Emilia Romagna

Manifesto di convocazione per la festa di Potere al Popolo di Bologna

La festa grande Potere al Popolo

Potere al Popolo, una forza nazionale e internazionalista.
Un lungo cammino, inizia sempre con un piccolo passo

In pochi ci avrebbero scommesso quando pochi mesi fa fu lanciata per la prima volta questa parola d’ordine… Ma eccoci, sempre più numerosi e decisi, a meno di un anno dalla prima assemblea nazionale a bilanci e naturalmente nuove sfide.

La Festa di Potere al Popolo a Granarolo dell’Emilia dal 20 al 23 settembre prossimi, vuole essere occasione per mettere la nostra regione e tutto il nord Italia a confronto su temi importantissimi per il nostro futuro, tanto più che ci avviciniamo ad una data importantissima che sarà l’assemblea nazionale di Potere al Popolo del 6 e 7 Ottobre prossimi. A Bologna avremo modo di aprire il confronto su temi politici dirimenti, sul rapporto centro-periferia, in una Italia a due velocità che però vogliamo organizzare tutta, e lo vogliamo fare attorno all’idea di Potere al popolo.

In queste poche pagine proponiamo un ragionamento generale, alcune basi di discussione da approfondire o smentire in un dibattito pubblico, teso prima di tutto a rafforzare un pensiero comune che ci possano fare da bussola nei prossimi mesi.

La paura e la rassegnazione, sentimenti dominanti tra le fila della nostra gente, sono il collante e la legittimazione del governo Lega/5 Stelle, che ha preso il posto dei “democraticissimi” tecnici nel lavoro di massacro sociale. Per legittimarsi agli occhi dei milioni di sfruttati del nostro paese, questi funzionari -perché questo sono- vivono in una campagna elettorale permanente: urlano, strillano, battono i pugni, sventolando qualche provvedimento simbolico (a costo minimo ovviamente…) e nel frattempo mandando avanti la macchina della barbarie capitalista.

Veniamo a noi però, perché nostra è la sfida e da noi occorre ripartire. Il nostro è un soggetto politico che ha una particolarità tutta sua! Potere al Popolo infatti è un soggetto che non ha una storia di per sé, ibrido per molti versi e che non ha alle spalle anni di solida pratica di partito. Questo però non significa che sia un luogo sterile pronto solo per qualche tornata elettorale, anzi: porta sulle spalle tantissime esperienze di lotta e resistenza decennali, tentativi di sperimentazione, avanzamenti, sconfitte, piccole e grandi vittorie sociali e politiche.

Questi mesi ci hanno fatto capire bene quello che oggi è per tanti un assunto: ritornare a dare centralità al popolo vuol dire saperne individuare le aspirazioni, dandogli voce politica, e al contempo vuol dire saper curare le ferite e togliere la paura. Dare centralità al popolo vuol dire solidarietà reale, conflitto concreto, proposta effettiva; vuol dire non essere ambigui laddove si pretende chiarezza, stando davanti e non rincorrendo sempre chi promuove la barbarie. Vuol dire saper dare un’alternativa, e non “semplicemente” dei No.
Come anche emerso nella due giorni di Napoli di maggio, Potere al Popolo ha fatto i suoi primi passi per definire una visione chiara ed organica su alcuni temi centrali, che davanti all’ambizione di incidere ed orientare le scelte del nostro blocco sociale, non possono essere ignorati.

1- I compagni di viaggio: Potere al Popolo nasce per essere l’alternativa coerente, per essere ciò che non c’era e che punta a ricomporre una diaspora politica che per decenni ha bloccato qualsiasi ipotesi di rappresentanza politica nel nostro paese.

