
Care amiche, cari amici,
Saluti dalla redazione di Tricontinental: Institute for Social Research.
Mentre la violenza si diffonde dai Caraibi all’Asia occidentale, la guerra di aggressione degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran sta paralizzando l’economia globale. Le sue conseguenze erano prevedibili: era noto che se gli Stati Uniti e Israele avessero attaccato l’Iran, lo Stretto di Hormuz – attraverso il quale passa un quarto del commercio mondiale di petrolio via mare – sarebbe diventato un punto di strozzatura. Con l’aumento dei prezzi del petrolio, le tensioni geopolitiche si acuiscono. Sembra che si possa fare ben poco per scongiurare la valanga di catastrofi che Washington e Tel Aviv hanno scatenato sul mondo. Già demoralizzati dall’incapacità di fermare il genocidio contro il popolo palestinese, le lavoratrici e i lavoratori di tutto il mondo sono ora spettatori di un’altra guerra che non hanno scelto. Di fronte a questa realtà, è facile lasciarsi travolgere da emozioni che vanno dalla rabbia allo scoraggiamento.

C’è una guerra contro il pianeta – una guerra senza fine.
Queste parole non sono esagerazioni. Durante una conferenza stampa quotidiana delle Nazioni Unite, il capo economista dell’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura, Máximo Torero, ha avvertito: “Non si tratta solo di uno shock energetico. È uno shock sistemico che colpisce i sistemi agroalimentari a livello globale”. La regione del Golfo Persico rappresenta quasi la metà del commercio mondiale di zolfo, utilizzato per produrre l’acido solforico necessario a trasformare la roccia fosfatica in fertilizzante. Le turbolenze in questo mercato hanno già causato un drastico aumento dei prezzi dei fertilizzanti. Ciò ha creato problemi agli agricoltori che hanno già seminato o che intendono farlo nella prossima stagione. Torero ha aggiunto: “Gli agricoltori stanno affrontando un doppio shock dei costi: devono fare i conti con fertilizzanti più costosi e con l’aumento dei prezzi del carburante, che incide sull’intera filiera agricola, compresi l’irrigazione e i trasporti”. Anche se la guerra finisse ora, i prezzi dei generi alimentari rimarranno probabilmente elevati fino al prossimo anno. Considerando il peso del debito e le misure di austerità già imposte a così tanti paesi del Sud globale, altre centinaia di milioni di persone saranno spinte ancora di più in condizioni di povertà e fame.

Nel 2020, al culmine della pandemia e della retorica anti-cinese nel Nord globale, la campagna No Cold War ha pubblicato una dichiarazione intitolata “Una nuova guerra fredda contro la Cina è contro gli interessi dell’umanità”. La dichiarazione di 176 parole, tradotta in venti lingue, invocava la cooperazione piuttosto che il confronto tra i paesi del mondo. È stata sottoscritta da oltre 2.000 persone e da più di 20 organizzazioni e piattaforme per la pace. Negli ultimi cinque anni, il collettivo che gestisce la campagna No Cold War, di cui faccio parte, è cresciuto fino a includere quasi venti membri provenienti da numerose organizzazioni. Oltre alle nostre dichiarazioni, pubblichiamo regolarmente saggi nella nostra serie Perspectives e organizziamo incontri periodici su tematiche legate alla guerra e alla pace. Vi invitiamo a visitare il nostro nuovo sito web, dove potrete trovare l’elenco dei membri del nostro collettivo e scoprire come partecipare al nostro lavoro.
In risposta al crescente pericolo di un conflitto più ampio, No Cold War ha prodotto una dichiarazione su questa guerra senza fine.

