Care amiche, cari amici,
Saluti dalla redazione di Tricontinental: Institute for Social Research.
Il 15 aprile ho avuto il grande onore di intervenire al Gedung Merdeka (Palazzo dell’Indipendenza) a Bandung, in Indonesia. Non sono stato colpito dalla nostalgia, ma dall’urgenza. Bandung non è una reliquia del passato, ma un’eredità politica viva. Le questioni sollevate in quella sala nel 1955, in occasione del raduno dei leader di 29 paesi africani e asiatici, rimangono irrisolte. Le nazioni del Sud globale possono agire insieme con sovranità e dignità? Possono costruire istituzioni al servizio dei propri popoli anziché del capitale globale? Possono creare forme di cooperazione che vadano oltre le alleanze militari e la dipendenza dai mercati? Queste non sono soltanto questioni storiche. Sono le questioni centrali del nostro tempo, e sono questioni che orientano il lavoro del nostro istituto.
Ritrovarsi di nuovo a Bandung e parlare al Gedung Merdeka significa sentire il peso di quella storia incompiuta. La sala stessa conserva lo spirito delle nazioni che vi si recarono nel 1955: segnate dal colonialismo, sfinite dalla guerra, ma piene di immensa speranza e fiducia anticolonialista. Avevo in mente il discorso di apertura di Sukarno, la sua visione secondo cui ciò che univa i popoli non erano le loro ideologie, ma il loro «comune sdegno per il colonialismo in qualunque forma esso si manifesti». Bandung non fu semplicemente una conferenza, ma un’affermazione del fatto che la storia doveva essere rifatta da coloro ai quali era stato a lungo negato il diritto di plasmarla.

Dov’è oggi lo spirito di Bandung? Una simile carica ideale sembra assente nel nostro tempo, in cui il Sud globale – fatta eccezione per l’aumento del commercio Sud-Sud e per alcuni processi istituzionali (come quelli sviluppati nell’ambito dei BRICS+) – resta frammentato e demoralizzato. Nel Sud globale è emerso un nuovo stato d’animo, una nuova fiducia alimentata dal desiderio di indipendenza economica dalle istituzioni e dai mercati del credito dominati dal Nord globale. Tuttavia, questo nuovo slancio non è riuscito a prevalere sul timore persistente delle punizioni del Nord globale (sanzioni e guerra) e delle opportunità che esso continua ad offrire (accesso al credito e ai mercati).
Ci troviamo dunque di fronte a una realtà complessa e a un insieme di contraddizioni. Da un lato, l’autorità morale del Nord globale è in declino e nel Sud globale si rafforza una coscienza politica favorevole alla sovranità e all’autonomia strategica. Dall’altro lato, i paesi del Sud continuano a nutrire una forte preoccupazione riguardo al pericolo rappresentato dagli Stati Uniti, soprattutto mentre reagiscono in modo sempre più aggressivo al proprio declino. Una prova significativa di questa consapevolezza e diffidenza verso il potere statunitense emerge dal Democracy Perception Index del 2026, in cui solo quattro su 97 paesi e territori hanno dichiarato che sarebbero favorevoli ad ospitare una base militare statunitense (Israele, Polonia, Corea del Sud e il territorio statunitense di Porto Rico). Nessuno vuole essere coinvolto con gli Stati Uniti, ma tutti sono consapevoli del pericolo e della decadenza del potere statunitense, come hanno ricordato le recenti azioni degli Stati Uniti a Cuba, in Iran, in Palestina e in Venezuela.

Lo spirito di Bandung trovò la sua espressione istituzionale in diverse piattaforme, la più importante delle quali fu il Movimento dei Paesi Non Allineati (1961). Questa formazione globale fu costruita parallelamente alle istituzioni regionali per combattere la crisi della frammentazione postcoloniale. Comprendendo che la sola sovranità politica era insufficiente come barriera a un’economia mondiale dominata dagli Stati del Nord Atlantico e dalle multinazionali, il Movimento dei Paesi Non Allineati propose la creazione di istituzioni regionali come strumenti per proteggere la sovranità, coordinare lo sviluppo e aumentare il potere contrattuale del Terzo Mondo. Accanto a queste istituzioni globali sorsero una serie di progetti volti a sviluppare la solidarietà regionale o continentale e a costruire uno scudo collettivo contro l’imperialismo. Tra queste istituzioni figuravano la Lega Araba (1945), l’Organizzazione dell’Unità Africana o OUA (1963), l’Organizzazione della Cooperazione Islamica o OIC (1969) e la Comunità Caraibica o CARICOM (1973).
Su iniziativa del primo presidente del Ghana, Kwame Nkrumah, l’OUA nacque con l’obiettivo di costruire una federazione politica continentale capace di opporsi alle devastazioni del capitale straniero. L’OUA divenne soprattutto un organo diplomatico impegnato nella solidarietà anticoloniale, nel sostegno ai movimenti di liberazione e nella difesa dell’integrità territoriale. Il suo successore, l’Unione Africana (UA), è nato nella palude neoliberista e ha promosso l’integrazione continentale attraverso politiche filo-capitaliste come l’Agenda 2063.
Nel 2008, mentre l’UA soccombeva al richiamo delle politiche filo-capitaliste, venne costituita l’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR) per creare un coordinamento politico indipendente da Washington. A differenza di altri blocchi incentrati sul commercio, l’UNASUR ha posto l’accento sull’integrazione delle infrastrutture, la cooperazione sanitaria regionale, il coordinamento della difesa e la mediazione diplomatica. L’emergere della Marea della rabbia negli ultimi anni ha indebolito l’UNASUR allo stesso modo in cui il debito ha indebolito i governi in Africa e ridotto il potenziale dell’UA.
L’Asia, nel frattempo, non è riuscita a costruire nemmeno lo scheletro di un progetto regionale.

