Luiz Inácio Lula da Silva vince per la quarta volta le elezioni presidenziali brasiliane, al termine di un testa a testa con Flávio Bolsonaro. Una vittoria che appartiene al popolo.
Il risultato è storico. Dopo un primo turno sfavorevole, con la destra che sembrava inarrestabile, Lula ha vinto il secondo turno con un margine netto. La virada è stata possibile grazie a una convergenza di forze, ma è stata la gioventù a rimettere tutto in movimento: la Generazione Gaza è scesa in piazza in massa subito dopo il primo turno, rivendicando un diritto al futuro, all’istruzione pubblica e alla protezione dei diritti conquistati.
Na rede e na rua — nella rete e in strada — è diventata la parola d’ordine: da una parte la macchina digitale del deputato André Janones, dall’altra la mobilitazione fisica di giovani, sindacati, MST, movimenti femministi, movimento nero, comunità indigene, quilombolas e LGBTQIA+. Figure come la deputata Erika Hilton incarnano questa pluralità: la battaglia per i diritti delle persone trans, per chi vive in strada e per la fine del 6×1 senza perdita salariale pongono la stessa questione — chi ha diritto al tempo, alla dignità, a una vita meno precaria?
Le due personalità incarnano il campo della sfida digitale, feudo tradizionale della destra dovela sinistra, stavolta, è stata competitiva: l’Exército do Lula ha raggiunto 10,6 milioni di persone via WhatsApp, mentre le piattaforme sono state pubblicamente accusate di aver agito contro Lula. Serve un controllo democratico delle grandi piattaforme: la tecnologia non è neutrale, serve interessi, e restituire ai cittadini la possibilità di informarsi liberamente è una questione politica centrale.
Inoltre, questa vittoria dimostra anche che si vince quando si torna a incontrare le persone là dove vivono, lavorano e costruiscono le proprie idee: con gli inconmtri e le manifestazioni oceaniche.
Anche gli attacchi a questa vittoria sia sul web che reali si sono protratti fino all’ultimo momento: il giorno stesso del voto i sindaci bolsonaristi di São Paulo, Salvador e altre città hanno tagliato fino al 40% della flotta di autobus per impedire agli elettori delle periferie di raggiungere i seggi. La campagna ha portato il caso alla Corte Suprema e ha ottenuto la proroga di due ore, prima volta nella storia. E tuttavia il popolo è andato al voto in numeri mai visti dall’entrata in democrazia del 1988: la diminuzione dell’astensione — 3 milioni di persone in più rispetto al primo turno — ha determinato la vittoria. È stato quello il campo di battaglia vero: trasformare l’indignazione in partecipazione, raggiungere chi era rimasto a casa. L’organizzazione capillare, le assemblee, le conversazioni porta a porta hanno battuto la macchina dell’odio.
Mentre Giorgia Meloni non si pronuncia e Donald Trump contesta il risultato, Lula rilancia un principio che appartiene alla storia migliore dell’America Latina: o Brasil não cabe no quintal de ninguém. Il Brasile non è il cortile di nessuno. È la prima sconfitta del trumpismo in America Latina in questo ciclo elettorale: Trump aveva sostenuto Bolsonaro e aveva vinto ovunque nel continente — Perù, Argentina, Colombia sono per citarne alcuni. Oggi perde, e non lo accetta. Le alleanze tra destre nazionaliste e l’influenza statunitense rendono questa vittoria particolarmente significativa: è rivendicazione di sovranità e antimperialismo, ma soprattutto di libertà dei popoli di decidere del proprio futuro e delle proprie risorse.
Vincere non basta. Il Brasile resta profondamente polarizzato, le disuguaglianze sono enormi, gli interessi economici concentrati, e una parte consistente delle istituzioni territoriali e parlamentari rimane saldamente in mano alla destra — agrobusiness, militari, chiese evangeliche (boi, bala, bíblia). Il bolsonarismo non sparisce con un risultato elettorale.
In un contesto così difficile, una vittoria di sinistra non è di per sé politica di sinistra: la tentazione del centro — alleanze di “responsabilità”, compromessi con i poteri economici, rinuncia alle misure più radicali — è un rischio che questo governo non può permettersi. Misure come il Bolsa Família, la fine del 6×1, la riduzione della fame, il rilancio di Minha Casa Minha Vida non sono concessioni: sono il minimo per una vita degna, ma non bastano.
La vera sfida dei prossimi quattro anni è tenere viva la tripla equazione che ha reso possibile questa vittoria: Rua, Rede e Programa — strada, rete e programma. L’alleanza del presidente deve restare con il suo popolo, non cercare stabilità nel centro: ogni concessione verso destra è una perdita di forza. La pressione dal basso dei movimenti, delle organizzazioni e delle comunità non è un problema per il governo Lula: è la sua unica protezione reale. Lo sa bene il MST che, nella sua “Carta al popolo brasiliano”, ha subito posto le condizioni per il futuro: “Abbiamo vinto molto più di un’elezione, abbiamo vinto la battaglia più difficile. Ma sappiamo che non possiamo abbassare la guardia”. Il movimento chiede che la Riforma Agraria sia il cuore del nuovo mandato, l’agroecologia e maggiori fondi per produrre cibo sano. Il loro monito è chiaro: se vince la destra con la sua macchina di disinformazione, il popolo deve rispondere con la mobilitazione, la strada e l’organizzazione.
La storia non è mai scritta una volta per tutte. Questa è la lezione del Brasile: quando la sinistra si organizza, quando smette di parlare a sé stessa e impara a stare tra le persone, quando trasforma l’indignazione in partecipazione e la partecipazione in potere, può vincere. Anche nelle condizioni più avverse. Anche contro la disinformazione, il sabotaggio, l’interferenza straniera. Per noi, questa vittoria è un riferimento e un monito: un riferimento perché dimostra che costruire un blocco sociale ampio, radicato nei territori, capace di unire lavoratori, giovani, movimenti femministi e comunità marginalizzate è possibile e vincente; un monito perché la vittoria elettorale è solo l’inizio, e cedere al centro è la strada più rapida verso la perdita di tutto questo capitale politico e sociale.
L’eco di questa vittoria ci raggiunge. Sta a noi farne un punto di orientamento per le nostre lotte.
Ganhamos. Vamos levar