Dossier 100
Maggio 2026

José Venturelli (Chile), Serigrafía (Serigraph), 1970, edition 15/90. 260 x 430 mm.
José Venturelli (Chile), Serigrafía (Serigraph), 1970, edition 15/90. 260 x 430 mm.

Ogni mese, negli ultimi cento mesi, il nostro team di Tricontinental: Institute for Social Research ha svolto ricerche, redatto e curato un dossier. Questi dossier – che spaziano dalla storia dell’imperialismo e della liberazione nazionale alle analisi della politica economica, della sovranità, della guerra e del mutevole ordine mondiale – hanno fatto il giro del mondo in molte lingue, dall’inglese, all’hindi e al portoghese, fino all’arabo, al thailandese e allo spagnolo.[1] Questo è il nostro centesimo dossier, ed è per questo che abbiamo deciso di fare una pausa e produrre una riflessione storico-materialista su un concetto chiave del nostro istituto: il futuro.

Quando il nostro istituto è stato concepito nel 2015, avevamo davanti a noi tre linee di indagine principali:

  1. Per comprendere meglio il capitalismo contemporaneo e la natura della lotta di classe che lo plasma.
  2. Per comprendere meglio l’ascesa di quella che chiamiamo estrema destra di tipo speciale.[2]
  3. Comprendere meglio il futuro – ovvero ciò che verrà dopo.

Questa terza linea di indagine è emersa da una comprensione materialista del processo storico, che vede il presente non come una realtà eterna, ma come aperto alla trasformazione. In altre parole, il presente può essere plasmato in un futuro di carattere diverso. Il sistema capitalista in cui viviamo non è permanente: può essere trasformato in un sistema socialista attraverso la lotta di classe e lo sviluppo delle forze produttive.

Qui, per la prima volta, presentiamo una valutazione filosofica e politica del futuro. Attingendo alla tradizione del marxismo di liberazione nazionale, sosteniamo che questo futuro dovrebbe essere chiamato non solo socialismo, l’obiettivo, ma anche speranza, la sensibilità per un tale futuro.[3]

Confidiamo che leggerete questo dossier come avete letto i precedenti novantanove e che lo condividerete, ne discuterete e ne dibatterete collettivamente nei circoli di lettura e in altri spazi di studio politico. Siamo sempre aperti ai vostri commenti.

***

Ogni lingua del mondo ha una parola per indicare il “futuro”, il tempo che viene dopo il presente. Ad esempio, nelle lingue più parlate al mondo, queste sono alcune delle parole per indicare il futuro:

Inglese: future, il tempo che non è ancora accaduto.

Cinese mandarino: wèilái (未来), ciò che non è ancora venuto.

Hindi: bhavishya (भविष्य), ciò che deve essere o diventare.

Spagnolo: futuro, il tempo che deve ancora venire.

Francese: avenir, ciò che deve venire.

Arabo: mustaqbal (مستقبل), ciò che deve essere affrontato.

Bengalese: bhobishyot (ভविष्य), ciò che deve ancora essere o diventare.

Portoghese: futuro, il tempo che deve ancora venire.

Russo: budushchee (будущее), ciò che sarà.

Urdu: mustaqbil (مستقبل), ciò che deve essere affrontato.

Queste parole non implicano tutte la stessa cosa; hanno orientamenti culturali diversi nei confronti del cambiamento.

Alcune di esse riguardano il calendario vuoto, l’idea che ci sia un domani proprio come c’è un oggi, mentre altre riguardano gli incontri che avranno luogo e che devono essere affrontati. È importante riconoscere che anche mentre si legge un testo come questo – scritto in una lingua, tradotto in diverse – la parola «futuro» porta con sé una gamma di significati che non possono essere pienamente trasferiti da una lingua all’altra. Anche se queste parole hanno orientamenti diversi verso ciò che verrà, ci sono domande che possiamo porre in ogni lingua parlata nella civiltà capitalista: il futuro esiste, o stiamo vivendo in quello che il realismo capitalista ci assicura essere un presente permanente?[4] C’è davvero un domani che potrebbe essere diverso dall’oggi?

Tali domande sono essenziali per il nostro momento, mentre lottiamo per dare un senso alla catastrofe climatica e all’apartheid climatico, alla guerra permanente e al genocidio senza fine, alla dittatura del capitale finanziario e alla normalizzazione dell’austerità.[5] Decenni di realismo capitalista hanno offuscato la nostra coscienza, impedendoci di immaginare qualcosa al di là della catastrofe globale.

C’è un futuro? Certo che c’è. Stiamo lottando per costruirlo, e lo stiamo costruendo ora.

Emilio Pettoruti (Argentina), Pájaro rojo (Red Bird), 1959. Oil on canvas, 116 x 63 cm.
Emilio Pettoruti (Argentina), Pájaro rojo (Red Bird), 1959. Oil on canvas, 116 x 63 cm.

 

Parte 1: Rottura

Nel linguaggio dominante del potere, il futuro viene presentato come un’estensione neutra del presente. Si misura in calendari, si proietta in curve di crescita e si gestisce attraverso previsioni. Il futuro, in questa prospettiva, non è qualcosa per cui lottare, ma qualcosa da aspettare. Arriva automaticamente, come la pagina successiva di un registro. Questa concezione del futuro è profondamente conservatrice. Presuppone che le strutture di sfruttamento, gerarchia e dominio che definiscono il presente saranno semplicemente ottimizzate piuttosto che rovesciate. Una tale visione del futuro è riprodotta da tutte le principali istituzioni della società capitalista – come i media, le scuole, le università, i think tank e le fondazioni filantropiche – che insistono su slogan vuoti sul cambiamento ma in realtà predicano il vangelo secondo cui «non c’è alternativa» al sistema capitalista che ci soffoca.

Nella nostra prospettiva, il futuro non è una data sul calendario. È una rottura. È una rottura con l’ordine esistente, una trasformazione strutturale delle relazioni sociali, del potere politico e delle possibilità umane. Parlare del futuro in questo modo non significa indulgere nella fantasia, ma rivendicare una dimensione della politica che è stata deliberatamente soppressa: la capacità di immaginare e costruire un mondo fondamentalmente diverso da quello in cui viviamo, un mondo che i progetti socialisti e di liberazione nazionale del XX e XXI secolo hanno cercato di costruire e, per quanto in modo diseguale, hanno cominciato a realizzare. Una tale visione rifiuta le idee di continuità gestita (riformismo) e di collasso non pianificato (catastrofismo). La classe dominante produce una serie di falsi futuri: miti dell’imprenditorialità, del capitalismo verde e della sicurezza militarizzata – ma nulla che abbia un contenuto emancipatore.

Le basi di questa idea di futuro sono state sviluppate dal filosofo marxista Ernst Bloch con la sua nozione del «Non-Ancora» (Noch-Nicht).[6] Per Bloch, attingendo direttamente dagli scritti di Marx, il futuro non è un’astrazione rinviata a domani, ma una forza attiva insita nel presente, che lotta per emergere dai propri vincoli. Per Bloch, la realtà è incompiuta, il che lo pone in contrasto con le correnti filosofiche che trattano il mondo come chiuso, completato o già pienamente spiegato. Egli ha insistito sul fatto che il presente è permeato da tendenze, desideri e contraddizioni che puntano oltre esso. Il Non-Ancora non è un’utopia che fluttua al di sopra della storia, ma un potenziale latente contenuto nelle condizioni materiali e nella lotta collettiva. Questo Non-Ancora può essere colto nei sogni delle lotte anticoloniali che hanno trovato espressione programmatica nel comunicato finale della Conferenza di Bandung (1955), nella dichiarazione di Belgrado del Vertice del Movimento dei Paesi Non Allineati (1961), nelle risoluzioni della Conferenza Tricontinentale (1966) e nella dichiarazione sul Nuovo Ordine Economico Internazionale adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (1974). È visibile anche nei processi rivoluzionari avviati dalla Rivoluzione d’Ottobre (1917), dalla Rivoluzione vietnamita (1945), dalla Rivoluzione cinese (1949) e dalla Rivoluzione cubana (1959).[7]

In questa tradizione marxista, il futuro non è inevitabile. Questa visione si basa su due proposizioni materialiste che emergono dalle contraddizioni del sistema capitalista.

