Care amiche, cari amici,

Saluti dalla redazione di Tricontinental: Institute for Social Research.

L’artista di Okinawa Kinjo Minoru è perseguitato dalla tragedia della battaglia di Okinawa del 1945 e dall’occupazione militare che da allora ha segnato l’isola. La sua arte è permeata da questa sensibilità. Le sue sculture sembrano emergere dalla terra stessa. Figure umane lottano per affiorare dalla pietra e dal cemento, con i corpi segnati dalla guerra, dall’occupazione e dalla memoria. Kinjo lavora con gli stessi materiali che oggi vengono versati sulla costa di Okinawa per costruire l’ennesima base militare statunitense. Le sue sculture non sono semplicemente monumenti al passato. Sono un monito per il presente.

Per questo motivo, il nostro dossier più recente, East Asia’s Double Bind: Contradictions and Possibilities in the New Cold War, si affida alle sculture di Kinjo per inquadrare i pericoli che stanno prendendo forma in tutta la regione. Esse ci mettono in guardia contro il cemento che si sta indurendo in tutta l’Asia orientale: nuovi sistemi missilistici, esercitazioni militari, basi, flotte navali che pattugliano acque contese e bilanci militari che salgono alle stelle mentre la spesa sociale ristagna. L’Asia orientale, uno dei grandi motori dello sviluppo economico e tecnologico globale, si sta trasformando in una linea del fronte di una pericolosa Nuova Guerra Fredda. Una contraddizione ha colpito il cuore della regione: i paesi maggiormente integrati nel dinamismo economico della Cina vengono contemporaneamente trascinati in strutture militari progettate per contrastare la Cina.

Per decenni, la storia economica dominante nell’Asia orientale è stata quella dell’integrazione: fabbriche, ferrovie e porti hanno collegato i paesi della regione in fitte reti di produzione, commercio, catene di approvvigionamento e mercati. Già nel 1993, la Banca Mondiale pubblicò un rapporto intitolato The East Asian Miracle, in cui si riconosceva che l’elevata crescita nella regione non era semplicemente il risultato del libero mercato, ma dell’intervento statale che aveva prodotto una «crescita più elevata e più equa». Vent’anni dopo, la Banca Mondiale ha pubblicato China 2030 (2013), in cui si riconosceva che il sistema cinese – caratterizzato da banche statali, forte intervento statale e controlli sui tassi di interesse – era stato «notevolmente efficace nel mobilitare il risparmio e allocare capitale verso settori strategici durante il decollo economico della Cina». In altre parole, anche la Banca Mondiale ha dovuto ammettere che l’ascesa dell’Asia orientale dipendeva dalla pianificazione, dagli investimenti pubblici e dall’integrazione regionale piuttosto che dalle ricette del libero mercato solitamente imposte al Sud del mondo. Oggi la Cina è il motore della crescita nella regione, e interi settori industriali e milioni di posti di lavoro dipendono dai rapporti degli Stati dell’Asia orientale con la Cina. Eppure, mentre la gravità economica spinge la regione verso l’integrazione, la potenza militare la spinge nella direzione opposta.

Gli Stati Uniti hanno trascorso l’ultimo decennio a costruire quella che i loro strateghi definiscono apertamente una “strategia di contenimento”. Attraverso alleanze ed esercitazioni militari, nuovi accordi per basi, dispiegamenti di missili e reti di condivisione di intelligence, Washington ha cercato di intimidire la Cina affinché rinunciasse al proprio futuro economico. Questa architettura si estende dall’Oceano Indiano all’Oceano Pacifico – il cosiddetto “Indo-Pacifico” dei pianificatori di guerra statunitensi – da Diego Garcia a Guam e da Okinawa alle Filippine settentrionali. Questa geografia militare rappresenta una risposta disperata a una profonda realtà storica: il baricentro dell’economia mondiale si è spostato verso l’Asia. Incapaci di invertire questo spostamento sul piano economico con il proprio apparato produttivo, gli Stati Uniti hanno fatto sempre più affidamento sulla potenza militare per preservare la loro idea di primato globale. Il risultato è ciò che il nostro dossier definisce un doppio vincolo per gli Stati dell’Asia orientale.

Molti Stati dell’Asia orientale sono intrappolati in questo doppio vincolo. Il caso del Giappone lo illustra con particolare chiarezza. La Cina è il principale partner commerciale del Giappone e un mercato cruciale per le sue esportazioni industriali. Eppure il Giappone ospita quasi un centinaio di installazioni militari statunitensi e sta rapidamente aumentando la propria spesa militare. I governi giapponesi che si sono succeduti hanno allentato le restrizioni sulle esportazioni di armi e reinterpretato i limiti costituzionali all’attività militare, una traiettoria che il primo ministro Sanae Takaichi ha cercato di accelerare. Mentre gli abitanti di Okinawa continuano a votare contro l’espansione della presenza militare statunitense, le decisioni vengono loro imposte da Tokyo al servizio di una strategia geopolitica che non hanno scelto. Vedono come le basi statunitensi negli Stati arabi del Golfo siano diventate bersagli invece che scudi, e sanno che la stessa sorte li attende se gli Stati Uniti dovessero iniziare un conflitto militare con la Cina o qualsiasi altra potenza della regione, come la Russia o la Repubblica Popolare Democratica di Corea.

