Ci sono elezioni che non sono qualsiasi cosa, soprattutto nella fase storica in cui viviamo. Dopo quattro anni di governo di sinistra del presidente Gustavo Petro (il primo nella storia del Paese!), la Colombia è tornata al voto questo 31 maggio per l’elezione della nuova presidenza e vicepresidenza. Il risultato del primo turno ci consegna la destra neofascista di Abelardo de la Espriella al 44% che ha superato, un po’ a sorpresa, il candidato di sinistra Iván Cepeda e la candidata vicepresidenta Aida Quilcué che si sono affermati al 40%. L’ultra-destra colombiana è prevalsa grazie a una macchina elettorale costruita su soldi, menzogne e controllo del voto.
Il risultato raggiunto dalla sinistra in questo primo turno è stato il migliore nella storia della Colombia. Eppure il risultato è stata una doccia fredda: l’unione delle forze politiche e sociali del Pacto Historico non è riuscita a sfondare come ci si aspettava, malgrado i buoni pronostici. A sinistra, la domanda di fondo è: ma come è potuto succedere?
Nella fascistizzazione attuale della politica dove non esistono regole e “tutto vale”, gli Stati Uniti continuano a non nascondere la loro ingerenza nelle elezioni dell’America Latina. D’altronde la dottrina Donroe va pur applicata. E infatti, il candidato colombiano di Trump è proprio de la Espriella: avvocato di corrotti e narco colombiani, ha fatto di tutto per essere tra i peggiori candidati che l’estrema destra dell’America Latina ha potuto produrre. Si tratta di un mix tra Milei in Argentina, Bukele in El Salvador e Noboa in Ecuador, che si vanta di essere machista e violento e che si fa chiamare el tigre.
La guerra digitale asimmetrica ha mosso centinaia di migliaia di bot, video falsi generati con l’intelligenza artificiale che associavano Cepeda alle FARC, fake news e milioni di messaggi di disinformazione pagati da società con sede negli USA. L’ecosistema digitale ha mostrato di essere un terreno che la sinistra ancora ha problemi a gestire. È vero che i comizi di piazza di Cepeda sono massivi, ma probabilmente non basta nell’epoca della digitalizzazione della politica e delle opinioni. Un altro elemento evidente è la compra massiccia di voti, verificatasi in decine di territori, con “prezzi” mai visti prima.
D’altro canto, Iván Cepeda – filosofo, figlio di Manuel Cepeda, senatore del Partito comunista colombiano assassinato nel 1994 in un crimine di Stato – e Aida Quilcué – leader indigena del popolo nasa, difensora dei diritti umani – hanno puntato su una campagna austera proprio per differenziarsi dalle altre proposte elettorali.
Quello che emerge dal primo turno in Colombia quindi è che ci troviamo di fronte non semplicemente a delle elezioni nazionali, bensì a una battaglia continentale. Perché gli stessi metodi deplorevoli delle forze reazionaria e le ingerenze dal vicino del Nord si sono imposti in Argentina, Honduras, Ecuador e sicuramente si proporranno prossimamente anche in Perù (dove il ballottaggio presidenziale si terrà domenica 7 giugno) e in Brasile (elezioni a moltissimi livelli tra cui presidenziali in ottobre). Il vero nemico, quindi, è l’alleanza tra l’imperialismo GAFAM di Trump e le forze reazionarie, ultraconservatrici, violente e corrotte dei paesi latinoamericani.
Ma malgrado il risultato, l’entusiasmo e la speranza per la vittoria al secondo turno non mancano. Al ballottaggio del 21 giugno però ogni voto conterà, anche quello della diaspora colombiana. In questi 20 giorni, vanno migliorati tutti gli strumenti per essere all’altezza e vincere. Perché la Colombia si trova al bivio tra il ritorno a un passato segnato da violenza e morte e la costruzione di un futuro di dignità, opportunità e progresso.