Gli Stati Uniti capitalisti hanno imposto guerra su guerra al pianeta per oltre il 90% della loro esistenza dal 1776 – fermandosi solo per pochi anni nel loro periodo iniziale. Quasi tutte queste guerre sono state guerre scelte consapevolmente, spesso svoltesi molto lontano dal territorio continentale degli Stati Uniti (le guerre nelle Filippine e in Vietnam si sono svolte a 13.000 km di distanza). Queste guerre hanno causato la morte di decine di milioni di civili, con l’uso di armamenti orrendi (comprese le bombe nucleari in Giappone e le armi chimiche in Vietnam e in Iraq). Quarantacinque uomini sono stati presidenti degli Stati Uniti. Tutti hanno coinvolto il loro Paese in una guerra all’estero o in una guerra contro le popolazioni dei territori colonizzati, in particolare i nativi americani, gli africani ridotti in schiavitù e gli immigrati. Questa abitudine bellicosa ha sempre ignorato la legge statunitense (in particolare la War Powers Resolution del 1973) e, di fatto, ha permesso ai presidenti degli Stati Uniti di usare il loro enorme potere militare contro il pianeta.
È evidente come questo schema si ripeti anche nell’attuale congiuntura. Nel 2026, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha inasprito o avviato cinque grandi conflitti sul pianeta. Tre di questi sono condotti insieme al governo di Israele, che opera con il governo degli Stati Uniti come in un gemellaggio, con i paesi europei che forniscono supporto diplomatico e armamenti. Ciascuna di queste guerre viola la Carta delle Nazioni Unite, rendendole atti illegali che dovrebbero ricevere condanna al Consiglio di Sicurezza dell’ONU; tutte sono guerre di aggressione, il che significa che la persona che le ha autorizzate è un criminale di guerra.

1. Venezuela. Il 3 gennaio 2026, gli Stati Uniti hanno violato l’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite quando hanno invaso uno Stato membro dell’ONU, rapito il suo presidente in carica e costretto il Paese a sottostare alle richieste del governo degli Stati Uniti.
2. Cuba. Dal 1960, gli Stati Uniti hanno condotto un blocco economico illegale contro Cuba, violando l’articolo 41 della Carta delle Nazioni Unite che consente l’imposizione di sanzioni da parte di terzi solo tramite una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (di cui non ce n’è mai stata una). Questo blocco è stato inasprito il 29 gennaio 2026, quando Trump ha vietato a qualsiasi Paese terzo di fornire petrolio a Cuba, costringendo l’isola caraibica a sopravvivere con circa un terzo del proprio approvvigionamento energetico.
3. Iran. Il 28 febbraio 2026, gli Stati Uniti e Israele, in violazione dell’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite, hanno sferrato una raffica di attacchi contro l’Iran, uccidendo senza pietà civili e distruggendo le infrastrutture in tutto il Paese, oltre ad assassinare la Guida Suprema Ali Khamenei. Questi attacchi arrivano a meno di un anno da quando, nel giugno del 2025, gli Stati Uniti e Israele hanno bombardato gli impianti di energia nucleare iraniani per ben dodici giorni. I recenti bombardamenti hanno provocato una rappresaglia da parte dell’Iran contro le basi militari statunitensi che fungono meno da scudi per i vicini dell’Iran e più da bersagli. La guerra ha portato alla chiusura parziale dello Stretto di Hormuz, causando una grave crisi alimentare e energetica in tutto il mondo.
4. Libano. Approfittando della guerra contro l’Iran, Israele ha bombardato senza pietà il sud del Libano e la sua capitale, Beirut, violando l’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite. Un quinto della popolazione è stato sfollato e migliaia di civili sono stati uccisi e feriti.
5. Palestina. Nell’ambito del genocidio brutale e senza fine contro i palestinesi, nonostante il cessate il fuoco, Israele ha ripetutamente attaccato città a Gaza e ha confiscato terre nella Cisgiordania occupata, oltre ad allontanare i palestinesi dall’area in violazione di diverse risoluzioni dell’ONU sull’occupazione israeliana della Palestina.

