Negli ultimi 30 anni il nostro paese ha vissuto un violento processo di privatizzazione del patrimonio pubblico, dai settori produttivi più strategici sino ai servizi accessori degli enti più periferici. La conseguenza è che ovunque le logiche del profitto hanno sostituito quelle di giustizia sociale senza alcuna ricaduta positiva su efficienza e spesa pubblica e che lo Stato ha perso la possibilità di dirigere il sistema industriale e produttivo che è rimasto alla mercè della speculazione privata. Questo articolo ripropone sinteticamente le tappe di questo processo e conclude con alcune considerazioni.

Era il 1962. La nazionalizzazione del settore energetico e la nascita dell’ENEL inaugurarono la stagione delle nazionalizzazioni e del marcato interventismo pubblico nell’economia. L’espansione del settore pubblico avanzava sotto la spinta delle mobilitazioni operaie che proprio in quell’anno raggiunsero un picco inedito e si mantennero intense per circa un ventennio con rivendicazioni che trasbordavano dal perimetro salariale e invadevano il campo del salario indiretto e dello stato sociale. Le ragioni di questa spinta non si limitavano all’aggiustamento delle ingiustizie causate dal capitalismo e al perseguimento di una maggiore equità e della diffusione di diritti sociali ed economici, ma erano anche nella volontà di sviluppo di uno Stato che dirigesse l’intero processo economico ed industriale del paese, non lasciandolo alla mercè degli interessi e della speculazione del capitale privato.

30 anni dopo questa prospettiva veniva completamente annichilita. Gli anni ‘90 furono caratterizzati dal trionfo del neoliberismo, la teoria sottostante è che le forze di mercato sarebbero le uniche a garantire l’efficienza del sistema economico, mentre l’interventismo statale e le rigidità normative causerebbero solo corruzione, distorsioni, inefficienze e debito pubblico. Le maggiori implicazioni politiche, sostenute dalle principali istituzioni internazionali come l’FMI la Banca Mondiale e l’OCSE, furono di procedere con riforme volte ad una generale deregolamentazione e liberalizzazione dei mercati, alla privatizzazione di numerosi enti statali, ad una riduzione delle imposte e della spesa pubblica e ad una flessibilizzazione del mercato del lavoro. I nuovi paradigmi vennero assorbiti e codificati nel trattato di Maastricht del 1992 con cui si innesca la nascita dell’Unione europea sulla base della libera circolazione di beni e capitali senza interferenze pubbliche. Tutti i paesi europei, a prescindere dal colore del governo, cominciarono a procedere in questo senso sulla scia di ciò che altri paesi, come USA e Regno Unito, avevano avviato già dagli anni ’80.

Nel nostro paese questo processo prende corpo dal 1992 con la trasformazione di alcuni fra i principali enti pubblici italiani, fra cui IRI, ENEL ed ENI, in Società per azioni, spianando la strada all’ingresso di privati[1]. Nello stesso anno inizia lo smantellamento e l’inserimento di logiche aziendalistiche e privatistiche nel Servizio Sanitario Nazionale con il passaggio delle USL ad ASL, degli ospedali in aziende ospedaliere e con la nascita del privato accreditato.[2]

Dopo questa prima fase preparatoria, negli ultimi anni del millennio il processo di privatizzazione italiano raggiunge il suo picco. Nel 1997 il Governo Prodi avvia la privatizzazione della Telecom, operazione che passò alla storia come “la madre di tutte le privatizzazioni”. Successivamente, Il primo decreto Bersani nel 1999[3] ed il Decreto Letta del 2000[4], recependo direttive europee, liberalizzarono il mercato dell’energia elettrica e del gas. Negli stessi anni si procede con quotazione e vendita dell’enorme capitale pubblico bancario ed assicurativo. Dalla relazione della Corte Dei Conti del 2010 “Obiettivi e risultati delle operazioni di privatizzazione di partecipazioni pubbliche”[5] si evince che le privatizzazioni italiane da fine anni 80 al 2007 in termine di valore si collocano al secondo posto globale – seconde solo al Giappone – per un valore di 152 miliardi di euro del 2010. Secondo la relazione nel 1999 “il Paese si posizionò al primo posto della classifica mondiale per ricavi totali da privatizzazioni, non solo grazie a ENEL, ma anche alla vendita di Autostrade”…“Il contributo al PIL delle imprese partecipate dell’amministrazione entrale è oggi (2010) pari al 4,7%, rispetto al 18% circa del 1991.” Ad oggi lo Stato, tramite le sue articolazioni, mantiene comunque una quota delle azioni delle grandi aziende strategiche ma raramente si è riservato la maggioranza delle quote che via via continuano a ridursi.[6]

Note: PO Public Offering (vendita azioni di nuova emissione); PS: Public Sale (vendita azioni già possedute).

