Care amiche, cari amici,
Saluti dalla redazione di Tricontinental: Institute for Social Research.
Nel 1921, a pochi anni dall’inizio dell’esperimento sovietico, V. I. Lenin pubblicò un saggio dal titolo rivelatore Tempi nuovi, vecchi errori sotto nuova veste. Il saggio aprì una linea di indagine che avrebbe accompagnato Lenin fino alla fine della sua vita, tre anni più tardi. Ciò che lo affascinava era la questione di come costruire il socialismo in un paese devastato dalla guerra, con un capitale minimo a disposizione, una società prevalentemente contadina con alti tassi di analfabetismo (circa il 70%) e nessuna amministrazione pubblica in grado di gestire uno Stato che si orientava al socialista. Nel saggio, Lenin rifletteva:
Dopo aver compiuto uno sforzo di un’intensità senza precedenti nel mondo, la classe operaia di un paese di piccoli contadini e rovinato, classe operaia che è stata in larga misura declassata, ha bisogno di un intervallo di tempo per permettere alle nuove forze di crescere e di organizzarsi, e alle forze vecchie logore di ‘essere restaurate’ (…) Bisogna comprenderlo e tener conto della necessità o, più esattamente, della inevitabilità che le nuove forze della classe operaia crescano più lentamente.
Questa newsletter è dedicata all’idea dell’intervallo di tempo necessario affinché un “paese rovinato” possa risorgere dalla sua arretratezza verso il socialismo (ci ho riflettuto mentre rileggevo il nostro centesimo dossier, Il futuro). Discuteremo questa idea in termini della lentezza con cui un processo socialista matura mentre la società capitalista trema nella crisi. Il concetto di “lenta maturazione” sarà qui introdotto e approfondito ulteriormente nel lavoro del nostro istituto di ricerca.

Tutte le rivoluzioni socialiste nel mondo moderno hanno avuto luogo nelle nazioni più povere, dove predomina la popolazione contadina e dove la ricchezza è stata sistematicamente sottratta dal loro territorio verso terre lontane. In queste nazioni più povere, i nuovi governi rivoluzionari – che si tratti dell’Unione Sovietica (1917), del Vietnam (1945), della Cina (1949) o di Cuba (1959) – hanno dovuto sviluppare la propria capacità statale partendo quasi dal nulla e accumulare capitali per la costruzione di infrastrutture e industrie. E dato che né la capacità statale né il capitale sono venuti facilmente a questi processi rivoluzionari, sono stato costretti a sperimentare modi che non sono stati adeguatamente documentati. Ecco sei punti elaborati sulla base di ciò che sappiamo di questi processi, che fungono da base per sviluppare una teoria del concetto di “lenta maturazione”. Vi incoraggiamo a scriverci con le vostre idee su questo concetto basate sulle vostre esperienze e sui vostri studi.
1. La fiducia si accumula lentamente e le vecchie abitudini sono difficili da rompere.
I governi rivoluzionari ereditano strutture plasmate nel corso di generazioni da antiche gerarchie di casta e tribù che regolano i rapporti agrari, dall’umiliazione e dall’espropriazione coloniale e dalla totale privazione sociale. I bolscevichi nell’Unione Sovietica, ad esempio, scoprirono rapidamente che la vecchia cultura burocratica zarista non era scomparsa nell’ottobre 1917. La corruzione, la deferenza verso l’autorità e la sfiducia nelle istituzioni collettive persistevano per anni. In Cina, dopo la rivoluzione del 1949, il Partito Comunista si è ripetutamente scontrato con i residui della gerarchia confuciana, i sistemi clientelari regionali e le abitudini di sopravvivenza contadina formatesi attraverso secoli di insicurezza. A Cuba, dopo il 1959, la leadership rivoluzionaria parlò apertamente di creare un “nuovo essere umano” perché aveva capito che la coscienza socialista non poteva essere imposta dall’alto dall’oggi al domani.
Le persone che vivono la violenza del colonialismo e le disuguaglianze del capitalismo imparano a proteggersi individualmente o attraverso le reti familiari. Affinché un progetto socialista possa avere successo, le persone devono imparare a fidarsi dei sistemi collettivi. Quella fiducia cresce lentamente attraverso l’esperienza – attraverso scuole che funzionano, ospedali che curano, alloggi che danno riparo e istituzioni che durano nel tempo. Una rivoluzione può conquistare rapidamente il potere statale, ma non può trasformare nell’immediato la psicologia sociale.