Per fare questo occorre prima di tutto avere la memoria storica delle dinamiche che hanno portato la “sinistra” all’irrilevanza attuale. La ribalta di 5 stelle e lega riaccende in molti l’ipotesi di unità a sinistra contro il grande male Fascio-leghista. Avere memoria significa prima di tutto ricordare quale è stato il risultato della politica del fronte comune in funzione Anti-Berlusconiana, un fronte che non guardava più agli obiettivi di classe ma che si coagulava attorno al supposto pericolo democratico, nel contempo appoggiando i governi socialdemocratici, che in quegli anni si avvicendavano , portando a grandi balzi all’integrazione Europea, primi responsabili della distruzione delle tutele sui posti di lavoro e svendita di patrimonio comune e servizi pubblici.

Davanti al tatticismo di PD e LeU che in questi mesi tentano il riposizionamento in area finto-radicale servirà chiarezza e una presa di posizione indipendente che tracci un solco chiaro tra noi e chi conserva ambiguità insopportabili se non vere e proprie responsabilità nel processo di distruzione dei diritti e prospettive delle classi lavoratrici a cui stiamo via via assistendo. Indipendenza, significa avere il coraggio e la coerenza di assumerci il ruolo di unica forza alternativa e di rottura in questo Paese, memori del fatto che annacquando le nostre posizioni, magari attraverso finte liste civiche per un posto in giunta comunale o in parlamento, non potremmo che riproporre le ragioni stesse di anni di sconfitte ed emarginazione dal corpo sociale del paese.

2- Unione Europea: l’assemblea di Napoli l’ha chiaramente definita gabbia totalmente refrattaria alle istanze democratiche e strutturata per disinnescare la sovranità popolare, e questo ci ha portato a convergere sulla necessità di un lavoro comune per la sua rottura e conseguente costruzione dell’alternativa.

Essere coerenti con queste affermazioni significa fare i conti con il nostro compito storico, al di là delle percentuali prese o proiettate, che è quella di affrontare i problemi con soluzioni strutturali che non possono che essere di rottura. È in corso una polarizzazione in tutto il continente che ci mette davanti all’urgenza di esprimerci con coerenza sui processi e sulle prospettive che vogliamo mettere in campo; l’esperienza greca ci dice che alla modifica dei rapporti di forza nei singoli paesi oppressi non ne consegue la modifica dei rapporti di forza continentale senza l’ipotesi della rottura.

Affermare che siamo per l’uscita dalla Nato, contro il dilagare delle spese per armamenti e conseguenti interventi militari, per la sovranità popolare e la solidarietà internazionale deve fare il paio con una posizione di rifiuto di tutte quelle esperienze che puntano alla riforma se non al rafforzamento del processo di integrazione europea.

A breve ci saranno le elezioni europee, e saremo chiamati a prendere posizione; le alternative in campo sono solo tre, in quanto sempre più si configura un vero e proprio referendum sul destino dell’unione:

a) quella delle élite, che comprende l’opzione Tsipras sempre più interno alla sinistra socialdemocratica, ma in piena crisi di egemonia, con posizioni per il rafforzamento dell’Unione Europea;

b) Quella delle destre nazionaliste e sovraniste, che stanno letteralmente dilagando a partire da Est, con posizioni xenofobe e protezioniste;

c) Quella del piano B proposto da Melenchon di France Insoumise , che si sta già delineando intorno all’appello di Lisbona con una strada alternativa per costruire un futuro di collaborazione e solidarietà, contro chi ripropone le solite logiche in scala più grande del fronte comune contro la barbarie della destra nazionalistica.

Non crediamo che possano esistere altri spazi praticabili, e si dovrà scegliere se rappresentare gli interessi popolari o continuare con politiche di basso spessore fatte di alleanze tattiche per la poltrona.

3- Sindacato: Una forza politica rivoluzionaria non può fare a meno di relazionarsi con quel che si muove nel mondo delle lotte e delle organizzazione dei lavoratori, si è detto che come PAP siamo al fianco delle lotte indipendenti e conflittuali, ma non possiamo ignorare il ruolo e la trasformazione operata dalle organizzazioni concertative. Sono decenni che a sinistra si parla di battaglia interna ai sindacati confederali, una pratica che ci ha accompagnato sino all’inconsistenza stessa di quest’ultimi e che ha portato a sostenere battaglie marginali e in perfetta compatibilità con il sistema di sfruttamento.