In primo luogo, il movimento effettivo della storia sviluppa le forze produttive ed espande il surplus sociale. Ma poiché questi sviluppi rimangono vincolati dalla proprietà privata, essi aggravano anche la disuguaglianza e la sofferenza sociale per la stragrande maggioranza. È importante riconoscere che le forze produttive oggi non si limitano alle fabbriche e ai macchinari. Esse includono anche, ad esempio, il lavoro di cura, le infrastrutture digitali e le catene di approvvigionamento globali, tutte organizzate attraverso un lavoro sempre più socializzato. È inoltre fondamentale notare che il capitalismo sia sviluppa queste forze sia ne sabota il potenziale, tenendole sotto controllo attraverso la proprietà privata, i monopoli delle piattaforme di tipo Uber, l’antisindacalismo, l’austerità, la militarizzazione e altre forme di controllo capitalista.

In secondo luogo, la sofferenza sociale insita nel capitalismo genera indignazione e rabbia, che possono esplodere spontaneamente in rivolta. Ma tali lotte non si muovono automaticamente in una direzione emancipatrice: sono plasmate da forze politiche che le orientano o verso il socialismo, promuovendo le richieste concrete della gente, o contro di esso, distorcendo tali richieste e mettendo le persone l’una contro l’altra attraverso un programma tossico e antisociale.[8] Il futuro, quindi, non è qualcosa che ci accade, ma qualcosa che dobbiamo costruire, e possiamo costruirlo solo rompendo con le strutture che producono e riproducono la sofferenza. Una tale visione rompe con il fatalismo e l’inevitabilità e ci ricorda che la storia è aperta e che il presente contiene possibilità non realizzate che possono essere attivate attraverso la lotta.

La speranza in questa tradizione non è ottimismo o aspettativa passiva, ma un orientamento militante verso il carattere incompiuto del mondo. Essa emerge dall’impoverimento, dall’oppressione e dalla spoliazione, e dal rifiuto di accettare la miseria come destino. Per i movimenti del Sud del mondo che guidano il lavoro del nostro istituto, la speranza non è mai stata un lusso. È stata forgiata in una serie di movimenti e organizzazioni guidati da contadini, lavoratori e donne che rappresentano sforzi collettivi per far avanzare la causa della dignità.[9] Questi movimenti non lottano per una versione migliore del presente, ma per un ordine sociale completamente diverso. Il loro futuro non è calendariale, ma radicato in una trasformazione strutturale. Sperare significa riconoscere che il presente è intollerabile e impermanente e che le condizioni di sfruttamento e oppressione non sono né naturali né definitive. Questa speranza è pericolosa per la classe dominante perché è una forza materiale che trasforma la coscienza, spingendo le persone a passare dal sopportare il presente all’agire per il futuro.

In questa tradizione di rottura, il futuro non è una creazione individuale: ha un carattere collettivo. La cultura capitalista ci incoraggia a immaginare futuri personali – una carriera, una casa, la sicurezza personale e l’infinito progetto di “miglioramento di sé” – precludendo al contempo gli orizzonti collettivi. Questa cultura è improntata all’ansia personale piuttosto che alla responsabilità collettiva o alla trasformazione sociale. Sotto il capitalismo, il futuro cronologico è trattato come amministrabile – come qualcosa da prevedere, programmare, valutare, garantito e gestito da istituzioni che si presentano come neutre. Le loro decisioni sono presentate come necessità tecniche piuttosto che come scelte politiche, come questioni da regolare per nostro conto da parte di esperti, mercati, Stati e apparati di sicurezza. Queste istituzioni non offrono un orizzonte emancipatorio, ma solo la continuazione gestita della catastrofe.

In questo terreno emerge un’estrema destra di tipo particolare che offre un futuro mitico radicato nell’esclusione, nella gerarchia e nella violenza; è un sintomo dell’incapacità del capitalismo di generare un futuro positivo.[10] Il futuro non può essere costruito da questa estrema destra; deve essere rivendicato come spazio di sovranità popolare. Né la catastrofe né l’emancipazione sono inevitabili. La prima deve essere combattuta, e la seconda conquistata. Dal punto di vista della rottura, o della trasformazione strutturale, lo strumento non è l’avanzamento personale ma forze organizzate capaci di confrontarsi con il potere radicato, come partiti politici, sindacati e movimenti sociali. Senza queste forze il Non-Ancora rimarrà un sogno senza un percorso. La speranza richiede struttura, disciplina e perseveranza.

Il futuro non è qualcosa che giace al di fuori della storia umana. È già presente in frammenti, gesti e lotte che prefigurano un altro mondo. Questi includono forme cooperative di lavoro, pratiche di cura, esperimenti di democrazia popolare e i processi incompiuti e contestati di costruzione socialista in Stati come la Cina e Cuba.[11] Non si tratta di curiosità marginali; sono anticipazioni di una logica sociale diversa. Tracciarne le linee non significa romanticizzarle, ma comprenderne il significato e il potenziale latente. Ci ricordano che il mondo che cerchiamo di costruire non è un orizzonte astratto, ma una possibilità concreta. Il compito di un marxista non è prevedere il futuro, ma organizzarsi per esso. Rompere con il presente richiede chiarezza, coraggio e disciplina collettiva. Il futuro può arrivare solo se imponiamo una rottura. Il futuro è quindi un terreno di lotta. Lottare per esso richiede che identifichiamo le forze che cercano di precluderlo.

Silvano Lora (Dominican Republic), Serigrafía (Serigraph), 1976, edition 18/60. 640 x 570 mm.
Silvano Lora (Dominican Republic), Serigrafía (Serigraph), 1976, edition 18/60. 640 x 570 mm.

I nemici del futuro

Il futuro non è un orizzonte vuoto che attende di essere riempito dalle aspirazioni umane. È attivamente pianificato, strutturato e vincolato da forze potenti che cercano di riprodurre i rapporti di dominio esistenti. I nemici del futuro non sono tendenze astratte: sono forze concrete determinate a estendere l’ordine presente nel futuro.[12] Di seguito esaminiamo quattro nemici centrali del futuro: il capitale finanziario, il capitale delle piattaforme, l’estrattivismo e il militarismo. Queste forze non si limitano a difendere i rapporti sociali del presente: cercano di colonizzare il futuro in anticipo.