2. Le reti commerciali e finanziarie favoriscono l’ordine globale esistente.
Il capitalismo non domina solo attraverso l’ideologia, ma anche attraverso reti consolidate di commercio e finanza, nonché attraverso le infrastrutture di trasporto e comunicazione. I paesi che tentano una trasformazione socialista entrano in un mondo già organizzato attorno all’accumulazione capitalistica. Dopo la Rivoluzione russa, l’Unione Sovietica ha faticato perché le catene di approvvigionamento industriali, le reti bancarie e le rotte commerciali erano controllate da potenze capitalistiche ostili. L’esperienza di Cuba dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991 lo ha dimostrato chiaramente: l’isola ha perso l’accesso a carburante, pezzi di ricambio, credito e relazioni commerciali quasi dall’oggi al domani perché l’economia mondiale era strutturata attorno a sistemi dai quali Cuba era in gran parte esclusa (e dai quali ora viene ulteriormente esclusa dal blocco petrolifero illegale imposto dagli Stati Uniti). Il Vietnam, dopo la riunificazione del 1975, ha affrontato enormi difficoltà nel ricostruire un’economia devastata dalla guerra, rimanendo al di fuori dei circuiti finanziari e commerciali dominanti. I sistemi esistenti si riproducono perché ogni istituzione, dai porti alle valute agli standard software, opera a loro favore. Costruire reti alternative richiede decenni, non anni.
3. I costi di capitale e infrastrutture sono immensi nei paesi impoveriti dal colonialismo.
Quando i rivoluzionari vietnamiti sconfissero l’imperialismo statunitense, ereditarono un paese fisicamente devastato dai bombardamenti e avvelenato chimicamente da Agent Orange. Cuba ereditò un’economia di monocoltura basata sullo zucchero, legata quasi interamente agli Stati Uniti. Nel 1949 la Cina uscì da un secolo di umiliazioni e sistemi di potere legati alla guerra (warlordism), imperialismo giapponese e guerra civile, con una bassa aspettativa di vita, analfabetismo di massa e una debole capacità industriale.
Queste rivoluzioni hanno dovuto costruire ferrovie e porti, scuole e istituzioni scientifiche, reti elettriche e acciaierie – quasi da zero. I paesi capitalisti del Nord Atlantico si sono industrializzati nel corso di secoli, finanziati attraverso la schiavitù, il saccheggio coloniale e il tributo imperiale. Ci si aspettava che le istituzioni statali socialiste nei paesi più poveri che erano stati colonizzati comprimessero questo processo in pochi decenni mentre erano sotto blocco o minaccia militare, e sono state poi accusate di “Stato fallito”. Il peso materiale ha rallentato la trasformazione.

4. Le pressioni esterne – sanzioni, sabotaggi, isolamento diplomatico e guerra – rallentano lo sviluppo.
Ogni Stato rivoluzionario del Terzo Mondo ha dovuto affrontare l’accerchiamento militare o sanzioni economiche. L’Unione Sovietica fu invasa da soldati provenienti da oltre una dozzina di paesi stranieri dopo il 1917 e in seguito dovette affrontare l’invasione nazista, che uccise almeno ventisette milioni di cittadini sovietici e distrusse decine di migliaia di città e villaggi. Cuba ha sopportato decenni di sanzioni statunitensi volte esplicitamente a creare carenze e malcontento sociale. Il governo dell’Unità Popolare cileno tentò una trasformazione strutturale ma dovette affrontare un’immediata destabilizzazione economica, la resistenza delle élite e l’intervento esterno prima che le riforme a lungo termine potessero consolidarsi. Il governo sandinista del Nicaragua dovette affrontare una guerra dei contras finanziata dagli Stati Uniti e il minamento dei porti del paese, compreso Corinto. Il Vietnam combatté una guerra anticoloniale dal 1945 al 1975.
Queste pressioni hanno consumato risorse che sarebbero andate allo sviluppo sociale. Le sanzioni aumentano i costi di transazione, limitano l’accesso alla tecnologia e creano carenze croniche. La guerra distrugge le infrastrutture e reindirizza la manodopera verso la difesa. In queste dure condizioni, le inefficienze emergono non dall’ideologia o da errori di pianificazione, ma dalle condizioni di emergenza permanente imposte da potenze ostili.
5. Ogni processo è inefficiente nelle sue fasi iniziali.
Gli Stati rivoluzionari cercano di creare nuovi sistemi amministrativi, espandendo contemporaneamente l’istruzione e l’assistenza sanitaria, oltre a condurre la riforma agraria e lo sviluppo industriale. Errori e confusione burocratica, colli di bottiglia e carenze sono inevitabili. Il primo sistema di pianificazione sovietico faticava a coordinarsi perché non c’era alcun precedente storico per l’amministrazione di un’economia continentale radicata nella giustizia sociale piuttosto che nel profitto. Le comuni e gli esperimenti industriali cinesi soffrivano di scarsa competenza tecnica e di un’attuazione locale disomogenea. A Cuba, la carenza di professionisti qualificati si è aggravata quando in molti, dopo la rivoluzione, sono fuggiti a Miami.
La pubblica amministrazione impara attraverso la pratica. Le istituzioni maturano attraverso tentativi ed errori. Ci si aspetta che le amministrazioni socialiste nei paesi più poveri raggiungano immediatamente l’efficienza mentre affrontano embarghi, bassi tassi di alfabetizzazione e scarsità tecnologica. L’inefficienza iniziale non è quindi un’eccezione, ma una caratteristica di qualsiasi trasformazione sociale su larga scala.