Se è vero che la concertazione e compatibilità sono nemiche di Potere al Popolo, ne consegue che siamo nemici e estranei alle formazioni che oggi hanno scelto di essere sindacato di mercato e servizio, gli stessi che accettano di gestire pezzi di welfare in cambio del silenzio complice davanti alla riorganizzazione schiavistica del lavoro.

Esprimersi su questo ha una enorme valenza politica, non perché non esistano lavoratori pronti al conflitto all’interno di quelle sigle, ma proprio perché per quegli stessi lavoratori, abbiamo il dovere di indicare la strada per riprenderci tutto, sostenendo e supportando lo svilupparsi di un sindacato che rappresenti davvero gli interessi generali della classe, rifuggendo da qualsiasi corporativismo e indicando in maniera limpida il nemico di classe. La scelta del con chi stare deve prima di tutto rispondere alle esigenze del sindacato che “serve” e alle forme di conflitto necessarie in questo periodo storico.

Crisi e periferia

Sciolti questi nodi, potremo costruire l’alternativa che deve prima di tutto partire dal dato strutturale, un solco scavato dalla crisi tra i paesi del nord e quelli del sud Europa, che si è dapprima manifestato con le crisi dei debiti sovrani per poi giungere all’austerity che attraverso il pareggio di bilancio in Costituzione e l’imposizione di riforme antipopolari hanno aperto sempre più la forbice tra ricchi e poveri.

Crediamo ci sia da sottolineare a questo punto un altro dato tutto interno al paese Italia, quello di come la crisi abbia operato in modo assai diverso a Nord e a Sud del Paese. Questo, crediamo sia dirimente per una forza politica con l’ambizione di pesare a livello nazionale.

Pensiamo che sia necessario riprendere l’elaborazione di Samir Amin sullo “sviluppo ineguale” ed in generale adeguare il livello di analisi all’attuale rapporto centro/periferia partendo da quelle elaborazioni in campo marxista che hanno analizzato le interrelazioni tra le formazioni sociali del capitalismo periferico rispetto al centro, analizzando il fatto che lo sviluppo di aree avanzate anche all’interno dello stesso territorio portano alla sua meridionalizzazione.

Questa dinamica non riguarda più il rapporto di dipendenza tra madre-patria e colonia ma ha investito le macro-aree dei poli imperialisti di cui l’Unione Europea è un esempio lampante, e che ha ricadute precise sui suoi paesi periferici come l’Italia.

Solo una alternativa di sistema può invertire questo processo di gerarchizzazione dello spazio, riarmonizzare lo sviluppo, senza che alcune porzioni del territorio siano destinate ad essere sterminate terre di nessuno destinate ad un uso di tipo predatorio, condannando alcuni settori allo sfruttamento schiavistico, e tenendo una parte della popolazione come eccedenza strutturale e bacino per l’immigrazione.

Nei fatti, assistiamo al ritorno prepotente della questione meridionale, fatta di disoccupazione di massa, desertificazione industriale e crisi dei servizi essenziali. Dall’altra parte invece, in particolare l’area della Pianura Padana, sembra aver trovato la giusta combinazione per agganciare la ripresa economica generale e per posizionarsi dal punto di vista produttivo con il nord politico dell’UE.

C’è una bella differenza tra la chiusura totale dei rubinetti come si sta verificando al sud e lo stillicidio lasciato aperto al Nord, dove per altro reggono ancora i bilanci familiari e l’industria con forte vocazione all’export che in questi anni ha continuato a crescere.

Questo significa che Potere al Popolo deve per forza di cose sviluppare una visione generale che sappia tenere insieme questa complessità e modulare il suo intervento a seconda delle peculiarità territoriali.