Il capitale finanziario si trova al centro di questa costellazione. Attraverso il suo controllo sui proventi del colonialismo e del neocolonialismo, sui flussi di investimento, sulla magia della speculazione e sul potere del debito, il capitale finanziario disciplina gli Stati e le società, restringendo la gamma dei loro futuri possibili.[13] Le agenzie di rating del credito, i prestatori multilaterali e le istituzioni finanziarie private – per lo più situate nel Nord del mondo – fungono da pianificatori del futuro per la classe dominante del Nord, assicurando che il domani rimanga favorevole all’accumulazione di capitale piuttosto che alla prosperità umana. I diktat del Fondo Monetario Internazionale (FMI), della Banca Mondiale, dell’Organizzazione Mondiale del Commercio e di una miriade di altre istituzioni diventano una realtà concreta per tanti paesi ex colonizzati e oberati dai debiti.[14]

Capitale delle piattaforme. I monopoli tecnologici capitalisti incanalano l’innovazione e l’efficienza nell’estrazione di dati, nella riorganizzazione del lavoro e nella frammentazione della vita sociale. Gli algoritmi gestiscono il tempo, l’attenzione e il desiderio, mentre il lavoro sulle piattaforme priva i lavoratori di stabilità e potere collettivo.[15]

Estrattivismo. Nonostante le schiaccianti prove scientifiche di una catastrofe ecologica, i conglomerati del petrolio, del gas, del carbone, dell’estrazione mineraria e dell’agroalimentare continuano a plasmare i sistemi energetici, i mercati del lavoro e la politica statale. Il loro orizzonte di pianificazione è brutalmente breve: estrarre, trarre profitto, abbandonare. La crisi climatica, ad esempio, non è un fallimento della lungimiranza, ma il risultato di decisioni deliberate da parte delle corporazioni capitalistiche che accettano la distruzione del pianeta come un costo accettabile dell’accumulazione.[16]

Militarismo. Le crisi prodotte e intensificate dal sistema capitalista – guerra, sfollamenti e catastrofe climatica – non vengono affrontate con soluzioni sociali e politiche, ma con un’economia di guerra permanente che impone soluzioni militari ai problemi politici.

Nei centri imperiali, il militarismo si manifesta sotto forma di accumulo di armi, regimi di frontiera, sorveglianza e normalizzazione dello stato di emergenza. Nel Sud del mondo, si manifesta come aggressione imperialista, guerra per procura, occupazione e dirottamento forzato delle scarse risorse pubbliche verso gli eserciti e le infrastrutture di sicurezza, sempre a vantaggio dell’industria degli armamenti. Il militarismo accorcia gli orizzonti politici: le emergenze giustificano misure autoritarie, sopprimono il dissenso e normalizzano la paura. Per ampie fasce dell’umanità, specialmente nel Sud del mondo, il futuro non appare come una promessa ma come instabilità permanente, sfollamento e morte. La guerra diventa un meccanismo per gestire le crisi prodotte dal capitalismo stesso.[17]

Questi nemici del futuro non si limitano a bloccare la trasformazione sociale: costruiscono attivamente un futuro che garantisce privilegi a pochi mentre condanna i molti all’esaurimento, all’insicurezza e alla disperazione. Il futuro non può essere riconquistato senza una sfida frontale al loro potere.

Le forze sociali pronte a compiere la rottura

Poiché le classi proprietarie insistono sul presente permanente, il futuro può essere riconquistato solo attraverso la lotta di massa collettiva. Le forze sociali in grado di determinare una rottura con l’ordine attuale sono già qui, sebbene siano frammentate, disomogenee e spesso rese invisibili. Esse includono i lavoratori sia dell’economia formale che di quella informale, i contadini e i lavoratori agricoli senza terra, le donne, i giovani, le comunità oppresse e quella che Marx chiamava la «popolazione in esubero» – coloro che sono esclusi o emarginati dai cicli dell’accumulazione capitalistica ma che ne sono comunque indispensabili in quanto esercito di riserva di manodopera e parte delle forze di riproduzione sociale.[18]

Nonostante tutto il parlare di “post-marxismo” e delle nuove teorie sui soggetti politici frammentati, la classe operaia – sia urbana che rurale – rimane centrale, sebbene la sua composizione sia certamente cambiata. Vari rapporti dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro e della Banca Mondiale suggeriscono che la forza lavoro globale totale ammonti a quasi 4 miliardi di persone (compresi coloro che sono occupati e coloro che cercano attivamente un impiego). Una ripartizione approssimativa dell’occupazione globale per grandi settori è la seguente:

  1. 923 milioni
  2. 800 milioni
  3. 1,8 miliardi
  4. Trasporti/Logistica. 230 milioni
  5. Lavoratori delle piattaforme. 154-435 milioni[19]

I lavoratori industriali coesistono con i lavoratori dei servizi, dei trasporti, dei magazzini, dell’assistenza, delle consegne e delle piattaforme (o “uberizzati”). Nella maggior parte del Sud del mondo, il lavoro informale non è un’eccezione ma la norma. Questi lavoratori – che siano in fabbrica, nei campi o nei magazzini – affrontano una precarietà estrema, protezioni legali deboli o inesistenti e la costante minaccia della disoccupazione. Eppure, nonostante l’erosione della densità sindacale, questi lavoratori possiedono un potere strategico: producono e trasportano merci, lavorano la terra, estraggono minerali, forniscono assistenza, costruiscono città e sostengono la vita quotidiana. Le loro lotte – dagli scioperi nei centri logistici alle ribellioni di massa dei lavoratori senza terra, fino agli scioperi delle lavoratrici domestiche – rivelano il continuo antagonismo tra capitale e lavoro.

Le lotte non emergono sempre in modo diretto come organizzazione del lavoro consapevolmente contro il capitale. Spesso si manifestano attraverso altre strutture di oppressione, come il patriarcato e la gerarchia sociale (casta, razza), oppure sono galvanizzate dall’esperienza generazionale e da altre formazioni sociali. Ad esempio, i movimenti femminili hanno messo in luce come i sistemi economici si basino sull’esaurimento dei corpi e del tempo, in particolare quelli delle donne in generale e, in particolare, delle donne di colore, migranti e delle donne della classe operaia razzializzate. Allo stesso modo, le lotte per la dignità sociale si rifrangono attraverso identità che non sono di per sé di classe, ma che rivelano il modo complesso in cui il capitalismo riattiva vecchie gerarchie per le proprie strategie di accumulazione: casta e razza, ad esempio, sono mobilitate dal sistema capitalista al servizio dell’accumulazione, e così le proteste per la dignità creano anche basi per la lotta socialista. La popolazione in esubero – migranti, disoccupati, contadini senza terra e poveri urbani – è spesso trattata come politicamente marginale, eppure vive il sistema capitalista nella sua forma più nuda. Le loro lotte per l’alloggio, i servizi e la dignità sono lotte per riprodurre la vita. Queste numerose lotte mostrano l’energia disponibile all’interno della classe operaia per formare un blocco storico contro il capitalismo e lottare per il futuro.

Tuttavia, molte delle proteste che scuotono le nostre città e le nostre campagne assumono la forma di grandi mobilitazioni spesso plasmate da piccole organizzazioni o guidate da appelli sui social media rivolti ai singoli individui. Il capitale prospera sulla divisione: formale contro informale, urbano contro rurale, uomo contro donna e persone di genere dissidente, cittadino contro migrante.[20] Oggi, la frammentazione della struttura di classe e dell’organizzazione sociale pone sfide importanti all’organizzazione politica e all’unità d’azione basata su principi. Ci sono molti esempi di questa rabbia mobilitata che viene catturata dalle forze reazionarie o dissipata nella disperazione. Una rottura richiede la costruzione dell’unità senza cancellare le differenze, forgiando progetti politici in grado di articolare interessi condivisi e orizzonti comuni. Senza tale organizzazione, le forze sociali rimangono reattive. Con essa, diventano agenti storici capaci di fare proprio il futuro. La vera questione organizzativa per la sinistra in tutto il mondo è come costruire le piattaforme soggettive di lotta a partire dalle condizioni oggettive di sofferenza e sopravvivenza che la gente deve affrontare.