Grafico estratto dalla relazione della Corte Dei Conti del 2010 “Obiettivi e risultati delle operazioni di privatizzazione di partecipazioni pubbliche”.

Anche per i servizi pubblici gestiti dagli enti locali la traiettoria è simile, con la trasformazione degli enti pubblici in società di diritto privato negli anni ‘90, successivamente la liberalizzazione dei settori e via via il progressivo affidamento della gestione del servizio a società private – si vedano la Legge Galli[7] o le riforme Bassanini[8] – fino ad arrivare al DDL concorrenza del Governo Draghi del 2021[9] che prevedeva la privatizzazione di tutti i servizi pubblici locali, eventuali gestioni dirette da parte degli enti pubblici (cosiddette in house) sarebbero dovute essere marginali, eccezionali e ben motivate. Questo processo è andato a vele spiegate nonostante il Referendum del 2011 (quello sull’acqua pubblica) abbia rigettato le norme dell’all’epoca Governo Berlusconi, che prevedevano che servizi pubblici locali dovessero essere affidati tramite gara a società private o miste. Parallelamente anche gli enti rimasti pubblici hanno dovuto esternalizzare e affidare tramite appalto la gran parte dei servizi accessori come pulizie, vigilanza o logistica.

La Corte dei Conti nel report del 2010 rileva che: “Per quanto riguarda le utilities c’è tuttavia da osservare che l’aumento della profittabilità delle imprese regolate è in larga parte dovuto, più che a recuperi di efficienza sul lato dei costi, all’aumento delle tariffe che, infatti, risultano notevolmente più elevate di quelle richieste agli utenti degli altri paesi europei, senza che i dati disponibili forniscano conclusioni univoche sulla effettiva funzionalità di tali aumenti alla promozione delle politiche di investimento delle società privatizzate. Considerazioni analoghe possono valere anche per ciò che attiene agli effetti sul livello sia delle tariffe autostradali, sia degli oneri che il sistema bancario pone a carico della clientela, tutt’oggi sistematicamente e considerevolmente più elevato di quello riscontrato nella maggior parte degli altri paesi europei.”

Questo lungo processo di privatizzazione è stato accompagnato da una retorica che ha etichettato i dipendenti pubblici come inefficienti e privilegiati, e ha determinato sin dagli anni ‘90 diverse riforme del pubblico impiego in senso privatistico nonché blocchi degli avanzamenti di stipendi. Si ricordi la crociata contro i “fannulloni” o “furbetti del cartellino” dell’all’epoca Ministro del Governo Berlusconi Brunetta o la crocifissione mediatica del 2015 del vigile di Sanremo che aveva timbrato il cartellino in mutande. Chiaramente le privatizzazioni hanno determinato una drastica riduzione dei dipendenti pubblici, che – secondo i dati ILO – al 1995 rappresentavano il 26% dei lavoratori dipendenti, mentre ad oggi rappresentano il 17%. [10] Al 2023 i dipendenti pubblici in Italia erano circa 3 milioni e mezzo[11]. I dati INPS ci mostrano inoltre che neanche il settore pubblico è stato risparmiato dalla generale flessibilizzazione del mercato del lavoro, al 2024 circa il 13% con contratto a tempo determinato, con picchi del 24% nel settore della scuola.[12] La figura qui di seguito riporta la ripartizione dei dipendenti secondo i dati CNEL.

I dati OCSE ci mostrano che al 2023 in Italia gli occupati nel pubblico erano circa il 14% degli occupati complessivi, si registrava appena un lavoratore pubblico ogni 17 persone, fra i valori più bassi europei ed occidentali.

In base a questa breve ricostruzione storica e quantitativa si evince che il processo di privatizzazione in Italia è stato particolarmente intenso ed ha ridotto il settore pubblico italiano fra i minori dei paesi europei.