Metropoli

David Harvey afferma che in questa fase di difficoltà del capitalismo, le città diventano un luogo ideale per valorizzare, dunque mettere a profitto, gli enormi capitali accumulati, ma che l’economia della produzione non è più in grado di valorizzare come vorrebbero gli esponenti del capitale finanziario.

Investire nelle città sta producendo mostri sul piano sociale oltre che urbanistico. Al Nord, questa dinamica si presenta prepotente, ma per essere appetibile all’estrazione di plus valore, il tessuto urbano ha bisogno di alcuni fattori fondamentali, che prontamente le amministrazioni locali (di qualsiasi parte politica) hanno messo in questi anni a disposizione, organizzando le aree metropolitane del Nord come enormi HUB dove trovare mano d’opera a basso costo, cedendo spazi per la speculazione edilizia (non tanto da parte di palazzinari come visto fino a poco tempo fa, ma bensì da parte di fondi speculativi e società internazionali di investimento, si veda quello che sta accadendo dietro le quinte dell’affaire FICO), vendendo i centri urbani alla turistizzazione, promuovendo poli universitari di eccellenza in forte competizione con altri centri, creando una forte domanda di servizi integrati ed infine caciando le classi lavoratrici per rimpiazzarli con uno zoccolo duro di borghesia benestante.

In questo contesto nascono e si sviluppano servizi logistici dove i lavoratori vengono pagati una miseria e posti sotto ricatto dalle cooperative e agenzie di somministrazione lavoro. Oltre al sistema cooperativo legato al facchinaggio non possiamo non ricordare come il sistema cooperativo al nord, ma in modo particolare in questa regione, sia parte strutturale del tessuto produttivo, spaziando in ogni settore – dal sociale all’informatica- creando valore e innumerevoli profitti.

Un settore, quello delle cooperative, che è stato utilizzato come sperimentazione del lavoro flessibile e precario di matrice neoliberale UE, poi esportato con le varie riforme del lavoro fino all’ultimo job act, in tutto il paese. Settore, che è stato utilizzato dal sistema neoliberale UE, in Italia rappresentato dal sistema PD, come veicolo per forgiare una struttura di potere e profitto. Non a caso il governo Renzi aveva Poletti come ministro del lavoro, ex presidente Lega Coop.

Ma non solo! La riforma del terzo settore e in generale la concezione neoliberale del sociale e della sanità trovano ancora le Coop in prima fila come veicolo di applicazione e sperimentazione di erogazione privata in concorrenza con quella pubblica – foraggiata dagli enti statali stessi – per ciò che concerne i servizi socioassistenziali e sanitari.

Tutto ciò con lo scopo di andare ad erodere e distruggere il servizio pubblico. A fronte di tutto ciò, quindi, non possiamo esimerci dall’affrontare, denunciare e combattere il sistema COOP, perché sta “mangiando” anche quelle più piccole ancora convinte della bontà del lavoro a struttura cooperativa, ma che non sono in grado di opporsi al sistema in cui volenti o nolenti si vedono inserite anche perché travolte senza capacità di riconoscerlo, dalla retorica dell’associazionismo che veicola ideologicamente quanto detto sopra”

Nel frattempo, Il processo di ri-dislocazione di importanti attività economiche e produttive verso altre aree metropolitane come quella di Milano è il frutto di un riassetto continentale del sistema economico. Si sta realizzando una divisione funzionale delle diverse metropoli europee, una distinzione gerarchica delle stesse, in un quadro in cui si concentrano attorno alle aree metropolitane gli interessi dei grandi gruppi economici e finanziari.

Del resto, è stato calcolato che il Pil di una grande area metropolitana è paragonabile a quello di uno stato. Dopo le due grandi città globali europee Parigi e Londra, fuori misura rispetto al resto del continente, seguono le città di Madrid e Milano con un Pil compreso tra i 170 e i 180 miliardi di euro. Subito dopo vengono Roma, Barcellona e Berlino con un Pil compreso tra i 130 e i 140 miliardi di euro annui, paragonabile a quello dell’Ungheria.