 Tempo

Il capitalismo impone alle società la sua idea di tempo – un’idea che riflette urgenza senza direzione, velocità senza scopo, crisi senza risoluzione. C’è un senso frenetico che travolge la vita sociale, compromettendo la nostra capacità di controllare la nostra giornata e creando un disordine che erode il nostro tempo libero. Senza tempo libero, il tempo per costruire una comunità non è facilmente disponibile (anche se lo smantellamento delle politiche sociali a livello statale ha costretto le donne della classe operaia a costruire piattaforme per la riproduzione sociale che sono state vitali per il loro ruolo in tanti movimenti di protesta della classe operaia del nostro tempo). Senza tempo, è impossibile costruire potere organizzativo nei luoghi di lavoro, nei quartieri e nelle comunità.

Le contraddizioni del capitalismo generano lotte spontanee, spesso innescate da salari bassi e condizioni di lavoro precarie, ma anche dalle condizioni della riproduzione sociale come l’accesso all’acqua, agli spazi pubblici e a cibo e carburante a prezzi accessibili. Tali lotte si basano talvolta su reti sociali e relazioni consolidate nel tempo, ma possono anche emergere da un rapido deterioramento degli standard di lavoro e di vita che generano un proprio sentimento di massa. Queste rivolte spontanee – sebbene spesso eroiche – sono insufficienti; possono sconvolgere il presente senza un’organizzazione disciplinata, ma raramente rimodellano il futuro. Gli esempi delle grandi rivoluzioni sono tutte storie di attività rivoluzionaria resiliente protrattasi per lunghi periodi di tempo che hanno preparato le comunità, attraverso la lotta, alle grandi rivolte che hanno capovolto il mondo. Le lotte spontanee riflettono rabbia e rivendicazioni autentiche. Possono occupare le strade e ispirare speranza, e possono anche rovesciare i governi. Eppure la storia (come quella dell’Egitto nel 2011) dimostra che senza continuità e forza organizzativa, questi momenti sono vulnerabili alla repressione, alla cooptazione e all’esaurimento. Le classi possidenti comprendono il tempo in termini strategici. Pianificano, spesso per decenni. I movimenti che operano solo nell’immediatezza della protesta cedono il terreno a lungo termine ai propri nemici.

Organizzazione

Per costruire al di là dell’immediatezza è necessaria l’organizzazione, che può assumere molte forme – dai movimenti sociali più amorfi ai partiti leninisti democratico-centralisti. Il dibattito tra queste due forme non è centrale in questo dossier. Il nostro punto qui è l’importanza di come l’organizzazione politica – nelle sue molteplici forme – sia un veicolo attraverso cui il tempo viene strutturato per fini emancipatori. Partiti, fronti, sindacati, organizzazioni contadine, associazioni femminili e movimenti giovanili svolgono ciascuno ruoli distinti ma interconnessi. I partiti di tipo leninista possono articolare programmi a lungo termine e contestare il potere statale. Le organizzazioni di massa possono radicare le lotte nella vita quotidiana e garantire continuità alle comunità. I fronti possono favorire l’unità tra forze diverse senza esigere uniformità ideologica. L’organizzazione permette alla classe operaia, frammentata e oppressa, di socializzare il tempo a sua disposizione e di costruire una società che altrimenti le sarebbe stata sottratta.

Disciplina

Il vantaggio di un partito leninista è la centralità attribuita alla disciplina all’interno di quella tradizione. Disciplina non significa obbedienza o rigidità burocratica, sebbene spesso possa degenerare pigramente in queste forme. Significa formare quadri politicamente istruiti che comprendano la necessità della forma di partito, le procedure collettive richieste per costruire una comprensione politica comune o un programma, le strutture essenziali della leadership rappresentativa all’interno del partito e un impegno assoluto verso obiettivi, strategie e forme di responsabilità condivise. La disciplina permette alle organizzazioni di conservare energia, imparare dall’esperienza e resistere oltre i momenti di crisi. Trasforma la rivolta in un progetto.

Al centro di tutta questa operazione ci sono quelli che chiamiamo i nuovi intellettuali, i persuasori permanenti di un progetto politico che emergono dalla classe operaia, dal contadino e dai movimenti popolari.[21] Il loro compito è chiarire, sintetizzare e comunicare – tradurre l’esperienza vissuta in strategia politica. Aiutano i movimenti a comprendere non solo ciò contro cui stanno lottando, ma anche ciò che il futuro deve comportare.

 Internazionalismo

Nessuna rottura con il capitalismo può essere sostenuta solo all’interno dei confini nazionali. Il capitale si organizza a livello internazionale, attraverso la finanza, il commercio, i blocchi militari, le catene di approvvigionamento e le istituzioni ideologiche. Le forze che cercano di costruire il futuro devono fare lo stesso. L’internazionalismo non è un’aggiunta morale o un gesto di sentimento, ma una necessità pratica radicata nella struttura dell’economia mondiale e nella condizione condivisa degli oppressi. Significa costruire legami tra paesi e lotte, imparare dai processi rivoluzionari, difendere la sovranità contro l’imperialismo e coordinare l’educazione politica, le campagne e le forme di solidarietà materiale. Senza l’internazionalismo, le vittorie rimangono isolate e vulnerabili. Con esso, le lotte a livello locale, nazionale e regionale iniziano ad acquisire la portata necessaria per affrontare un sistema globale.

Il futuro non può essere conquistato in un solo istante. Deve essere costruito con pazienza, collettivamente e consapevolmente. Il tempo crea lo spazio per la lotta, l’organizzazione gli dà forma, la disciplina gli dà resistenza e l’internazionalismo gli dà dimensione. Contro il futuro pianificato dalla classe dominante, fatto di sfruttamento ed esclusione, questi strumenti permettono agli oppressi di pianificare il proprio futuro – un futuro fondato sulla dignità, l’uguaglianza e la vita stessa.

Alfredo Plank, Ignacio Colombres, Carlos Sessano, Juan Manuel Sánchez, and Nani Capurro (Argentina), Che (collective series), 1968. Oil on canvas, 195 x 150 cm each.
Alfredo Plank, Ignacio Colombres, Carlos Sessano, Juan Manuel Sánchez, and Nani Capurro (Argentina), Che (collective series), 1968. Oil on canvas, 195 x 150 cm each.

Parte 2: Costruire il futuro

Cosa bisogna costruire per sostituire il presente? Il futuro non può rimanere solo una questione di lotta, organizzazione e disciplina; deve anche assumere una forma materiale, istituzionale e internazionale. Ciò significa affrontare le questioni della proprietà, della pianificazione, della sovranità e delle forme di coordinamento attraverso cui può essere sostenuto un ordine sociale diverso.

Proprietà pubblica e pianificazione

La questione del futuro è inseparabile dalla questione della proprietà e del coordinamento. Nel capitalismo, la proprietà privata dei mezzi di produzione conferisce a una piccola classe il potere di determinare cosa viene prodotto, come viene prodotto e per chi viene prodotto. Questo potere non viene esercitato nell’interesse della società nel suo insieme, ma secondo gli imperativi del profitto, della concorrenza e dell’accumulazione a breve termine. Il risultato è una profonda contraddizione: le forze produttive sono diventate profondamente socializzate, mentre il controllo su di esse rimane strettamente privato. Il lavoro oggi è già collettivo e internazionale, ma la base tecnologica e le eccedenze economiche di questo sforzo collettivo vengono appropriate da una minoranza. Qualsiasi discussione seria su un futuro socialista deve quindi affrontare questa contraddizione trasformando i rapporti di proprietà.

