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[Lettera di una studentessa] “Il mio Erasmus Traineeship: una storia di ordinario sfruttamento”

Riceviamo e pubblichiamo la lettera-appello di una studentessa su un’esperienza di sfruttamento durante un erasmus traineeship

 

Salve e buongiorno, Sono in Grecia da un mese per svolgere il mio Erasmus Traineeship ad Atene, alla Camera di Commercio Italo-Ellenica, e trovo che la situazione qui sia molto pesante. Avrei piacere se foste dispost* ad ascoltare la mia esperienza. Innanzitutto, vorrei fare un chiarimento: so da sola che sia comune e ricorrente, seppur sbagliato, che in ambito lavorativo si verifichino alcuni comportamenti spiacevoli (specialmente quando si è gli ultimi nella scala gerarchica, nonché forza lavoro non pagata e per questo sfruttata per definizione), come ad esempio superiori che non ti rivolgono neanche la parola se non per richiami frivoli dimostrandosi restii a considerarti una persona e non solo un organismo vivente a loro disposizione. Fin qui mi è anche possibile accettarlo.

L’aspetto che, invece, mi riesce difficile da accettare è la mancanza di controlli da parte delle università nei confronti degli enti con cui essa è convenzionata e a cui essa manda i propri tirocinanti (superfluo specificare che sarebbe opportuna l’istituzione di tale sistema di verifica). In risposta a questa esigenza io spero vivamente che nessun’altro, dopo di me, svolga un tirocinio in questo posto. Spero che la convenzione stessa con la Camera di Commercio di Atene venga interrotta e, nel caso in cui fare ciò non fosse un’operazione semplice, spero sia almeno possibile divulgarne una “pubblicità negativa” tra i miei colleghi fiorentini e prossimi al tirocinio.

Lavoriamo 40 ore la settimana (un monte ore notevole per un lavoro non retribuito). L’unica mansione che ci viene richiesta è meccanica e consiste nell’inviare mail ogni giorno, per 8 ore consecutive al giorno. Oltre alla mancata possibilità di apprendere qualcosa e di imparare a come far fruttare le conoscenze acquisite nei nostri (sudati) anni universitari la nostra condizione di tirocinanti-lavoratori non è molto rispettata e le regole che ci vengono imposte non sono legittimate da necessità pratiche reali ma assumono piuttosto il volto dell’angheria. Stando qui non ci è possibile condividere i nostri 20 minuti di pausa pranzo tra colleghi -perché, ci dicono, vi è il bisogno che qualcuno di noi sia sempre disponibile, benché le 3 persone presenti in questo ufficio non rispettino tale dicta e pranzino insieme- né ci è concesso bere più di un caffè al giorno -altrimenti il bilancio Camera si ritrova col conto in rosso se tre stagisti utilizzano 2 cialde di caffè al giorno. Chi frequenta questo ufficio sembra dimenticare il fatto che anche noi stiamo lavorando, come loro, e che, per giunta, stiamo lavorando a gratis, a differenza loro (punto che, purtroppo, non sarà mai ribattuto abbastanza).

Ma, e qui giungo al cuore della mail, il vero motivo che mi ha spinto a scrivervi non si esaurisce in una polemica, più o meno sterile (anche se incisiva per quanto riguarda il benessere della persona-stagista), che racconta di quanto sia brutta la solitudine nella pausa pranzo o di quanto sia avvilente avere come unica ricompensa del tuo lavoro un caffè (di cui devi solo ringraziare per cotanta magnanimità), né la presente mail si propone di parlare dei tendini delle dita che mi fanno male a furia di copia ed incolla – CTRL-C, CTRL-V… CTRL-C, CTRL-V… bensì del fatto che in questo posto io sento di star perdendo il mio tempo ed il mio denaro. Questo è il punto centrale, il quale mi ha echeggiato nella testa per settimane e che ora mi ha convinta del fatto che valesse la pena contattarvi e sperare che quel che ho da dirvi venga ascoltato. Con la presente mail spero di poter contribuire ad un cambiamento in positivo. Il mio tirocinio qui non è un lavoro, nè mi insegna un lavoro, nè si tratta di un’esperienza utile al mio percorso di studi. Usare una casella di posta elettronica e fare copia ed incolla di indirizzi e-mail sono mansioni che, purtroppo o per fortuna, ero capace di svolgere anche prima di arrivare qui. Per quanto speri qualcosa possa cambiare (ad esempio lavorare meno ore o avere da svolgere mansioni che mi permettano di avere un ruolo attivo) dubito che nel prossimo mese questo possa avvenire. Pertanto, ormai, vi scrivo non in nome di un mio tornaconto personale ma per il bene dei futuri tirocinanti. Chiedo a voi, Ufficio di Relazioni Internazionali, e al sistema universitario (o perlomeno lo chiedo all’Ateneo di Firenze) di svolgere un controllo prima, durante e dopo il periodo di tirocinio tale da uniformare, fin dove possibile, le modalità (ore lavorative e mansioni da svolgere) che i futuri tirocinanti saranno chiamati a compiere e per poter così depennare dalla lista dei convenzionamenti gli enti e gli uffici che non apportano nessun miglioramento alla formazione personale e professionale dello studente. Io penso, e qui concludo, che avere la possibilità di vedere scritto sulla propria carta d’identità “Professione: Studente-ssa” sia una possibilità che, ahimè, troppo pochi hanno. Detenere lo status di studente universitario è un privilegio per il singolo ed una risorsa per la comunità, e per questo non reputo giusto che l’università si disinteressi delle sorti dei propri studenti quando essi si trovano ancora in suo carico. L’Università ha investito tanto in ognuno di noi, e per questo dovrebbe pretendere il meglio per ognuno di noi. Essa stessa non dovrebbe accettare di affidarci nelle mani di chiunque, ma dovrebbe esigere di “prestarci” solo a coloro che sappia essere capaci di convertire le nostre conoscenze teoriche in capacità pratiche (ovvero coloro che ci assicurino un tirocinio e non un mero ed infruttuoso drenaggio di energie). Lo scopo del tirocinio non dovrebbe essere quello di trasformaci in macchine (CTRL-C, CTRL-V… CTRL-C, CTRL-V…) ma quello di farci scoprire lavoratori capaci. Non possiamo permettere che ci sfruttino senza infonderci neanche una conoscenza, senza arricchirci di nemmeno una abilità.

Vi ringrazio per l’attenzione, spero che possiate concordare con me e spero anche che possiate contribuire alla diffusione/realizzazione, per quanto vi concerne, del mio piccolo-grande appello: verificate passo passo, anche in itinere, da chi ci mandate così da attuare degli strumenti di controllo sugli enti convenzionati, per ricordare loro che siamo qui per imparare e non per venire annullati, ridotti a manodopera gratuita.

Vi ringrazio ancora molto,

Marta Frigenti.

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