Ma in questo Il Nord è caratterizzato da una ricchezza che sempre più è appannaggio di pochi e il luogo dove la divaricazione con gli ultimi si fa enorme, il luogo della competizione estrema e delle periferie che diventano polveriere. Sono queste ultime il luogo più importante per il nostro lavoro politico, in quanto banalmente ci sono “i nostri” e perché sono luoghi di estrema contraddizione, ghettizzazione e sofferenza.

Migrazioni

In questo contesto diamo per scontato e ampiamente acquisite le ragioni dell’esodo di migranti che preme sui confini europei, il suo uso strumentale per lavori a bassa specializzazione e retribuzione, e l’uso altrettanto strumentale in politica per indicare un nemico diverso ed impedire a tutti i costi l’unità di classe.

Nel quadro attuale, caratterizzato da una forte competizione tra le diverse aree di influenza economica e politica, che si sta manifestando con una accelerazione della tendenza alla guerra economica e guerreggiata, le migrazioni sono una conseguenza della competizione globale. Nello specifico del nostro imperialismo, dove si registra una competizione interna oltre che proiettata verso gli altri poli e questo determina un inscindibile rapporto tra migrazioni extraeuropee e migrazioni interne ai paesi della Ue, su quest’ultima crediamo manchi un ragionamento organico.

Il processo di gerarchizzazione tra le metropoli globali europee ha animato naturalmente un’entropia fino a poco tempo fa più sommessa. Se questo è evidente sul piano della riaccesa competizione, oggi commerciale domani chissà, è altresì palese da tempo come anche all’interno degli stessi confini di un paese o di una macroregione continentale si stiano andando a ridefinire equilibri che erano rimasti immutati per decenni.

In quest’ottica vanno letti ad esempio anche i rinnovati flussi migratori interni all’Unione Europea.
La crisi ha influito in maniera significativa su queste dinamiche. Da un lato, il flusso da Nord e Sud si è bruscamente invertito, con l’emigrazione sempre crescente di lavoratori dai paesi dell’Europa mediterranea verso i paesi del Nord Europa.

Dall’altro, i flussi dall’est Europa verso Spagna, Portogallo e Italia si sono totalmente arrestati e molti lavoratori sono tornati nei propri paesi di origine, vista la situazione drammatica del mercato del lavoro di questi paesi, mentre invece sono rimasti significativi verso il centro produttivo. Il risultato è l’intensificazione delle dinamiche di centro-periferia in Europa, con il centro che accoglie lavoratori qualificati e non (anche promuovendo attivamente politiche di attrazione di forza lavoro straniera, come nel caso della regione tedesca del Baden-Wurttemberg) e la periferia che vede un deflusso di forza lavoro al quale non è in grado di offrire un collocamento sul mercato del lavoro.

Le politiche non sono in questo senso neutrali. Le politiche di austerità messe in atto da vari governi dei paesi “PIIGS” sotto la spinta dell’Unione Europea hanno provato un aumento della disoccupazione (specie giovanile) e la diffusione di forme di lavoro precarie e malpagate, incentivando così l’emigrazione.

Queste dinamiche si replicano in maniera analoga se zoomiamo il nostro sguardo all’interno dei confini nazionale. Sia nel senso che l’Italia ha scalato le classifiche mondiali attestandosi all’ottavo posto tra i paesi da cui escono persone in cerca di fortuna, sia se analizziamo le dinamiche intra-italiane, e vediamo come vi sia un drenaggio continuo dalle più povere regioni meridionali in direzione delle più grandi città settentrionali.

Oggi sarebbe impossibile analizzare le condizioni del precariato giovanile, dei figli delle fasce popolari o della classe media in via di impoverimento senza tenere conto del fenomeno emigratorio. L’analisi per classi di età mostra infatti come la fascia più rappresentativa sia quella dei 18-34 anni (36,7%) seguita dai 35-49 anni (25,8%).