La proprietà pubblica non è semplicemente un riassetto giuridico dei beni dalle mani private allo Stato. Lo Stato stesso è un campo di lotta di classe e deve essere rivendicato come strumento per guidare la direzione dello sviluppo. Quando settori strategici come l’energia, i trasporti, la finanza, il territorio, le comunicazioni e l’industria pesante sono di proprietà pubblica, la società acquisisce la capacità di orientare la produzione e l’innovazione verso i bisogni collettivi piuttosto che verso l’accumulazione privata. Il capitalismo alloca sistematicamente in modo errato le risorse, sovrapproducendo beni di lusso e industrie distruttive mentre sottoproduce assistenza, istruzione, sanità e alloggi. La proprietà pubblica crea la base materiale per riorientare la produzione verso la riproduzione sociale, gli investimenti a lungo termine e la prosperità condivisa.

L’argomento a favore della proprietà pubblica è legato anche alla tecnologia. Sotto la proprietà privata, lo sviluppo tecnologico è subordinato alla redditività, ai monopoli della proprietà intellettuale e alla disciplina del lavoro. L’innovazione è diretta verso la riduzione dei costi, la sorveglianza, la militarizzazione e la recinzione della conoscenza piuttosto che verso la riduzione del tempo di lavoro socialmente necessario o il miglioramento del benessere collettivo. Il controllo democratico sulle forze di produzione permette di impiegare la tecnologia per il bene sociale: per accorciare la giornata lavorativa, generare occupazione, espandere i servizi pubblici, accrescere le competenze umane e ridurre il danno ecologico. Gli stessi sistemi digitali e logistici che il capitalismo usa per intensificare lo sfruttamento contengono in sé il potenziale per una produzione e una distribuzione razionali e umane.

L’ideologia capitalista presenta la pianificazione come intrinsecamente autoritaria e inefficiente, mentre esalta il mercato come un meccanismo di coordinamento neutrale e democratico. Il capitalismo è già altamente pianificato – ma è pianificato nell’interesse dei capitalisti. Le multinazionali, le istituzioni finanziarie e le alleanze militari si dedicano a un’ampia pianificazione interna, a previsioni a lungo termine e al coordinamento strategico. Il mercato non sostituisce la pianificazione: frammenta il processo decisionale sociale, oscura le responsabilità e sottopone la vita collettiva alla ristretta logica dell’accumulazione. I prezzi trasmettono segnali solo dopo che il danno sociale ed ecologico si è già verificato. I mercati premiano la redditività a breve termine, non la razionalità sociale a lungo termine.

La pianificazione socialista non riguarda un comando burocratico slegato dalla vita popolare: riguarda il coordinamento consapevole e democratico del lavoro sociale nel tempo. La pianificazione è un’arma temporale contro il miopismo capitalista. Permette alla società di stabilire priorità collettive – come la decarbonizzazione, la diversificazione industriale, sovranità alimentare e assistenza universale – e a mobilitare le risorse di conseguenza. Rende possibile bilanciare regioni, settori e bisogni sociali piuttosto che lasciare lo sviluppo ai risultati diseguali e distruttivi della concorrenza di mercato. La pianificazione è il mezzo attraverso il quale la società può agire sulla base della consapevolezza che il futuro non è automatico ma deve essere consapevolmente prodotto.

Fondamentalmente, la pianificazione non nega la democrazia; al contrario, ne richiede l’espansione. Affinché la pianificazione sia emancipatoria, deve essere radicata nella partecipazione popolare, nel controllo dei lavoratori e nelle organizzazioni di massa capaci di articolare i bisogni sociali.

La socializzazione del lavoro sotto il capitalismo richiede già un coordinamento attraverso vaste reti; il socialismo cerca di rendere questo coordinamento trasparente, responsabile e orientato allo sviluppo umano. Quando i lavoratori, le comunità e le istituzioni pubbliche partecipano alla definizione degli obiettivi e al monitoraggio dei risultati, la pianificazione diventa un processo di apprendimento collettivo piuttosto che un’imposizione tecnocratica. È attraverso tali processi che il surplus sociale può essere consapevolmente indirizzato verso l’istruzione, la sanità, l’edilizia abitativa, la cultura e il ripristino ecologico.[22]

Verso un nuovo internazionalismo

All’indomani della Seconda guerra mondiale, l’ascesa di un potente blocco socialista e le successive ondate di decolonizzazione gettarono le basi per un internazionalismo radicato nel rifiuto dell’imperialismo e del neocolonialismo. Esso fu caratterizzato dal tentativo di costruire nuovi modelli economici e sociali, nonché una nuova architettura globale.[23]

Questo internazionalismo è crollato sotto il peso della crisi del debito, dell’assalto del neoliberismo e della caduta dell’Unione Sovietica e del blocco socialista. Al suo posto è subentrata la falsa globalizzazione imposta dal FMI – l’apertura dei mercati, il ritiro dello Stato dai settori produttivi, l’abolizione dei controlli sui capitali, la cessione delle risorse e la subordinazione accademica e culturale – una erosione totale della sovranità.

A decenni dalla caduta dell’Unione Sovietica, stanno emergendo le condizioni oggettive per l’ascesa di un nuovo internazionalismo. Il Nord del mondo sta attraversando una profonda crisi segnata dalla deindustrializzazione e dall’erosione della capacità produttiva, mentre la Cina e altri paesi del Sud del mondo emergono come motori dell’economia globale. L’ascesa dei BRICS, dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai e di altri forum bilaterali riflette queste mutevoli condizioni oggettive.

Tuttavia, il Nord del mondo mantiene il controllo sull’architettura globale. L’ONU e le sue agenzie sono state rese inutili dagli Stati Uniti e dai loro alleati, come dimostrano i loro attacchi sempre più intensi in tutto il mondo, da Gaza, Venezuela e Cuba alla Repubblica Democratica del Congo e all’Iran. Il FMI e la Banca Mondiale continuano con la tirannia dell’aggiustamento strutturale. Il quadro climatico ha deluso le persone. La pandemia ha portato con sé l’“apartheid vaccinale”. Peggio ancora, molte organizzazioni multilaterali del Sud del mondo sono inerti o infettate dalla logica del neoliberismo.

I dibattiti su una nuova architettura globale si sono concentrati sulla multipolarità, che è limitata e limitante in quanto replica lo spirito della rivalità della Guerra Fredda. Il nuovo internazionalismo deve invece essere caratterizzato dal multilateralismo. Rivendicare le Nazioni Unite e sostenere la Carta delle Nazioni Unite come patrimonio comune dei popoli del mondo sono punti chiave in questo senso. Sia il Consiglio di Sicurezza che l’Assemblea Generale necessitano di riforme, e i paesi del Sud del mondo devono lavorare per un’agenda comune per una serie di agenzie dell’ONU, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici alla Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo. C’è un disperato bisogno di una rinnovata lotta intellettuale e politica per definire e sostenere un programma popolare per ciascuna di queste organizzazioni che rifletta le aspirazioni del Sud del mondo.

