Care amiche, cari amici,
Saluti dalla redazione di Tricontinental: Institute for Social Research.
L’11 e il 12 maggio, in occasione dell’Africa Forward Summit a Nairobi, in Kenya, il presidente francese Emmanuel Macron si è presentato davanti a più di trenta capi di Stato africani e ha dichiarato: «Noi siamo i veri panafricanisti». Si è trattato di un commento straordinariamente odioso, inserito tra banalità burocratiche su «crescita», «innovazione» e «partenariati».
In una lettera aperta, la scrittrice togolese Farida Bemba Nabourema ha risposto che «il panafricanismo è, nella sua essenza più fondamentale, la filosofia politica che ha detto no a tutto ciò a cui la Francia ha detto sì per tre secoli: schiavitù, colonialismo e neocolonialismo». Questa filosofia, «nata nelle stive delle navi negriere, nei campi delle piantagioni di Saint-Domingue» da persone che «credevano che gli africani e i discendenti degli africani meritassero di governarsi da soli», ha scritto Nabourema, non può essere ripulita dall’operazione di seduzione politica di Macron.
Questo è stato il 29° vertice Francia-Africa (ribattezzato per Nairobi come Africa Forward Summit), ma il primo a svolgersi in un paese africano non francofono. Sebbene i francesi insistano sul fatto che sia iniziata una nuova era, che a loro dire avrebbe superato il vecchio paternalismo della Françafrique, tenere il vertice in Kenya non è stato un innocente cambiamento geografico. Riflette la profonda crisi del potere francese nell’Africa occidentale e nel Sahel.

A Ouagadougou, in Burkina Faso, dove sto scrivendo questa newsletter, il sentimento generale è a favore della sovranità e contro il neocolonialismo francese. Le rivolte popolari e le rotture militari in alcune parti del Sahel (Burkina Faso, Mali e Niger) hanno smantellato gli accordi militari francesi di lunga data e rigettato l’architettura politica attraverso la quale Parigi manteneva il proprio dominio. I nuovi governi hanno espulso le truppe francesi e rescisso gli accordi di difesa, mentre la forza della rabbia popolare ha distrutto la legittimità ideologica della tutela francese. Questi governi hanno consolidato la loro unità contro il neocolonialismo attraverso l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES). Nessuno dei leader del Sahel ha partecipato all’Africa Forward Summit a Nairobi.
La Francia si è orientata ad est, verso l’Africa anglofona, perché non è riuscita a ristabilire la propria autorità nel Sahel, nemmeno attraverso minacce militari veicolate tramite la Nigeria e la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS). Ora cerca di reinventarsi come partner della sovranità africana piuttosto che come custode del neocolonialismo.
La retorica della dichiarazione ufficiale del vertice rifletteva un tiepido liberalismo non governativo: co-sviluppo, trasformazione digitale, industrializzazione verde, rispetto reciproco, crescita inclusiva e riforma della governance globale e dell’architettura finanziaria. Ma sotto questo liberalismo da ONG si nascondevano le ben note realtà del potere imperialista: investimenti estrattivi, dipendenza dal debito e, soprattutto, accordi militari. Il vertice si è svolto nel mezzo di crescenti critiche per un recente accordo di difesa tra Francia e Kenya e per l’arrivo di centinaia di soldati francesi in Kenya. Il linguaggio della sovranità sfoggiato durante la conferenza veniva smentito dalla realtà del consolidamento militare straniero e della dipendenza economica.
Espulse dal Sahel, le forze dell’iperimperialismo – Francia, Regno Unito e Stati Uniti – si sono ritirate ai margini della regione. Gli Stati Uniti mantengono una presenza militare in Ghana e in Nigeria, mentre il Regno Unito possiede una base militare in Kenya. Presto anche la Francia avrà una base militare in Kenya. Questo accerchiamento militare fornisce al Nord globale l’infrastruttura necessaria per intervenire contro l’AES.

Al di là delle porte chiuse del vertice, si è riunita un’altra Africa. Il Pan-Africanism Summit Against Imperialism (PASAI) si è tenuto presso l’United Kenya Club, la prima istituzione nella Nairobi coloniale ad aver permesso l’adesione a persone non bianche. Si è trattato di un contro-vertice popolare che ha ospitato autentici panafricanisti e internazionalisti che hanno delineato un futuro diverso per il continente. Gli organizzatori hanno affermato che l’Africa Forward Summit non era altro che una “ricolonizzazione”, con un nuovo linguaggio che si limitava ad aggiornare i vecchi sistemi di estrazione. I minerali necessari per la transizione energetica dell’Europa, la terra necessaria per i programmi di compensazione delle emissioni di carbonio e la manodopera a basso costo necessaria per la redditività delle multinazionali continuano a defluire dall’Africa, lasciando al continente solo povertà, debito e devastazione ecologica. «Non ospiteremo i nostri carnefici», recita la dichiarazione del PASAI. «Non saremo le nuove caserme del dominio coloniale».
Queste parole condensano più di un secolo di resistenza africana contro il colonialismo e il neocolonialismo. Si rivolgono non solo al potere francese, ma alla più ampia struttura neocoloniale che continua a subordinare lo sviluppo africano alle esigenze del capitale finanziario internazionale. La sovranità dell’Africa non può essere negoziata in hotel di lusso tra élite politiche del Nord, dirigenti di multinazionali e élite locali subordinate. La sovranità non nasce da comunicati redatti a porte chiuse, ma dalla partecipazione democratica e dall’organizzazione di lavoratori, contadini, studenti e donne. Al di là dell’indipendenza di facciata, la vera libertà richiede un programma per il controllo delle risorse, la direzione dello sviluppo sociale e alleanze geopolitiche plasmate dai paesi del Sud. La Francia cerca di riorganizzare il suo rapporto con l’Africa attraverso un riallineamento diplomatico e il capitale finanziario, con settori della classe dirigente africana disposti a presentare la dipendenza come modernizzazione mentre milioni di lavoratori del continente affrontano inflazione, disoccupazione, espropriazione delle terre, austerità legata al debito e repressione in sempre più estesa.