È significativo notare come si tratti sempre di più di una emigrazione qualificata, in contrasto con le ondate migratorie del secolo scorso. Nell’anno 2014 infatti si è arrivati a un valore del 32% di cittadini italiani con una educazione terziaria espatriati all’estero, dato che molto significativo se si considera che i giovani che accedono oggi a percorsi universitari sulla popolazione totale sono poco più del 20%.

Per quanto riguarda i flussi interni, la funzione attrattiva di alcuni territori del Nord Italia risulta chiara da vari dati a nostra disposizione, ed in particolare dai numeri delle immatricolazioni universitarie negli ultimi anni accademici di cui si dispongono dati.

Formazione

Nello specifico caso dell’istruzione universitaria, se a livello nazionale vediamo un deciso calo di immatricolazioni su tutto il territorio (-20% negli ultimi dieci anni) e un forte taglio dei fondi ministeriali a tutti i livelli dell’istruzione, alcuni atenei del Nord sembrano andare in controtendenza.

Un esempio tra i tanti: l’ateneo bolognese Alma Mater Studiorum registra, al corrente anno, un budget ingente (che supera di molto gli 800 milioni di euro, molto più del bilancio del bilancio del Comune di Bologna per intenderci) in attivo e in crescita.

E se si registra un aumento assoluto degli immatricolati, a crescere sono soprattutto gli iscritti da fuori regione e gli studenti aventi la cittadinanza estera. Questa vocazione internazionale dell’ateneo si intreccia fortemente con il tessuto produttivo di tutta la regione, inserendo corsi di laurea magistrale internazionali di eccellenza (come il “Motorvehicle University”, un accordo tra gli atenei di Bologna, Ferrara, Modena e Reggio Emilia, e Parma e le aziende “automotive” più prestigiose a livello mondiale come Lamborghini, Maserati, Ducati, Ferrari…) che mirano espressamente ad attrarre nella regione i migliori studenti universitari di tutto il mondo e a formare (con inserimento nel mondo del lavoro assicurato) i professionisti di domani che progetteranno veicoli stradali e da competizione, i sistemi di propulsione sostenibili e i sottosistemi per le funzionalità intelligenti e gli impianti di produzione all’insegna dell’Industria 4.0.

Sono progetti che palesano la funzione dell’università, unicamente al servizio delle imprese. Per tutti gli altri, ovvero per la stragrande maggioranza degli studenti e delle studentesse, si organizzano imponenti Carrer Day dove al massimo si può sperare di trovare un contratto precario alla Lild.

Tra il 2017 e il 2019 le imprese italiane avranno finito di installare nei loro capannoni circa 45mila nuove macchine, frutto dei 14 miliardi di investimenti che saranno attivati nel triennio. Un ricambio tecnologico imponente che porterà la vita media all’interno del parco macchine italiano a nove anni rispetto ai tredici attuali, il livello di obsolescenza più elevato nella storia industriale.

Questo “salto tecnologico” abbisogna di manodopera specializzata (altamente precarizzata) che l’attuale configurazione del sistema educativo non può fornire a pieno, la necessità di accelerare il processi entrati a regime con l’alternanza scuola lavoro e la scuola/impresa, investendo sugli ITS anche come istituti di formazione post-diploma, ridefinendo un rapporto tra azienda/territorio/ sistema educativo che rimodula le relazioni lungo la scala gerarchica di settori trainanti del core business di una area – con una maggiora specializzazione spaziale dei territori e una connotazione della composizione tecnica di classe in cui il “lavoro mentale” avrà un ruolo chiave.

Il differenziale tra formazione di “supertecnici” tra la locomotiva tedesca e il nostro Paese è piuttosto elevato: 8.000 che vengono formati in Italia ogni anno contro gli 800.000 in Germania e da la cifra delle gerarchie interne alla UE sul piano della formazione della “fascia alta” della working class del settore manifatturiero.

