Care amiche, cari amici
Saluti dalla redazione di Tricontinental: Institute for Social Research.
Nel 2022, i circa 10.500 cittadini dello Stato insulare del Pacifico di Tuvalu hanno iniziato a migrare non da un paese all’altro, ma dalle loro isole fisiche al mondo digitale. Di fronte alla prospettiva che il cambiamento climatico potesse rendere il suo territorio, situato a bassa quota, inabitabile nel giro di pochi decenni, Tuvalu ha deciso di diventare la “prima nazione digitale”, realizzando una mappa tridimensionale del proprio territorio, archiviando la propria cultura e preparando sistemi digitali di identità e di governo in modo da poter continuare a esistere anche se la sua popolazione dovesse disperdersi nel mondo. La crisi climatica sta costringendo il diritto internazionale a confrontarsi con una domanda terribile: cosa accade a uno Stato quando l’innalzamento del livello del mare inghiotte il suo territorio? Nel 2025, la Corte internazionale di giustizia, nel caso Obligations of States in Respect of Climate Change, ha emesso una sentenza in cui si afferma che «una volta che uno Stato è costituito, la scomparsa di uno dei suoi elementi costitutivi non comporta necessariamente la perdita della sua statualità».
Se Tuvalu perdesse i suoi 26 chilometri quadrati a causa dell’innalzamento del livello del mare, non scomparirebbe dalla memoria del suo popolo, né smetterebbe di essere uno Stato. Ma un popolo non può vivere soltanto in un archivio digitale. Nel 2024, Tuvalu e l’Australia hanno concordato il Falepili Mobility Pathway, che – tra le altre cose – consente a 280 cittadini di Tuvalu all’anno di richiedere la residenza permanente in Australia. Le Nazioni Unite non riconoscono il termine «rifugiati climatici» ai sensi della Convenzione sui rifugiati del 1951, ma la situazione disperata di questi cittadini ha prodotto un esito a sé stante. La loro isola potrebbe non avere un futuro sul nostro pianeta, ma la popolazione continuerà a cercare terraferma in altri territori e a preservare la propria nazione nel panorama digitale.
Chi ha diritto a un futuro? I miliardari, certamente. Oggi ci sono più di tremila miliardari sul pianeta, e i dodici più ricchi possiedono più ricchezza della metà più povera dell’umanità – più di quattro miliardi di persone. Prendiamo Elon Musk come esempio. Il suo patrimonio netto di circa 840 miliardi di dollari significa che la sua ricchezza è superiore al PIL di circa l’83% delle nazioni del mondo se prese singolarmente, inclusa l’Argentina. Il reddito mensile mediano in Argentina è di circa 420 dollari, mentre quello di Musk è di circa 3 miliardi di dollari – sette milioni di volte superiore al reddito di un argentino medio. Se il denaro viene assunto come indice delle possibilità, allora il futuro di Musk appare quasi illimitato. Per l’argentino medio, al contrario, il futuro può sembrare qualcosa che sta sfuggendo di mano.

Nel 1969, Roberto Goyeneche interpretò il tango di Astor Piazzolla e Horacio Ferrer “Chiquilín de Bachín” (Il ragazzino di Bachín), riflettendo la realtà di tanti bambini argentini allora come oggi:
Por las noches, cara sucia de angelito con bluyín
vende rosas en las mesas del boliche de Bachín.
Si la luna brilla sobre la parrilla
come luna y pan de hollín.
Di notte, un angioletto dal viso sporco in blue jeans
vende rose di tavolo in tavolo da Bachín.
Quando la luna splende sulla griglia,
mangia luna e pane di fuliggine.

Il ragazzino della canzone deve lavorare per guadagnarsi da vivere. Il tango ci trascina nel passato, ma parla con forza anche alla nostra realtà presente. Oggi, oltre la metà dei bambini argentini vive in povertà. Sono stati esclusi dal futuro dall’assalto portato avanti dal governo del presidente Javier Milei. Sono intrappolati nel presente, costretti a lottare per la sopravvivenza come se fossero condannati a mille anni di sofferenza, incapaci di fuggire:
Cada aurora, en la basura
con un pan y un tallarín
se fabrica un barrilete para irse, ¡y sigue aquí!
Es un hombre extraño niño de mil años
que por dentro le enreda el piolín.
Ogni mattina, tra i rifiuti,
con croste di pane e pasta,
si costruisce un aquilone per fuggire – ma è ancora qui!
È uno strano bambino-uomo di mille anni,
con il filo dell’aquilone aggrovigliato nel profondo di sé.
È questo presente imposto che il nostro centesimo dossier, The Future (maggio 2026, traduzione italiana qui), insiste nel definire impermanente. Si tratta di un testo insolito per noi per diversi motivi, ma soprattutto perché è profondamente filosofico, offrendo una visione storico-materialista del futuro come qualcosa di più della semplice pagina successiva del calendario. Il dossier sostiene che il futuro non sia un’estensione neutrale del presente, ma una rottura con esso orientata verso un orizzonte socialista. Il tempo calendariale, che tratta il domani come se potesse essere solo una ripetizione dell’oggi e fa apparire il disastro inevitabile, non è sufficiente; ciò di cui abbiamo bisogno è una concezione del tempo che apra il futuro alla trasformazione e allo sviluppo umano. Il bambino deve mangiare, deve studiare, deve crescere, e il popolo di Tuvalu deve avere terraferma sotto i piedi per continuare il proprio cammino nel tempo. Questi non sono solo diritti, ma necessità umane. Stare a guardare mentre miliardi di persone muoiono di fame e rimangono analfabete – accettare che sia stato negato loro un futuro – non è accettabile per nessuno di noi.

