Lunedì 15 giugno al Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) si terrà il secondo incontro tra azienda, governo e sindacati. Le RSU hanno proclamato 8 ore di sciopero su ogni turno e lavoratori e lavoratrici saranno a presidiare i cancelli.

Lunedì l’azienda forse scoprirà le carte con dettagli e tempi delle sue richieste. Per ora, Electrolux ha annunciato 1.719 licenziamenti complessivi in Italia. Il piano colpirebbe tutti gli stabilimenti del gruppo: Susegana (TV), Porcia (PN), Forlì (FC), Solaro (MI) e Cerreto d’Esi (AN). A Cerreto d’Esi è prevista addirittura la cessazione della produzione. In totale, il taglio annunciato riguarda quasi il 40% della forza lavoro italiana.

La multinazionale svedese dell’elettrodomestico è presente in tutto il mondo, con quasi 40mila dipendenti a livello globale e circa 4.500 in Italia, già diminuiti di 2.000 unità in 12 anni. Non una piccola o media azienda in crisi. Le motivazioni dell’annuncio sono state dette chiaramente e l’amministratore delegato lo va spiegando da mesi: i profitti ci sono ma sono troppo bassi. Electrolux non licenzia perché in Italia non si produce valore. Licenzia perché quel valore non basta agli obiettivi di profitto della multinazionale.
Nel 2025 il gruppo Electrolux ha dichiarato un margine operativo del 2,8%, l’obiettivo è arrivare almeno al 6%. I licenziamenti e la delocalizzazione servono proprio a questo, e nel breve termine servono soprattutto a rassicurare i “mercati” e a rilanciare il valore delle azioni sulla borsa di Stoccolma. Nello stesso tempo, per difendere le vendite significative e il marchio in Italia, l’azienda non annuncia una chiusura generalizzata ma un quasi dimezzamento che, dovesse avvenire, porterà poi inevitabilmente all’uscita di Electrolux dall’Italia.

O pagano i lavoratori, o paga il pubblico?

Electrolux giustifica il piano di licenziamenti con la crisi del settore degli elettrodomestici in Europa: domanda debole — forse i salari bassi c’entrano qualcosa! — costi più alti, concorrenza asiatica — Electrolux stessa ha trasferito in Cina parte significativa della produzione — energia e materie prime più care.

Non racconta però delle centinaia di milioni di euro presi negli ultimi anni dalle casse pubbliche per lo sviluppo, in particolare per l’innovazione tecnologica e l’automatizzazione delle linee produttive. Investimenti che finirebbero abbandonati, con un doppio danno per tutti noi.

Il ricatto è noto: se volete che restiamo, dovete creare condizioni più favorevoli ai nostri profitti. Con più aiuti, detassazione o richieste per cambiare la legislazione nazionale ed europea per renderla più favorevole. Se non lo fate, tagliamo, chiudiamo, delocalizziamo.

È così che funziona il capitalismo reale: i capitali si spostano dove rendono di più, le fabbriche vengono messe in concorrenza tra loro, i territori vengono ricattati e, alla fine, i bilanci pubblici vengono chiamati a garantire profitti invece che diritti. Prima si chiedono sacrifici per essere competitivi, poi incentivi per non chiudere e, quando i margini di profitto non bastano più, arrivano licenziamenti e delocalizzazioni.

Il rischio d’impresa viene scaricato su tutti/e tranne che sull’impresa. Se c’è da finanziare ricerca, sviluppo, innovazione o ammortizzatori sociali, si chiamano in causa lo Stato, le Regioni, l’Europa, cioè i soldi pubblici. Ma quando si tratta di decidere cosa produrre, dove produrre e quanti lavoratori e lavoratrici sacrificare, decide tutto l’azienda. A cosa serve l’azienda privata? Quali benefici sociali apporta?

Questo meccanismo va rotto. Non è accettabile che i privati godano di benefici pubblici e poi facciano quello che vogliono. Non è accettabile socializzare i costi e privatizzare profitti e decisioni. Se il pubblico paga, il pubblico deve decidere. Se un’azienda riceve sostegno pubblico, deve avere vincoli pubblici: niente licenziamenti e niente delocalizzazioni, garanzie per l’indotto, trasparenza sui piani industriali e controllo di lavoratori e lavoratrici sulle decisioni che riguardano il loro futuro.

Per questo il piano di licenziamenti di Electrolux deve essere respinto e ritirato. La rivendicazione sindacale è chiara: nessun licenziamento, nessuna chiusura, nessuna riduzione strutturale della produzione. Oppure che la produzione passi in mano a lavoratori e lavoratrici, marchi storici inclusi.

In ogni caso, i lavoratori e le lavoratrici dell’Electrolux hanno una storia sindacale importante alle spalle. Nel 2014 Electrolux aveva già provato a imporre un piano pesantissimo: chiusure, tagli agli organici, peggioramento delle condizioni di lavoro, aumento dei ritmi, riduzione dei salari. La risposta di lavoratori e lavoratrici fu organizzata e decisiva: scioperi, presidi, blocchi ai cancelli, mobilitazioni nei territori. Per mesi furono loro a imporre la propria forza nella vertenza, salvando gran parte dei posti di lavoro. Già dodici anni fa hanno dimostrato che organizzati e facendo male all’azienda, si può fare.

La mobilitazione

Lavoratori e lavoratrici sono in mobilitazione già da un mese. Lunedì 15 sarà giornata di sciopero e presidi agli ingressi, ma saranno ancora molti i mesi di lotta.

Potere al Popolo sostiene le mobilitazioni e saremo al fianco delle lavoratrici e dei lavoratori Electrolux, a chiedere:

  • il ritiro immediato del piano di licenziamenti;

  • la garanzia di tutti i posti di lavoro;

  • il mantenimento della produzione in tutti gli stabilimenti italiani;

  • vincoli reali contro delocalizzazioni e dismissioni.

Ma diciamo anche: basta soldi pubblici senza potere pubblico! Basta imprese private che incassano aiuti, usano i territori e poi se ne vanno quando il profitto non basta più.

La prospettiva è il controllo pubblico dell’economia, la democrazia nei luoghi di lavoro, la pianificazione della produzione in base ai bisogni sociali e non ai margini degli azionisti. Questa è la prospettiva socialista che rivendichiamo: fabbriche non governate dal ricatto del profitto, ma dal potere collettivo di chi lavora e di chi vive nei territori.

Nessun licenziamento, nessuna delocalizzazione, nessun profitto sulla pelle di lavoratori e lavoratrici!