Discorso analogo lo si può fare per i Digital Innovation Hub ed i Competence Center che rifunzionalizzeranno i rapporto impresa/istruzione-ricerca/finanza facendo diventare queste realtà centri nevralgici dello sviluppo a venire, con ricadute a cascata su tutto il territorio che si “riconfigurerà” attraverso le sue eccellenze, secondo un modello di integrazione verticale che taglia tutto ciò che non risulta appetibile nel processo di accumulazione, inclusi i lavoratori di quelle aziende fuori dall’area core.

Le nostre città rappresentano una grande concentrazione di giovani autoctoni e stranieri (e non solo quelli comunitari a cui qui si è brevemente accennato) alla ricerca di formazione e lavoro, centri urbani a servizio della speculazione e da cui vengono espulse masse sempre più imponenti verso periferie sempre più affollate, grande concentrazione di investimenti, profitti volatili e a grande variabilità in un contesto oggi fluido e instabile: un mix di fattori che ci dicono che ad attendere i settori di classe delle nostre città c’è un futuro tutt’altro che placido e lineare.

Tanto più se si considera che il Nord non è solo la terra del lavoro qualificato, ma anche quella del lavoro povero, quando le regioni settentrionali non si sono fatte addirittura alfieri del lavoro non pagato. In questo il settore del turismo, e dei servizi in generale, ha valicato frontiere finora inesplorate, ed emblematico rimarrà in tal senso lo sfondamento delle linee effettuato con il mega evento di Expo 2015.

Potere al Popolo

Le aree metropolitane sono da anni al centro di una riflessione attenta da parte della Commissione europea, che ha individuato in esse non solo il cuore nevralgico dell’iniziativa economica ma anche il luogo della possibile esplosione delle contraddizioni sociali.

Attraverso il concetto di “rigenerazione urbana” si è definita la strategia per gestire il controllo dei conflitti ma anche il terreno per investire quote importanti di capitali al fine di favorire il processo di valorizzazione capitalistica. E noi non vogliamo dunque rifletterci?

Non sentiamo quindi il bisogno di studiare questa “questione settentrionale”, confrontarci su come agire, metterci in strada organizzando quelle milioni di persone in cerca di un progetto collettivo?

Cogliamo l’occasione di un Festival come quello di Bologna per aprire un dibattito che metta al centro la periferia. A Bologna e in molte altre città nei mesi passati abbiamo sperimentato questa parola d’ordine, “riprendiamoci le periferie”, ed è forse giunta l’ora di socializzare, coordinare e ampliare questo intervento che ha carattere strutturale nella nostra azione politica quotidiana.

Le resistenze contro la devastazione ambientale, il mutualismo e dunque la solidarietà concreta tra sfruttati, il dibattito sui mandanti di questa barbarie e quello relativo a come lanciare la nostra controffensiva.

Chiamiamo questa festa anche per attivare la socializzazione tra i tanti compagni e le tante compagne che in questi mesi hanno operato nel loro piccolo contesto, ma che sentono l’esigenza di confrontarsi nel merito con persone che vivono in città e paesi con caratteristiche sociali ed economiche simili.

Questa festa non è la festa dell’assemblea di Bologna e provincia: va molto più in là perché vuole dare un grande contributo a tutta Potere al Popolo, che in queste settimane si prepara all’appuntamento del 6-7 ottobre. Per funzionare ha quindi bisogno di tutte le energie possibili, fisiche e politiche.

In questo senso chiediamo un’attivazione da parte di tutti i militanti e gli attivisti che sentano la necessità di costruire Potere al Popolo forte: diamoci una mano a costruire, gestire e pubblicizzare la festa, diamoci una mano nel portare avanti campagne comuni, diamoci una mano a far funzionare questo progetto.

L’Assemblea di Potere al Popolo Bologna e provincia
Costruiamo insieme il potere Popolare

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