6. I cicli elettorali brevi ostacolano la trasformazione sociale.
La trasformazione sociale richiede orizzonti di pianificazione misurati in decenni – non nei cicli elettorali di quattro o cinque anni che premiano il consumo immediato rispetto alla ricostruzione a lungo termine. I governi rivoluzionari richiedono pazienza prima che risultati visibili emergono. Anche al di fuori degli Stati esplicitamente socialisti, i governi che tentano programmi di ridistribuzione o di sviluppo spesso subiscono sabotaggi attraverso le elezioni prima che i progetti maturino. La politica trasformativa richiede continuità, ma i sistemi elettorali modellati dai cicli mediatici e dalle pressioni finanziarie premiano la gestione a breve termine. Gli esperimenti socialisti si sono quindi ripetutamente scontrati con la contraddizione tra il tempo storico (il lungo periodo necessario per rifondare la società) e il tempo elettorale (il ritmo compresso della politica moderna).

In La madre (1931) di Bertolt Brecht, la protagonista, Pelagea Vlassova, affronta una tragedia dopo l’altra finché la Rivoluzione russa non la spinge all’azione. Quando si ritrova in una cucina con diverse donne, una delle quali si lamenta dicendo che si sente dire che il comunismo non è altro che un crimine, lei risponde cantando:
È ragionevole, chiunque lo capisce. È facile.
Non sei uno sfruttatore, lo puoi intendere.
Va bene per te, informatene.
Gli idioti lo chiamano idiota e, i sudici, sudicio.
È contro il sudiciume e contro l’idiozia.
Gli sfruttatori lo chiamano delitto.
Ma noi sappiamo:
è la fine dei delitti.
Non è follia ma invece
fine della follia.
Non è il caos ma
l’ordine, invece.
È la semplicità,
che è difficile a farsi.
Pensando a “lenta maturazione”, mi è venuta in mente la canzone di Vlassova. Vlassova ha lavorato tutta la vita, ma non aveva molto da mostrare se non la sua dignità. Forse non aveva un’istruzione completa, ma era una donna sveglia. Sapeva che il comunismo è una “cosa semplice”, ma non era una che viveva nel mondo dei sogni. È semplice, ma “difficile a farsi”.
Con affetto,
Vijay
*Traduzione della ventunesima newsletter del 2026 di Tricontinental: Institute for Social Research.
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Come Potere al Popolo traduciamo la newsletter prodotta da Tricontinental: Institute for Social Research perché pensiamo affronti temi spesso dimenticati da media e organizzazioni nostrane e perché offre sempre un punto di vista interessante e inusuale per ciò che si legge solitamente in Italia. Questo non significa che le opinioni espresse rispecchino necessariamente le posizioni di Potere al Popolo. A volte accade, altre volte no. Ma crediamo sia comunque importante offrire un punto di vista che spesso manca nel panorama italiano.