Queste cinque guerre sono correlate tra loro, in quanto parte dell’imperialismo guidato dagli Stati Uniti che ha iniziato a plasmare il pianeta (siamo consapevoli dell’esistenza di altre guerre, ad esempio in Myanmar, Sudan e Ucraina, ma quelle saranno oggetto di un’altra dichiarazione). Incapace di portare avanti un programma per recuperare il proprio potere economico in declino e fermare l’ascesa del Sud globale (in particolare della Cina), gli Stati Uniti hanno spostato la propria attenzione sulla forza militare. Ma anche in questo caso, gli Stati Uniti scoprono di poter distruggere infrastrutture e uccidere civili, ma non sembrano in grado di sottomettere politicamente le nazioni. Ognuno di questi paesi tiene testa. Nessuno di loro è disposto ad arrendersi.
La disperazione e la demoralizzazione non devono essere lo stato d’animo dei popoli del mondo. Da Cuba alla Palestina, coloro che vengono bersagliati reagiscono con tutto ciò che hanno a disposizione. Chiedono al mondo di stare al loro fianco e di non scoraggiarsi. Chiedono la condanna dell’imperialismo statunitense e chiedono che non trattiamo mai tale violenza come se fosse la normalità. Queste guerre sembrano non finire mai. Ma finiranno. Lo spirito umano è troppo forte per essere sconfitto dai suoi aguzzini, utilizza ogni mezzo per rifiutare un mondo in cui questa storia di guerra senza fine determini il nostro futuro.

Siamo in un periodo che richiede forza e corraggio. Quella forza viene dalla nostra stessa umanità, ma anche dall’esempio di coloro che hanno lottato prima di noi. Saïda Menebhi (1952–1977), insegnante e membro dell’organizzazione marxista marocchina Ila al-Amam (Avanti), era una di loro. Il 16 gennaio 1976, durante gli Anni di piombo del Marocco (Les années de plomb), quando la monarchia non tollerava assolutamente alcuna parola o azione a sostegno della repubblica, figuriamoci del socialismo, la compagna Saïda fu arrestata. Fu detenuta nel centro di tortura del re Hassan II, Derb Moulay Cherif, dove scrisse questa poesia che ancora oggi mi fa venire i brividi:
Sai, figlio mio
ho scritto una poesia per te
ma non rimproverarmi
perché scrivere è questa lingua
che tu non capisci ancora
non è niente, figlio mio
quando sarai più grande
coglierai questo sogno
che ho sognato in pieno giorno
quando sarà il tuo turno, racconterai la storia di questa donna
prigioniera araba
nel proprio paese
Araba fino ai capelli bianchi
ai suoi occhi verdastri
il sogno, figlio mio
inizia
quando vedo un piccione
gli uccelli che costruiscono i loro nidi
sui tetti delle prigioni
Sogno di inviare un messaggio ai rivoluzionari
della Palestina
per assicurar loro il sostegno per la vittoria
Sogno di avere le ali
proprio come i passeri
per attraversare i cieli
fino all’Eritrea
fino al Dhofar
le braccia cariche di fucili
la testa di poesie
Voglio essere una passeggera
a bordo delle nuvole
con la mia divisa da guerra
a combattere Pinochet
nell’entroterra del Cile
affinché il mio sangue scorra
sul suolo cileno
che Neruda ha lodato
o mio sogno
Africa rossa
senza bambini affamati
Sogno
che la luna
lassù stia per cadere
per spazzare via il nemico
e che la luna mi lasci
in Palestina o nel Sahara
ovunque
io lotti per la vittoria
Per tutte le persone che sono combattenti.
Alla fine del 1977, la compagna Saïda si unì a uno sciopero della fame per protestare contro la politica del re di tenere in isolamento prigionieri politici come Abdellatif Laabi, Abraham Serfaty, Fatima Oukacha, Piera di Maggio, Rabea Ftouh e lei stessa. L’11 dicembre di quell’anno, Saïda fu trasportata d’urgenza all’ospedale Ibn Rushd di Casablanca, dove morì all’età di venticinque anni. Il ricordo del suo coraggio e la poesia che ci ha lasciato ci rafforzano nella lotta contro la guerra senza fine.
Con affetto,
Vijay
*Traduzione della quattordicesima newsletter del 2026 di Tricontinental: Institute for Social Research.
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Come Potere al Popolo traduciamo la newsletter prodotta da Tricontinental: Institute for Social Research perché pensiamo affronti temi spesso dimenticati da media e organizzazioni nostrane e perché offre sempre un punto di vista interessante e inusuale per ciò che si legge solitamente in Italia. Questo non significa che le opinioni espresse rispecchino necessariamente le posizioni di Potere al Popolo. A volte accade, altre volte no. Ma crediamo sia comunque importante offrire un punto di vista che spesso manca nel panorama italiano.