Accanto a un rinnovato multilateralismo, le forze di sinistra e patriottiche devono sostenere e rafforzare le organizzazioni regionali che hanno perso il loro orientamento negli ultimi trent’anni e, nei casi in cui ciò non sia possibile, promuoverne di nuove. Le alleanze economiche, sociali e politiche che si sono formate in America Latina durante l’Onda Rosa degli anni 2000 e dei primi anni 2010 rimangono un modello di ciò che è possibile. In epoca contemporanea, l’Alleanza degli Stati del Sahel ha colto un forte desiderio in tutta l’Africa di una maggiore integrazione, resistendo alla logica neocoloniale dell’ECOWAS (Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale).[24] I processi avviati dai BRICS in una varietà di settori – dalla finanza, al commercio e alle infrastrutture, alla scienza, alla tecnologia, alla sanità, all’istruzione, all’agricoltura, alla cooperazione sul clima e alla ricerca – forniscono un altro modello per tali organizzazioni regionali.

Il nuovo internazionalismo inizia con la difesa della sovranità, ma non si ferma qui. Deve anche incorporare una visione internazionalista di un futuro basato su relazioni sociali trasformate. Questa visione non può essere realizzata in un solo paese – né può essere sostenuta dai soli Stati. Richiede la mobilitazione di movimenti in tutto il mondo per superare il capitalismo. I socialisti devono costruire teste di ponte verso il futuro valorizzando, imparando da e sviluppando progetti che hanno il potenziale di cambiare l’equilibrio delle forze.

Eppure nessun programma, per quanto necessario, può sostenersi senza una forza sociale in grado di portarlo avanti e un orizzonte in grado di animare la lotta. Se il futuro deve essere costruito attraverso istituzioni, proprietà, pianificazione, e coordinamento internazionale, deve anche essere vissuto come una sensibilità politica. Quella sensibilità è la speranza.

Luis González Palma (Guatemala), La Rosa (The Rose), 1991. Gelatin silver print with toning and applied colour, 47 x 48.5 cm.
Luis González Palma (Guatemala), La Rosa (The Rose), 1991. Gelatin silver print with toning and applied colour, 47 x 48.5 cm.

Parte 3: Speranza

Oggi il capitalismo sta attraversando una crisi di legittimità poiché le sue idee e i suoi valori – individualismo, imprenditorialità, consumismo – non garantiscono più la mobilità sociale e la prosperità materiale a lungo promesse dal neoliberismo. Allo stesso tempo, mentre il blocco imperialista guidato dagli Stati Uniti vede il proprio potere declinare – economicamente e politicamente – raddoppia la posta in gioco nei due ambiti in cui tale potere rimane in gran parte incontrastato: la produzione culturale e il potere militare. Sebbene molto diverse nelle loro espressioni, entrambe servono allo stesso scopo: preservare il presente e precludere il futuro. Attraverso l’aggressione militare, il blocco guidato dagli Stati Uniti cerca di mettere in riga qualsiasi paese che si rifiuti di piegarsi al Consenso di Washington e agli interessi del capitale privato, chiudendo ogni orizzonte politico che rifiuti la subordinazione. Attraverso il suo monopolio sui modi di produzione culturale, cerca non solo di controllare l’informazione – ciò che viene accettato come verità – ma anche di plasmare la cultura e i valori delle masse dominate. Così facendo, restringe l’orizzonte di ciò che osiamo immaginare e, in ultima analisi, di ciò che osiamo sperare. In assenza di speranza, la classe operaia è così costretta a scegliere tra due soggetti politici: o spinta verso il pessimismo spietato dell’estrema destra e addestrata a guardare con derisione all’idea stessa di un futuro diverso, oppure governata da un disfattismo escapista che crede che il futuro sia già perduto.

Due concetti cinesi di «futuro» aiutano a chiarire cosa c’è in gioco qui. «未来» (wèilái), la parola per futuro o, letteralmente, «ciò che non è ancora venuto», è composta da due parole: 未 (wèi) significa «non ancora» o «non ha» e 来 (lái) significa «venire» o «arrivare» . Insieme, sottolineano la qualità essenziale di incompletezza del futuro, e il pessimismo e la speranza ruotano attorno a questa differenza: il futuro non è predeterminato. È una possibilità, ed è qui che entra in gioco l’azione umana.

In questo contesto, la speranza diventa un terreno di lotta nella battaglia delle idee e delle emozioni. Ecco perché la speranza deve diventare più di un sentimento, ma una pratica – una pratica costruita attraverso l’educazione popolare e la cultura, ancorata alla storia e vissuta attivamente nella nostra vita quotidiana.

La battaglia delle idee

La classe dominante lavora per offuscare i rapporti di classe e gli interessi comuni di classe attraverso la promozione dei propri valori (individualismo, spietatezza e conservatorismo).

Questa logica induce le classi dominate a rifiutare in modo riflessivo le forme di attività politica come perdite di tempo, irrealistiche o utopistiche, e a considerare l’azione collettiva come ingenua o pericolosa. In tali condizioni, non ci si può aspettare che la speranza nasca individualmente. Deve essere costruita come una pratica che riapre l’orizzonte delle possibilità e contesta il “buon senso” quotidiano del presente capitalista.

La speranza deve quindi essere organizzata attraverso pratiche politiche concrete che riaprano l’orizzonte delle possibilità. Ciò richiede che noi:

Coltiviamo l’immaginazione politica. Le forze di sinistra devono rendere leggibile il futuro costruendo forme alternative di lavoro organizzato e di relazioni sociali. La speranza nel futuro può essere mobilitata quando è ancorata ad azioni concrete che cambiano le condizioni materiali delle persone nel presente, e quando la classe operaia può riconoscersi come protagonista della storia piuttosto che come spettatrice delle crisi capitalistiche.

Leggere per imparare, imparare per agire. Ho Chi Minh disse: «Puoi leggere mille libri, ma se non metti in pratica ciò che leggi, non sei altro che una libreria».[25] La lettura diventa una pratica di speranza quando è legata all’azione. Lo studio dovrebbe essere collettivo e orientato ai problemi che le persone affrontano nei loro luoghi di lavoro, quartieri e organizzazioni. Il punto non è l’accumulo di conoscenza, ma lo sviluppo di un linguaggio condiviso, di un’analisi e di una fiducia che possano essere messi alla prova nella pratica.

Sviluppare una controcultura popolare. Non si può costruire una controideologia senza una controcultura. Ciò significa creare forme di espressione culturale popolare che spezzino l’incantesimo dell’individualismo e del pessimismo, che costruiscano dignità e rendano attraente la solidarietà, onorando al contempo la cultura della classe operaia.

Comunicare il futuro. La sinistra deve tradurre il proprio programma in forme che possano essere trasmesse in modo didattico. Didattico non significa parlare alle persone con tono paternalistico; significa essere strategici e comunicare chiaramente proposte legate alle esperienze delle persone e illustrate attraverso esempi pratici. L’obiettivo è passare dall’astrazione all’orientamento, in modo che le persone possano comprendere cosa si può fare, da chi e con quali risorse.[26]

Ritorno alle origini. Recuperare la storia e la cultura rivoluzionarie, e la storia e la cultura in generale. La storia è una pratica di speranza perché rompe l’idea che il presente sia eterno. Tornando ai momenti di rottura, di lotta collettiva e di trasformazione, le persone ritrovano la prova che il cambiamento è possibile e imparano come è stato realizzato. La storia non è nostalgia: è una scuola di strategia, sacrificio e fiducia.[27]

Diventare persuasori permanenti. La sinistra deve contendere tutti gli spazi collettivi per diffondere le idee della classe operaia. Deve essere presente ovunque le persone si riuniscano, non come un docente ospite ma come una forza organizzativa. Il «nuovo intellettuale» di Gramsci è un «costruttore» e un «organizzatore», un «persuasore permanente» radicato nella vita pratica piuttosto che nell’eloquenza occasionale.

