dibattiti con attiviste o accademiche femministe, ecc. Invitiamo dunque gli attivisti e le attiviste a promuovere nelle loro assemblee territoriali di appartenenza, nei tempi e modi che si riterranno collettivamente opportuni, la discussione di questo e di altri testi sul tema e, in generale, il dibattito franco su eventuali problemi interni.
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