Care amiche, cari amici,

Saluti dalla redazione di Tricontinental: Institute for Social Research.

Nel 2015, la Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD) pubblicò un studio dell’influente economista Robert H. Wade intitolato The Role of Industrial Policy in Developing Countries («Il ruolo della politica industriale nei paesi in via di sviluppo»). Wade sosteneva che praticamente tutti i tentativi riusciti di industrializzazione tardiva (come nel caso del Giappone e della Corea del Sud) avessero fatto ricorso a politiche statali interventiste per promuovere lo sviluppo industriale e il progresso tecnologico. Nel 2024, quasi un decennio dopo, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Industriale (UNIDO) pubblicò il suo rapporto di punta Turning Challenges into Sustainable Solutions: The New Era of Industrial Policy («Trasformare le sfide in soluzioni sostenibili: la nuova era della politica industriale»), in cui si sosteneva che la politica industriale è uno strumento chiave per lo sviluppo sostenibile. Tra la pubblicazione dell’articolo di Wade nel 2015 e il rapporto dell’UNIDO nel 2024, il contesto globale era cambiato in modo significativo. La Belt and Road Initiative (BRI) della Cina, annunciata nel 2013, era diventata una delle principali fonti di investimenti infrastrutturali e industriali: tra il 2013 e il 2024, gli investimenti complessivi nell’ambito della BRI hanno raggiunto 1.175 miliardi di dollari e, solo nel 2024, i dati preliminari indicavano circa 340 accordi BRI in 87 paesi. Gran parte di questi investimenti ha assunto la forma di contratti di costruzione, anche nel settore delle infrastrutture dei trasporti e dell’energia, che rimangono entrambi i pilastri dello sviluppo industriale.

Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) non poteva negare l’importanza della politica industriale, ma non intendeva avallare né lo studio di Wade né il rapporto dell’UNIDO. L’esitazione del FMI traspare dai titoli di recenti articoli sul suo blog, come «Industrial Policy Can Lift Productivity – but Comes With Risks and Trade-Offs» (2025) e «Industrial Policy Is Adapting to Crises, but Remains Hard to Implement Effectively» (2026). Dal punto di vista del FMI, la ricetta per il futuro rimane legata a un passato fallimentare che insisteva sul fatto che la privatizzazione e la deregolamentazione avrebbero fornito la via verso lo sviluppo. E questo nonostante il fatto che la stessa ricerca del FMI dimostri che gli Stati del Nord globale, che controllano l’organizzazione, ricorrono alla politica industriale in misura maggiore rispetto a quelli del Sud globale. Eppure, nelle banche centrali e nelle istituzioni multilaterali, un establishment ormai logoro di analisti delle politiche – plasmato dal brain capture, ovvero dal restringimento del pensiero prodotto dall’ortodossia del FMI – ha soffocato il dibattito che il rapporto di punta dell’UNIDO avrebbe dovuto suscitare.

Attributed to Jacopo de’ Barbari (Italy), Portrait of Fra Luca Pacioli with a Pupil, 1495–1500.
Attributed to Jacopo de’ Barbari (Italy), Portrait of Fra Luca Pacioli with a Pupil, 1495–1500.

In gran parte del Sud globale, tuttavia, le vecchie certezze dei dogmi del FMI sono svanite, poiché il modello fondato sull’austerità ha perso credibilità. Rimane però aperta la questione di cosa possa sostituirlo. Diversi partiti politici hanno vinto le elezioni contestando questo modello basato sull’austerità e promettendo alternative. Eppure, alcuni dei governi da essi guidati non sono riusciti a delineare un’alternativa autentica e si sono ritrovati nuovamente nell’orbita del FMI, come è avvenuto nello Sri Lanka, che ha proseguito il programma concordato con il FMI, e in Senegal, che ha riaperto i negoziati dopo la sospensione del proprio accordo.

Questo dilemma – la perdita di credibilità del modello del FMI ma l’assenza di un’alternativa – è al centro dell’ultimo numero di Wenhua Zongheng. Intitolato Building a New Development Theory from the Global South, il numero pone una domanda solo apparentemente semplice: se le teorie che hanno governato lo sviluppo nell’ultimo secolo hanno fallito, da dove verranno le nuove teorie? La preposizione del titolo è significativa: dal, non per. Non si tratta di una teoria elaborata altrove e imposta al Sud globale, ma di una teoria che emerge dalle sperimentazioni dei suoi popoli.