La battaglia delle emozioni

La classe dominante deve lavorare continuamente per incanalare il malcontento diffuso che è la risposta razionale allo sfruttamento e alla privazione necessari alla società capitalista. Il malcontento è pericoloso quando si organizza, quando conosce il proprio nemico e quando risponde con la solidarietà. Viene quindi continuamente reindirizzato lontano dalla lotta collettiva e verso la paura, il risentimento, il cinismo e la rassegnazione. Oggi, questa lotta è intensificata da un panorama comunicativo in cui una giovane classe operaia viene convogliata in spazi virtuali che favoriscono l’individualismo, sono progettati per catturare e monetizzare la loro attenzione e prosciugare la loro capacità cognitiva, e sono controllati da forze di estrema destra.[28] In questi spazi, il malcontento viene catturato e riceve un sollievo temporaneo attraverso una partecipazione affettiva effimera. Il risultato non è la scomparsa del malcontento, ma la sua gestione (lucrativa), che frammenta la classe operaia in spettatori isolati e li addestra a confondere la reazione con la politica.

In questo terreno, dobbiamo trasformare la rabbia e la confusione in chiarezza, la chiarezza in speranza e la speranza in azione collettiva. Ciò richiede:

Alfabetizzazione mediatica. La sinistra deve educare la classe operaia riguardo all’infrastruttura, agli scopi (intenzionali e non) e all’economia politica degli spazi virtuali e delle tecnologie. Ciò significa rendere visibile il divario tra partecipazione gestita e potere – tra postare e organizzarsi – e insegnare alla classe operaia a riconoscere come la classe dominante usi il proprio monopolio sugli spazi virtuali per controllare l’informazione, amplificare l’indignazione e normalizzare l’isolamento. L’obiettivo non è il ritiro dagli spazi virtuali, ma dare alle persone gli strumenti per leggerli, usarli e riconoscerne i limiti.

Politica realmente esistente. Pur sfruttando gli spazi virtuali per l’educazione e la mobilitazione, la sinistra deve creare vie di partecipazione politica dove le persone possano vedere la possibilità concreta di cambiare il presente per costruire un futuro migliore. Ciò richiede momenti organizzati di interazione senza la mediazione di algoritmi, dove le persone possano incontrarsi, scambiare idee, organizzarsi, prendere decisioni, svolgere compiti collettivi e vedere i risultati. Il punto è passare da interazioni effimere basate su interessi ristretti a un’organizzazione a lungo termine basata su interessi di classe condivisi.

Controvalori. La sinistra deve sviluppare valori socialisti e incarnarli con l’azione politica. Ciò significa rendere la solidarietà, la cura, la disciplina e il cameratismo realtà nel mondo piuttosto che semplici slogan. I valori diventano credibili quando si riflettono nel modo in cui ci organizziamo: come ci trattiamo l’un l’altro, come lavoriamo insieme, come risolviamo i disaccordi e come ci relazioniamo con le comunità che diciamo di servire. In una cultura che alimenta un individualismo spietato e il pessimismo, incarnare i valori socialisti è di per sé una strategia nella battaglia delle emozioni: offre uno scorcio di una socialità diversa e quindi un’idea chiara di come sarà una società futura organizzata attorno a valori diversi.

La speranza come prassi

Se il futuro è 未来 (wèilái) – il Non-Ancora che sta per «arrivare» – allora la speranza è la sensibilità che mantiene aperto quel Non-Ancora e la pratica che impedisce che venga sigillato dal pessimismo, dallo spettacolo e dalla rassegnazione. La classe dominante lavora per trasformare il wèilái in una prigione, per eternizzare il presente e per trasformare il malcontento capitalista in cinismo o crudeltà. Contro questo, la nostra tradizione insiste sul fatto che la speranza non è ottimismo passivo o aspettativa, ma un orientamento militante verso il carattere incompiuto del mondo, forgiato nelle lotte per la dignità in tutto il Sud del mondo. È pericolosa proprio perché è materiale: eleva la coscienza e spinge le persone dalla mera sopportazione all’azione.

Ecco perché la speranza richiede struttura, disciplina e organizzazione. Quando la cultura e le idee di un popolo in movimento ostacolano la riproduzione del senso comune capitalista, possono diventare principali e decisive, non come negazione del materialismo ma come suo compimento dialettico. In tal senso, 大同 (dàtóng) – lo stato utopico caratterizzato da «armonia universale» – non è un ideale decorativo ma un orizzonte che dà direzione alla strategia, mentre 小康 (xiǎokāng, «società moderatamente prospera») indica i passi concreti che permettono alle persone di svilupparsi con risorse limitate ma in condizioni di dignità. La speranza diventa reale quando trasforma 将来 (jiānglái, «il futuro»), il «che sta per venire», da una promessa a un progetto. Il compito non è sognare in astratto, ma costruire un’utopia concreta, radicata nelle tendenze reali e rafforzata attraverso la pratica, finché il Non-Ancora diventa un futuro tangibile che si costruisce nel presente.

 

Alfonso Soteno Fernández (Metepec, State of Mexico, Mexico), Árbol de la vida (Tree of Life), 1975. Open-fired clay painted with varnished vinyl paint, 6 m.
Alfonso Soteno Fernández (Metepec, State of Mexico, Mexico), Árbol de la vida (Tree of Life), 1975. Open-fired clay painted with varnished vinyl paint, 6 m.

[1]    Tricontinental: Institute for Social Research, The Anti-Feminist Agenda of the Latin American Far Right, dossier no. 98, 3 March 2026, https://thetricontinental.org/dossier-agenda-right-against-women/; Tricontinental: Institute for Social Research, The War on the Poor: Narcotics, Campesinos, and Capitalism, dossier no. 97, 3 February 2026, https://thetricontinental.org/dossier-war-on-the-poor/; Tricontinental: Institute for Social Research, Imperialism Will Inevitably Be Defeated: The Re-Emergence of the Tricontinental Spirit, dossier no. 95, 9 December 2025, https://thetricontinental.org/dossier-tricontinental-conference-60/; Tricontinental: Institute for Social Research, The Environmental Crisis Is a Capitalist Crisis, dossier no. 93, 14 October 2025, https://thetricontinental.org/dossier-environmental-crisis/; Tricontinental: Institute for Social Research, How the World Looks from Tricontinental, dossier no. 90, 15 July 2025, https://thetricontinental.org/dossier-tricontinental-anniversary-global-south-sovereignty/; Tricontinental: Institute for Social Research, Hyper-Imperialism: A Dangerous Decadent New Stage, Contemporary Dilemmas no. 4, 23 January 2024, https://thetricontinental.org/studies-on-contemporary-dilemmas-4-hyper-imperialism/.

[2]    Tricontinental: Institute for Social Research, ‘Ten Theses on the Far Right of a Special Type: The Thirty-Third Newsletter (2024)’, 15 August 2024, https://thetricontinental.org/newsletterissue/ten-theses-on-the-far-right-of-a-special-type/.

[3]    Tricontinental: Institute for Social Research, Dawn: Marxism and National Liberation, dossier no. 37, 8 February 2021, https://thetricontinental.org/dossier-37-marxism-and-national-liberation/.

[4]    Mark Fisher, Capitalist Realism: Is There No Alternative? (Winchester: Zero Books, 2009).