In Asia, il sogno dell’unità continentale era stato avvelenato dal militarismo giapponese, che marciò attraverso il continente sotto la bandiera del panasiatismo e lo slogan della Sfera di Co-Prosperità della Grande Asia Orientale. Tokyo parlava il linguaggio della liberazione asiatica dal colonialismo occidentale, ma il suo esercito seminò brutalità. Dopo la Guerra mondiale antifascista (comunemente nota come Seconda guerra mondiale), l’idea di un’unità continentale apparve pericolosa a molti Stati di recente indipendenza, che temevano che il regionalismo potesse semplicemente mascherare delle ambizioni egemoniche.
Eppure, l’aspirazione all’unità asiatica non scomparve. Nel marzo 1947, mentre l’Impero britannico barcollava verso l’uscita dall’India, il leader indiano Jawaharlal Nehru convocò la Conferenza sulle relazioni asiatiche a Nuova Delhi. I delegati provenienti da tutta l’Asia vibravano dell’energia dell’anticolonialismo, concentrati com’erano sulla loro solidarietà con l’Indonesia contro la reimposizione dell’imperialismo olandese. Nel 1952, la Conferenza di pace Asia-Pacifico tenutasi a Pechino, in Cina, riunì 470 delegati provenienti da quasi 50 paesi – non capi di Stato, ma sindacalisti, scrittori, organizzazioni femminili – per opporsi alla guerra in Corea, alla proliferazione nucleare e alla rimilitarizzazione del Giappone. L’aspirazione all’unità asiatica è sempre stata più di una manovra diplomatica: era una vivace tradizione popolare antimperialista.
La storia si intromise duramente. I conflitti tra Stati e la fitta rete di alleanze militari statunitensi frammentarono il continente. Il regionalismo asiatico emerse con cautela e in modo disomogeneo. Le prime piattaforme non lasciavano presagire sviluppi particolarmente promettenti. L’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) – fondata nel 1967 da Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore e Thailandia – nacque all’ombra della guerra degli Stati Uniti in Vietnam e aveva un orientamento anticomunista. Oggi è sostanzialmente un organismo commerciale. Lo stesso si può dire della Banca asiatica di sviluppo, emersa dalle richieste di finanziamenti per lo sviluppo all’interno della Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Asia e l’Estremo Oriente (ora denominata Commissione economica e sociale delle Nazioni Unite per l’Asia e il Pacifico), ma ben presto diventata un altro strumento della politica neoliberista sotto il dominio del Tesoro statunitense.
L’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (SCO) – fondata nel 2001 da Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Russia, Tagikistan e Uzbekistan – riflette un’altra corrente storica: la lenta costruzione di un ordine non più organizzato attorno al Nord Atlantico bensì attorno all’Asia, che sta emergendo come nuovo centro di gravità dell’economia mondiale.

Sebbene la SCO, nata come organizzazione per la sicurezza, abbia avuto un successo limitato nel regionalizzare la sicurezza e nel ridurre la presenza di basi straniere nella regione, si sta ora evolvendo in una piattaforma per costruire un sistema commerciale e finanziario alternativo. Dalle cinture manifatturiere di alta qualità di Cina e Vietnam ai corridoi tecnologici di India e Corea del Sud, il continente è diventato il principale motore della crescita globale. Tuttavia, questa trasformazione economica rimane politicamente frammentata. Rivalità tra Stati, dispute di confine, nazionalismi competitivi, alleanze militari e la persistente presenza di potenze extra-regionali frammentano il continente proprio nel momento in cui la storia richiede un maggiore coordinamento.
Un’Unione Asiatica potrebbe far rivivere l’orizzonte morale che Bandung un tempo rappresentava. Il mondo di oggi soffre di frammentazione e cinismo. La politica è stata ridotta a gestione dell’esistente piuttosto che a trasformazione. La Palestina rimane sotto una brutale occupazione. Guerre, sanzioni e militarizzazione continuano a devastare le società in tutto il mondo. Il cambiamento climatico minaccia miliardi di persone, in particolare le popolazioni rurali più povere. Nel frattempo, la ricchezza si concentra in misura straordinaria nelle mani di pochi mentre i lavoratori affrontano condizioni sempre più precarie. Questi non sono problemi nazionali o regionali isolati. Sono problemi strutturali prodotti da un sistema globale che privilegia il profitto rispetto all’umanità. La generazione di Bandung credeva che si potesse costruire un altro mondo attraverso la solidarietà tra i popoli in lotta contro il dominio. Quello spirito rimane essenziale.