Il confronto con gli altri paesi ci suggerisce che non c’è alcun nesso fra grandezza del settore pubblico e la scarsa performance economica o qualità dei servizi, lo si vede chiaramente sia nel contesto europeo, dove i paesi con performances migliori hanno spesso sistemi pubblici più grandi, che nei paesi del terzo mondo, dove solo quelli con una forte dirigenza statale – vedi la Cina – sono riusciti a sollevarsi e sottrarsi dal saccheggio del capitale internazionale. Le storture del settore pubblico italiano, dalla corruzione all’eccessiva burocratizzazione alle inefficienze ecc. non sono imputabili alla sua stazza né ai suoi dipendenti, ma alle modalità di gestione ed alle finalità degli organi apicali, dirigenziali e politici.

La vendita del patrimonio pubblico al capitale privato nazionale ed internazionale ha causato la perdita del controllo di settori produttivi strategici e quindi la capacità di direzione economica del paese, lasciandolo alla mercè di interessi privati che hanno realizzato profitti immensi, spesso tramite speculazioni di breve periodo godendo delle loro posizioni di rendita monopolistiche o oligopolistiche piuttosto che investendo in sistemi più moderni ed efficienti. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un sistema produttivo saccheggiato, arretrato e completamente marginalizzato, proiettato verso i settori a più bassa produttività mentre la desertificazione industriale procede senza sosta. Un sistema dove la produttività ristagna da quasi 30 anni ed il gap tecnologico con i paesi più avanzati tecnologicamente continua ad ampliarsi.

Il processo di privatizzazione ha piegato completamente i servizi pubblici alle logiche del profitto, mentre le questioni di equità, giustizia sociale e generalmente l’interesse popolare – che dovrebbero guidare le scelte pubbliche – sono scomparse dall’agenda politica.

Le esternalizzazioni dei servizi, tramite le giungle di appalti e subappalti – terzo settore compreso – hanno determinato che anche nell’elargizione di servizi pubblici si verifichino strutturalmente fenomeni di grave sfruttamento dei lavoratori, nonché di comprovata corruzione.

Per di più si può concludere che tutto ciò non ha prodotto effetti significativi sul debito pubblico – che ha continuato a crescere – né migliorato la qualità dei servizi, ma solo aumento delle tariffe, posizioni di rendita e disuguaglianze.

Oggi, come negli anni ‘60, è giunta l’ora di rivendicare un forte interventismo pubblico. Occorre perseguire la nazionalizzazione delle aziende strategiche per riprendere le redini direzionali del processo economico del paese che in questi anni è stato saccheggiato dagli interessi privati. Occorre reinternalizzare i servizi pubblici per garantire a tutti servizi di qualità orientati alla giustizia sociale e non al profitto, per ridurre costi e sprechi e corruttele legate ad intermediazione ed appalti e infine per garantire lavoro dignitoso.

[1] DL 333/1993.

[2] D.lgs 502/1992

[3] D.Lgs 69/1999 in attuazione della direttiva europea 96/92/CE

[4] D.Lls 164/2000 in attuazione della direttiva europea 98/30/CE

[5] https://www.nannimagazine.it/_resources/_documents/Uploaded-Files/File/Privatizzazioni%20definitivo.pdf

[6] Considerando anche Cassa Depositi e prestiti e Poste SPA: Enel (23,6%), Eni (32,3%), Leonardo (30,2%), Telecom (25%).
https://www.gruppotim.it/it/investitori/azioni/azionisti.html
https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2023/12/14/borsa-partecipate-statali-pesano-30-della-capitalizzazione_36d76117-dde2-433a-964d-3797c112fe0d.html?utm_source=chatgpt.com

[7] L.  36/1994

[8] L 59/1997, 127/1997, 191/1998, 50/1999.

[9] Approvato come Legge 118/2022

[10] Per dipendenti pubblici ILO intende i dipendenti delle amministrazioni centrali, locali e di sicurezza sociale e delle aziende di proprietà pubblica. https://rshiny.ilo.org/dataexplorer86/?lang=en&segment=indicator&id=SDG_T552_NOC_RT_A

[11] Per dipendenti pubblici OCSE intende i dipendenti delle amministrazioni centrali, locali e di sicurezza sociale e delle aziende di proprietà pubblica.

[12] https://servizi2.inps.it/servizi/osservatoristatistici/69/70/72/o/521