Le teorie dello sviluppo non si limitano a spiegare il mondo. Esse plasmano le aspettative politiche definendo ciò che i governi e le istituzioni sociali ritengono possibile. Nascono dal modo in cui immaginiamo il futuro e, a loro volta, influenzano il modo in cui le società perseguono quel futuro. Nel saggio di apertura del numero, Qin Beichen e Jing Jun dell’Università di Tsinghua sostengono che le teorie contribuiscono a definire l’orizzonte dell’azione politica. Quando una società perde la capacità di immaginare la propria strada da seguire, rimane intrappolata all’interno di strutture ereditate, anche quando tali strutture non funzionano più. Questa è la crisi più profonda della nostra epoca. In gran parte del mondo, si registra una diffusa incapacità di immaginare il futuro. Il discorso politico oscilla tra la nostalgia per un passato ormai svanito e la paura di una catastrofe imminente. Il futuro, come abbiamo mostrato nel dossier n. 100, appare o come una continuazione delle disuguaglianze attuali o come una successione di crisi. Ciò che manca è una visione dello sviluppo convincente che metta i bisogni umani al di sopra dell’austerità.

Attributed to Jacopo de’ Barbari (Italy), Portrait of Fra Luca Pacioli with a Pupil, 1495–1500.
Attributed to Jacopo de’ Barbari (Italy), Portrait of Fra Luca Pacioli with a Pupil, 1495–1500.

Per recuperare la capacità di immaginare nuove teorie e nuovi modelli di sviluppo è necessario tornare ad alcune domande fondamentali:

  • In che modo le società costruiscono la capacità produttiva?

  • In che modo creano occupazione significativa?
  • In che modo gli Stati acquisiscono la capacità di migliorare la vita delle loro popolazioni?

  • In che modo i paesi possono sottrarsi alla posizione loro assegnata in una divisione internazionale del lavoro profondamente diseguale?

Le risposte a queste domande non risiedono in modelli astratti di sviluppo, ma nelle teorie che emergono dai tentativi concreti di costruire un futuro migliore.

I saggi di Li Xiang e Feng Chao, entrambi professori presso la Shanghai International Studies University, sono particolarmente illuminanti nel descrivere in dettaglio i progressi compiuti rispettivamente in Pakistan e in Vietnam. Entrambi gli autori sostengono che tali progressi dimostrano la centralità della cooperazione Sud-Sud. Li Xiang esamina il sistema energetico del Pakistan e sostiene che lo sviluppo debba essere inteso non semplicemente come crescita economica, ma come espansione della capacità dello Stato. I grandi progetti infrastrutturali, le reti elettriche e le nuove tecnologie come l’energia solare distribuita vengono presentati non solo come risultati tecnici, ma come meccanismi attraverso i quali le società costruiscono la capacità istituzionale necessaria per un nuovo tipo di modernizzazione. La questione non è soltanto come produrre elettricità, ma come le infrastrutture rimodellino le relazioni sociali e rafforzino la capacità degli Stati di fornire beni pubblici.

Feng Chao, dal canto suo, analizza la «Silk Road Manufacturing» – un nuovo modello di collaborazione industriale nell’ambito della BRI – attraverso l’esperienza degli investimenti industriali cinesi in Vietnam. Anziché considerare la globalizzazione come un processo inevitabile governato dalle forze di mercato, Feng Chao vede l’integrazione industriale come qualcosa che può essere consapevolmente organizzato per espandere le capacità produttive in più paesi. L’accento è posto sul trasferimento tecnologico, sull’ammodernamento industriale, sullo sviluppo della forza lavoro e sulla costruzione di reti produttive regionali che rafforzino, anziché indebolire, le prospettive di sviluppo dei paesi partecipanti.

Sana Arjumand (Pakistan), Then Their Shadows Fell from the Sky – 2, 2010.
Sana Arjumand (Pakistan), Then Their Shadows Fell from the Sky – 2, 2010.