In un mondo saturo di guerra, debito, catastrofi climatiche e disperazione sociale, persino la capacità di immaginare un futuro al di là del capitalismo è stata sistematicamente erosa. Il realismo capitalista ci ha addestrati a credere che l’ordine attuale sia eterno, che lo sfruttamento e la gerarchia siano fatti permanenti della vita umana piuttosto che strutture storiche prodotte dal potere di classe. Eppure, la storia ci insegna qualcosa di diverso. Ogni ordine sociale appare permanente fino al momento della rottura. Il feudalesimo un tempo si immaginava eterno; gli imperi coloniali credevano che il loro dominio sarebbe durato per sempre. Anche il capitalismo passerà. Il futuro, quindi, non è un dono tramandato dal calendario. È un terreno di lotta. Il nostro dossier chiede: c’è un futuro? E risponde: certo che c’è. Stiamo lottando per costruirlo, e lo stiamo costruendo ora.
The Future insiste sul fatto che la rottura è necessaria perché il capitalismo ha raggiunto una fase in cui le sue capacità produttive sono immense mentre i suoi esiti sociali sono catastrofici. Il mondo di oggi possiede le risorse, la tecnologia, la forza lavoro e le conoscenze scientifiche per sradicare la fame, l’analfabetismo e le malattie prevenibili. Eppure, miliardi di persone rimangono intrappolate nella povertà mentre il capitale finanziario accumula una ricchezza senza precedenti. La contraddizione non è tecnica ma politica. Il capitalismo sviluppa le forze produttive e contemporaneamente sabota il loro potenziale emancipatorio.

Il nostro dossier identifica i «nemici del futuro» che conducono questo sabotaggio: il capitale finanziario, che disciplina le società attraverso il debito e gli aggiustamenti strutturali; il capitale delle piattaforme, che atomizza la vita sociale e riorganizza il lavoro in precarietà esistenziale; l’estrattivismo, che distrugge le fondamenta ecologiche della vita per il profitto; e il militarismo, che converte ogni crisi in una giustificazione per la guerra, la sorveglianza e la repressione. Queste forze cercano di colonizzare il futuro prima che arrivi, assicurandosi che il domani rimanga subordinato alle esigenze dell’accumulazione anziché alla dignità umana.
Eppure, il futuro persiste perché gli esseri umani continuano a resistere. In tutto il Sud globale, contadini, lavoratori, donne e dissidenti di genere, migranti e disoccupati lottano quotidianamente contro un sistema che nega loro la dignità. Queste lotte sono spesso frammentate, disomogenee e vulnerabili alla cooptazione, ma rivelano una verità duratura: gli oppressi non accettano la miseria come destino.

Nella nostra tradizione la speranza non nasce da un ottimismo astratto, ma dalla lotta organizzata. Per diventare una forza storica, tuttavia, essa richiede organizzazione, disciplina e internazionalismo. Le insurrezioni spontanee possono rovesciare i governi, ma solo le forze organizzate possono costruire alternative durature. Le grandi rivoluzioni del ventesimo secolo non sono state incidenti della storia; sono state il prodotto di un paziente lavoro politico svolto nel corso di decenni. Parlare del futuro oggi non è quindi un esercizio di fantasia utopica. Significa affermare che l’ordine presente è intollerabile e transitorio. Il futuro non arriverà automaticamente. Deve essere costruito collettivamente, consapevolmente e a livello internazionale. È in questa lotta che risiede il vero significato della speranza.
Con affetto,
Vijay
PS: Le opere d’arte presenti in The Future, di cui una selezione appare in questa newsletter, provengono dall’immensa collezione Arte de Nuestra América Haydée Santamaría della Casa de las Américas all’Avana, Cuba. La collezione costituisce un eccezionale archivio di arte prevalentemente latinoamericana e caraibica, costruito grazie a decenni di internazionalismo culturale anti-imperialista promossi da Casa de las Américas.
*Traduzione della ventesima newsletter del 2026 di Tricontinental: Institute for Social Research.
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Come Potere al Popolo traduciamo la newsletter prodotta da Tricontinental: Institute for Social Research perché pensiamo affronti temi spesso dimenticati da media e organizzazioni nostrane e perché offre sempre un punto di vista interessante e inusuale per ciò che si legge solitamente in Italia. Questo non significa che le opinioni espresse rispecchino necessariamente le posizioni di Potere al Popolo. A volte accade, altre volte no. Ma crediamo sia comunque importante offrire un punto di vista che spesso manca nel panorama italiano.