Un’Unione Asiatica non è quindi uno slogan utopico, ma una necessità concreta. Le economie asiatiche sono già profondamente interconnesse attraverso il commercio, le catene di approvvigionamento, la migrazione, la finanza, i flussi energetici e i corridoi infrastrutturali, eppure non esiste alcun meccanismo politico continentale in grado di gestire queste interconnessioni. Senza istituzioni per il coordinamento regionale, l’integrazione economica rischia di produrre solo disuguaglianze più marcate, una concorrenza intensificata e conflitti militarizzati. Il continente ha bisogno di istituzioni comuni in grado di ridurre le tensioni interstatali attraverso la diplomazia, coordinare la pianificazione industriale e tecnologica, garantire la sicurezza dei sistemi alimentari ed energetici, gestire le crisi idriche e climatiche e impedire alle potenze esterne di trasformare le rivalità asiatiche in zone permanenti di instabilità. Soprattutto, l’Asia ha bisogno di una voce politica collettiva all’altezza del suo peso economico. Senza una maggiore unità regionale, l’ascesa dell’Asia rimarrà vulnerabile alla frammentazione, ai dazi, alle sanzioni, alla militarizzazione e alle ingerenze esterne.
Quando mi trovavo al Gedung Merdeka, ho pensato non solo ai leader che vi si erano riuniti nel 1955, ma anche alle generazioni che li hanno seguiti – coloro che hanno lottato per la riforma agraria, l’alfabetizzazione, la sanità pubblica, i diritti dei lavoratori e la dignità culturale in tutta l’Asia. Molti dei loro sogni sono stati interrotti, ma non si sono spenti. Le aspirazioni di Bandung sopravvivono perché sopravvivono le condizioni che le hanno generate. Il colonialismo è formalmente finito, ma le gerarchie persistono in nuove forme. La dipendenza economica rimane radicata. Il potere militare continua a plasmare le relazioni internazionali. Eppure anche la resistenza continua. I popoli del Sud globale chiedono sovranità, uguaglianza e pace.
Nel novembre 2025, ho scritto un saggio per Tricontinental Asia in cui ponevo la domanda: «L’Asia è possibile?». La mia risposta è stata che “sarebbe positivo se artisti e intellettuali aprissero un dibattito serio su un nuovo panasiatismo progressista, una visione continentale di un nuovo tipo di mondo socialista che guardi oltre l’avidità e verso la più ampia gamma di esperienze ed emozioni umane”. Il lavoro che stiamo svolgendo nel dipartimento Asia del nostro istituto è un tentativo di stimolare tale dibattito e tale visione.
Continuo a credere che l’invito a immaginare un nuovo panasiatismo progressista possa stimolare un dibattito di cui la regione ha disperatamente bisogno. Forse potremmo riunirci in Indonesia nel 2030 per celebrare il 75° anniversario di Bandung e lanciare un’Unione Asiatica. Ma un incontro del genere sarà possibile solo se i popoli dell’Asia continueranno a resistere alla militarizzazione della loro regione. Da Okinawa alle Filippine, i movimenti stanno già chiedendo a gran voce la rimozione delle basi militari statunitensi – la condizione preliminare per qualsiasi cooperazione regionale significativa.
Alla Conferenza sulle relazioni asiatiche del 1947, Nehru concluse il suo discorso con un potente appello all’azione e un riconoscimento di un popolo in movimento:
C’è una nuova vitalità e un potente impulso creativo in tutti i popoli dell’Asia. Le masse si sono risvegliate e rivendicano il loro patrimonio. Venti forti soffiano in tutta l’Asia. Non temiamoli, ma accogliamoli, perché solo con il loro aiuto potremo costruire la nuova Asia dei nostri sogni.
Con affetto,
Vijay
*Traduzione della ventitreeisma newsletter del 2026 di Tricontinental: Institute for Social Research.
***
Come Potere al Popolo traduciamo la newsletter prodotta da Tricontinental: Institute for Social Research perché pensiamo affronti temi spesso dimenticati da media e organizzazioni nostrane e perché offre sempre un punto di vista interessante e inusuale per ciò che si legge solitamente in Italia. Questo non significa che le opinioni espresse rispecchino necessariamente le posizioni di Potere al Popolo. A volte accade, altre volte no. Ma crediamo sia comunque importante offrire un punto di vista che spesso manca nel panorama italiano.