Per decenni, lo sviluppo è stato concepito in gran parte come un rapporto tra il Nord industrializzato e il Sud sottosviluppato. L’aspirazione era quella di seguire percorsi già tracciati altrove. Tuttavia, le esperienze analizzate da questi autori suggeriscono che le innovazioni più importanti possano ora emergere attraverso gli scambi tra gli stessi paesi del Sud globale. I processi di industrializzazione, sviluppo delle infrastrutture, riduzione della povertà e costruzione dello Stato realizzati dalla Cina non vengono presentati come modelli universali. Sono piuttosto considerati risorse per l’apprendimento collettivo e la sperimentazione. In definitiva questi studiosi non propongono né un rifiuto della conoscenza globale né un’esaltazione di un singolo modello nazionale. Invitano piuttosto a costruire un autentico progetto intellettuale del Sud globale. Un simile progetto dovrebbe partire dall’abbandono del presupposto che la teoria dello sviluppo debba sempre provenire dall’esterno. Dovrebbe mettere la produzione prima della speculazione, l’occupazione prima dell’efficienza astratta e la capacità pubblica prima dei dogmi del mercato. Dovrebbe studiare le esperienze storiche in Asia, Africa, America Latina e nei Caraibi non come deviazioni da una norma universale, ma come fonti di innovazione teorica.

In un periodo caratterizzato da frammentazione geopolitica, crisi ecologica e incertezza economica, questo potrebbe essere il contributo più importante offerto da questo numero. La sfida che il Sud globale deve affrontare non è solo quella di costruire nuove infrastrutture, nuove industrie e nuove istituzioni, ma anche di costruire nuovi modi di pensare. Prima che le società possano costruire un futuro diverso, devono innanzitutto recuperare la capacità di immaginarlo.

Abel Beyene (Ethiopia), Behind the Cover, 2025.
Abel Beyene (Ethiopia), Behind the Cover, 2025.

Rileggendo questi saggi, ho pensato a Riding Chinese Machines della giovane poetessa etiope Liyou Mesfin Libsekal. Nonostante il titolo, nella poesia non vi è alcun riferimento alla Cina. Sono i politici africani a progettare la città descritta da Libsekal, e sono i lavoratori africani a costruirla. La poesia non condanna la modernizzazione da un punto di vista romantico; riconosce piuttosto che cambiamenti come questo hanno un prezzo.

Ci sono bestie in questa città
scricchiolano e cigolano
e gemono fin dalle prime luci dell’alba
quando i loro padroni dalla lingua africana si svegliano
per guidarle con mano disinvolta e umana
attraverso l’ora di punta
quando vengono maneggiate con noncuranza e prive di vita
immobili mentre dormiamo, torreggianti o inchinate
sempre pesanti

versiamo cemento attraverso le città
i paesi, attraverso la natura selvaggia
avanti, sempre più lontano
come dita di mani avide
tese sulla terra
affondate

i leoni indagano
e una meraviglia sepolta brontola
schiacciata in nome del progresso.

Le nuove bestie – le macchine cinesi – si fanno strada nel mondo delle vecchie bestie, i leoni africani, ma la poesia mantiene entrambe ben in vista. Il nuovo paradigma di sviluppo non dovrebbe riprodurre il vecchio modello, che ha sacrificato la natura e gli esseri umani al profitto. Deve invece cercare di incorporare gli aspetti positivi del passato e gestire con cura il rapporto tra natura ed esseri umani per il bene della società. Questo è l’ethos promosso da Qin e Jing nel loro saggio, ed è questo il punto di partenza per qualsiasi teoria dello sviluppo degna del Sud globale.

Con affetto,
Vijay

*Traduzione della ventinovesima newsletter del 2026 di Tricontinental: Institute for Social Research.

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Come Potere al Popolo traduciamo la newsletter prodotta da Tricontinental: Institute for Social Research perché pensiamo affronti temi spesso dimenticati da media e organizzazioni nostrane e perché offre sempre un punto di vista interessante e inusuale per ciò che si legge solitamente in Italia. Questo non significa che le opinioni espresse rispecchino necessariamente le posizioni di Potere al Popolo. A volte accade, altre volte no. Ma crediamo sia comunque importante offrire un punto di vista che spesso manca nel panorama italiano.