Lo stesso doppio vincolo si presenta alle Filippine e alla Corea del Sud. Gli accordi militari e le vendite di armi con gli Stati Uniti sono aumentati anche se il commercio con la Cina è cresciuto. In tutti questi paesi, i movimenti popolari hanno chiesto maggiore sovranità e giustizia sociale e si sono opposti alle basi statunitensi e agli accordi militari, ma con scarso successo. Governi di diverso orientamento politico sono rimasti vincolati alle strutture di dipendenza militare costruite nel corso di generazioni. Questi sviluppi sono presentati come inevitabili, ma non lo sono. Fanno parte di un progetto politico. Il linguaggio della democrazia e dell’autoritarismo che plasma il dibattito nella regione è profondamente fuorviante e oscura più di quanto non riveli. La vera questione che si pone ai popoli dell’Asia orientale non è ideologica ma materiale: le società che perseguono lo sviluppo attraverso l’integrazione regionale – anche tramite il Regional Comprehensive Economic Partnership, che collega la Cina con Giappone, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda e gran parte del Sud-est asiatico – possono al tempo stesso fungere da avamposti di un confronto militare contro il loro principale partner commerciale? La risposta è no.

Mentre i pianificatori di guerra parlano di «deterrenza» e gli analisti dei mercati finanziari parlano di «rischio», la gente comune comprende qualcosa di più immediato: l’escalation militare della Nuova Guerra Fredda minaccia la vita stessa. Ogni base militare occupa terreno che potrebbe essere utilizzato per altri scopi, e ogni aumento del bilancio della difesa va a scapito degli investimenti nella sanità, nell’istruzione, nell’edilizia abitativa e nelle misure contro il cambiamento climatico. Nel 2024, la spesa per la difesa del Giappone è aumentata del 21% raggiungendo i 55,3 miliardi di dollari, pari all’1,4% del suo PIL. Da allora il governo ha cercato di anticipare l’obiettivo originario fissato per l’anno fiscale 2027 di aumentare la spesa per la difesa al 2% del PIL, dirottando risorse che potrebbero invece essere impiegate a beneficio di una delle società che invecchiano più rapidamente al mondo.

In tutta l’Asia orientale, sindacati, organizzazioni studentesche, movimenti contadini, gruppi di donne, sostenitori della pace e movimenti contro le basi militari stanno sfidando la militarizzazione e l’espansione militare straniera attraverso mobilitazioni di massa e attività di pressione nelle assemblee legislative. Le loro lotte mettono in luce una verità fondamentale: la vera sicurezza si costruisce attraverso la partecipazione democratica, lo sviluppo umano e la giustizia sociale, non attraverso una corsa agli armamenti. Il futuro dell’Asia orientale non sarà determinato esclusivamente da generali e strateghi, ma da persone comuni organizzate e salde nelle loro convinzioni. I loro interessi raramente coincidono con quelli del militarismo.

La Nuova Guerra Fredda non è semplicemente una competizione tra Stati, ma una lotta sulla direzione futura dello sviluppo mondiale. Gli Stati dell’Asia orientale hanno bisogno di cooperazione, dialogo e istituzioni in grado di gestire le divergenze affinché non si trasformino in conflitti. Soprattutto, le tensioni nella regione richiedono movimenti politici capaci di immaginare un futuro che vada al di là della logica dello scontro. In tutta la regione, pensatori e leader politici discutono da tempo se la sicurezza debba essere costruita attraverso la deterrenza e le alleanze militari o attraverso il dialogo, la riconciliazione e la sicurezza umana. Il nostro dossier interviene in questo dibattito sostenendo che una pace duratura non può essere costruita attraverso la militarizzazione.

Le sculture di Kinjo Minoru ci ricordano che la guerra non è un’astrazione, ma lascia cicatrici sui paesaggi e sui corpi, trasformando le possibilità in rovine. Il cemento delle sculture di Kinjo si è fissato nella memoria, ma il cemento delle basi militari si sta ancora solidificando come minaccia. La storia rimane incompiuta.

Ogni anno, il 23 giugno, Okinawa celebra l’Irei no Hi, o Giorno della Memoria, per onorare coloro che sono morti nella Battaglia di Okinawa del 1945. Durante la cerimonia commemorativa annuale, uno studente legge una poesia scelta in memoria dei caduti, affidando la memoria dei morti alla voce di una nuova generazione. Nel 2018, Rinko Sagara, allora studentessa del terzo anno alla Minatogawa Junior High School di Urasoe, lesse la sua poesia “Ikiru” (Vivere). Eccone un estratto:

Ai piedi della collina di Mabuni il mare tranquillo si estende davanti ai miei occhi.
Sono colma di tristezza e non riesco a dimenticare tutto ciò che è accaduto a quest’isola.
Stringo le mani e faccio un voto,
Ricordando i caduti, faccio un voto dal profondo del cuore:
Finché vivrò,
Non accetterò mai più questa guerra che ha spezzato così tante vite.
Non permetterò che questo passato si ripeta in futuro.
Lotterò per un mondo in cui tutti gli esseri umani possano vivere in pace, al di là dei confini nazionali, al di là delle razze, al di là delle religioni e superando ogni interesse.
Mi impegnerò per creare un mondo in cui il diritto di vivere e il valore della vita non siano violati da nessuno.
Mi adopererò per cercare di costruire la pace.

Con affetto,
Vijay

*Traduzione della venticinquesima newsletter del 2026 di Tricontinental: Institute for Social Research.

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Come Potere al Popolo traduciamo la newsletter prodotta da Tricontinental: Institute for Social Research perché pensiamo affronti temi spesso dimenticati da media e organizzazioni nostrane e perché offre sempre un punto di vista interessante e inusuale per ciò che si legge solitamente in Italia. Questo non significa che le opinioni espresse rispecchino necessariamente le posizioni di Potere al Popolo. A volte accade, altre volte no. Ma crediamo sia comunque importante offrire un punto di vista che spesso manca nel panorama italiano.