La critica avanzata dal PASAI ha avuto un peso particolare a Nairobi perché lo stesso Kenya è stato forgiato da una delle grandi lotte anticoloniali del XX secolo. Il ricordo della ribellione dei Mau Mau (1952–1960) sopravvive ancora sotto il linguaggio patinato dei vertici sugli investimenti e delle decorazioni diplomatiche. Quando i delegati del PASAI hanno marciato verso la statua del combattente per la libertà keniota Dedan Kimathi e sono stati accolti con gas lacrimogeni e arresti, il simbolismo era inequivocabile. Kimathi e il Land and Freedom Army (i Mau Mau) non combatterono una guerra contro il colonialismo britannico perché truppe straniere tornassero a radicarsi nuovamente sul suolo keniota sotto il linguaggio più morbido della «cooperazione in materia di difesa». Né lottarono affinché l’indipendenza sfociasse nella dipendenza dal debito, nella concentrazione della terra e nel dominio di élite compradore legate alla finanza internazionale. La repressione contro la sinistra, in particolare il Partito Comunista Marxista del Kenya, rivela quanto la memoria e l’eredità della liberazione nazionale siano pericolose per le classi dominanti. Questa eredità continua a porre domande irrisolte su terra, sovranità e potere nell’Africa contemporanea.
Le tradizioni intellettuali e letterarie del Kenya hanno a lungo messo in guardia dal tradimento della liberazione nazionale. Da Daughter of My People, Sing! (1976) di Mĩcere Gĩthae Mũgo a Petals of Blood (1977) di Ngũgĩ wa Thiong’o, gli scrittori kenioti hanno compreso che la fine del dominio coloniale non avrebbe smantellato automaticamente le strutture di sfruttamento.
I romanzi di Ngũgĩ ritornano costantemente sulla figura dell’élite compradora, l’intermediario locale che eredita lo Stato coloniale e lo riutilizza al servizio del capitale. Pio Gama Pinto (1927–1965), uno dei grandi martiri del socialismo keniano, avvertì che sostituire i coloni bianchi con una borghesia nera non avrebbe significato la liberazione. Queste tradizioni sostengono che la sovranità non può essere ridotta solo a bandiere, inni o elezioni. Deve significare il controllo sulla terra, sul lavoro, sulle risorse e sul destino sociale del popolo stesso.

Durante la guerra anticoloniale guidata dai Mau Mau, le canzoni si diffusero nelle campagne, accendendo l’immaginazione dei contadini e trascinandoli in battaglia. Queste canzoni hanno instillato la filosofia dell’anticolonialismo, ispirando le persone a ribellarsi e a combattere nonostante probabilità enormemente basse. Ci sono canzoni che riflettono il grido di battaglia anticolonialista per ithaka na wĩyathi (terra e libertà) – un sentimento che vede la liberazione nazionale non come una cerimonia ma come una lotta collettiva. Questi canti parlavano dei loro leader, delle battaglie, dei nemici e dei traditori.
Tra queste c’è Twarĩkanĩire (Avevamo concordato), che metteva in guardia proprio da questi ultimi: un gruppo di combattenti che aveva «concordato di trasportare [un] tronco, ma a metà del fiume alcuni sono scappati e hanno venduto la nostra casa». Mũndũ ndangĩrĩa kĩndũ atathithinĩire, cantavano. «Non si mangia ciò per cui non si è sudato».
Con affetto,
Vijay
*Traduzione della ventiduesima newsletter del 2026 di Tricontinental: Institute for Social Research.
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Come Potere al Popolo traduciamo la newsletter prodotta da Tricontinental: Institute for Social Research perché pensiamo affronti temi spesso dimenticati da media e organizzazioni nostrane e perché offre sempre un punto di vista interessante e inusuale per ciò che si legge solitamente in Italia. Questo non significa che le opinioni espresse rispecchino necessariamente le posizioni di Potere al Popolo. A volte accade, altre volte no. Ma crediamo sia comunque importante offrire un punto di vista che spesso manca nel panorama italiano.