[5]    Tricontinental: Institute for Social Research, The Environmental Crisis Is a Capitalist Crisis; Tricontinental: Institute for Social Research, Class Struggle and Climate Catastrophe in the Sahel, dossier no. 99, April 2026, https://thetricontinental.org/dossier-class-struggle-climate-sahel/; Tricontinental: Institute for Social Research, Africa’s Faustian Bargain with the International Monetary Fund, dossier no. 88, 13 May 2025, https://thetricontinental.org/dossier-faustian-bargain-imf-africa/.

[6]    Ernst Bloch, The Principle of Hope, Volume 1 (Cambridge: MIT Press, 1986) and The Spirit of Utopia (Palo Alto: Stanford University Press, 2000).

[7]    Tricontinental: Institute for Social Research, The Bandung Spirit, dossier no 87, 8 April 2025, https://thetricontinental.org/dossier-the-bandung-spirit/; Tricontinental: Institute for Social Research, Imperialism Will Inevitably Be Defeated; Tricontinental: Institute for Social Research, The 80th Anniversary of the Victory in the World Anti-Fascist War, Understanding Who Saved Humanity: A Restorationist History, Contemporary Dilemmas no. 5, 12 November 2025, https://thetricontinental.org/the-80th-anniversary-of-the-victory-in-the-world-anti-fascist-war/.

[8]    Tricontinental: Institute for Social Research, The False Concept of Populism and the Challenges facing the Left: A Conjunctural Analysis of Politics in the North Atlantic, dossier no. 83, 17 December 2024, https://thetricontinental.org/the-false-concept-of-populism-and-the-challenges-facing-the-left-north-atlantic/.

[9]    Tricontinental: Institute for Social Research, Imperialist War and Feminist Resistance in the Global South, dossier no. 86, 5 March 2025, https://thetricontinental.org/dossier-imperialist-war-and-feminist-resistance-in-the-global-south/; Tricontinental: Institute for Social Research, The Political Organisation of Brazil’s Landless Workers’ Movement (MST), dossier no. 75, 16 April 2024, https://thetricontinental.org/dossier-75-landless-workers-movement-brazil/.

[10]  Tricontinental: Institute for Social Research, ‘Ten Theses on the Far Right of a Special Type’.

[11]  Tricontinental: Institute for Social Research, Serve the People: The Eradication of Extreme Poverty in China, Studies on Socialist Construction no. 1, https://thetricontinental.org/studies-1-socialist-construction/; Tricontinental: Institute for Social Research, The Art of the Revolution will be Internationalist, dossier no. 15, https://thetricontinental.org/the-art-of-the-revolution-will-be-internationalist/.

[12]  Tricontinental: Institute for Social Research, ‘Ten Theses on the Far Right of a Special Type’.

[13]  Tricontinental: Institute for Social Research, How Neoliberalism Has Wielded ‘Corruption’ to Privatise Life in Africa, dossier no. 82, 24 November 2024, https://thetricontinental.org/dossier-how-neoliberalism-has-wielded-corruption-to-privatise-africa/.

[14]  Tricontinental: Institute for Social Research, Life or Debt: The Stranglehold of Neocolonialism and Africa’s Search for Alternatives, dossier no. 63, 9 June 2023, https://thetricontinental.org/pan-africa/dossier-63-african-debt-crisis/.

[15]  Tricontinental: Institute for Social Research, Big Tech and the Current Challenges Facing the Class Struggle, dossier no. 46, 1 November 2021, https://thetricontinental.org/dossier-46-big-tech/.

[16]  Tricontinental: Institute for Social Research, The Congolese Fight for Their Own Wealth, dossier no. 77, 25 June 2024, https://thetricontinental.org/dossier-77-the-congolese-fight-for-their-own-wealth/; Tricontinental: Institute for Social Research, The Environmental Crisis Is a Capitalist Crisis.

[17]  Tricontinental: Institute for Social Research, NATO: The Most Dangerous Organisation on Earth, dossier no. 89, 10 June 2025, https://thetricontinental.org/dossier-nato-the-most-dangerous-organisation/; Tricontinental: Institute for Social Research, Hyper-Imperialism.

[18]  Karl Marx, Capital: A Critique of Political Economy, Volume 1, trans. Ben Fowkes (London: Penguin Books, 1976).

[19]  World Bank, ‘Labor force, total’, World Development Indicators, https://data.worldbank.org/indicator/SL.TLF.TOTL.IN; International Labour Organization, ‘Employment in agriculture (% of total employment)’, ‘Employment in industry (% of total employment)’, and ‘Employment in services (% of total employment)’, ILOSTAT modelled estimates, https://data.worldbank.org/indicator/SL.AGR.EMPL.ZS, https://data.worldbank.org/indicator/SL.IND.EMPL.ZS, and https://data.worldbank.org/indicator/SL.SRV.EMPL.ZS; Datta, Namita; Rong, Chen; Singh, Sunamika; Stinshoff, Clara; Iacob, Nadina; Nigatu, Natnael Simachew; Nxumalo, Mpumelelo; and Klimaviciute, Luka, Working Without Borders: The Promise and Peril of Online Gig Work, International Bank for Reconstruction and Development / The World Bank, 2023, https://openknowledge.worldbank.org/entities/publication/ebc4a7e2-85c6-467b-8713-e2d77e954c6c?utm.

[20]  Tricontinental: Institute for Social Research, The Anti-Feminist Agenda of the Latin American Far Right.

[21]  Tricontinental: Institute for Social Research, The New Intellectual, dossier no. 12, 11 February 2019, https://thetricontinental.org/the-new-intellectual/.

[22]  Tricontinental: Institute for Social Research, Towards a New Development Theory for the Global South, dossier no. 84, 14 January 2025, https://thetricontinental.org/towards-a-new-development-theory-for-the-global-south/.

[23]  Tricontinental: Institute for Social Research, Imperialism Will Inevitably Be Defeated; Tricontinental: Institute for Social Research, The Bandung Spirit.

[24]  Tricontinental: Institute for Social Research, The Sahel Seeks Sovereignty, dossier no. 91, 12 August 2025, https://thetricontinental.org/dossier-sahel-alliance-sovereignty/.

[25]  Ho Chi Minh, ‘Modifying Working Methods’, in Selected Works, vol. 2 (Hanoi: Foreign Languages Publishing House, 1961), 496.

[26]  Tricontinental: Institute for Social Research, Towards a New Development Theory for the Global South.

[27]  Tricontinental: Institute for Social Research, ‘Cabral: A Revolutionary of Double Belonging: The Ninth Pan-Africa Newsletter (2024)’, 27 September 2024, https://thetricontinental.org/pan-africa/newsletterissue-cabral-centenary/.

[28]  Julian Assange, When Google Met Wikileaks (New York: OR Books, 2014) and Franklin Foer, World Without Mind: The Existential Threat of Big Tech (New York: Penguin Press, 2017).

 

 

*Traduzione del dossier n.100 di Tricontinental: Institute for Social Research.

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Come Potere al Popolo traduciamo la newsletter prodotta da Tricontinental: Institute for Social Research perché pensiamo affronti temi spesso dimenticati da media e organizzazioni nostrane e perché offre sempre un punto di vista interessante e inusuale per ciò che si legge solitamente in Italia. Questo non significa che le opinioni espresse rispecchino necessariamente le posizioni di Potere al Popolo. A volte accade, altre volte no. Ma crediamo sia comunque importante offrire un punto di vista che spesso manca nel panorama italiano.