Ricapitolando.

Diverse centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza per celebrare il 25 aprile, a 81 anni dalla Liberazione dal fascismo.

Oggi come allora non si é trattato solo di una questione “ideologica”: le persone che hanno occupato le piazze lo hanno fatto in nome della pace, del rifiuto del genocidio, della fame, della miseria, della precarietà in cui quotidianamente milioni di persone sono sprofondate. In tal senso, la giornata di ieri è stara una vera e propria manifestazione di protesta contro il governo italiano, alleato fedele della coppia criminale Israele – USA, protagonisti assoluti della più pericolosa escalation bellica dal 1945.

Il 25 aprile continua a essere una giornata viva, conflittuale e profondamente politica; in quanto tale, é allergica alla retorica e sanamente intollerante alle provocazioni. Per questa ragione, a Milano, la cacciata della Brigata ebraica insieme alle bandiere di Israele, degli Stati Uniti e dello scià di Persia dal corteo antifascista rappresenta un segnale chiaro: non c’è spazio, nelle piazze della Liberazione, per chi oggi sta compiendo un genocidio.

Ancor più significativo è il fatto che non sia stata considerata un corpo estraneo solo da una sparuta minoranza di manifestanti, ma dalla quasi totalità dei presenti. Per questo i guerrafondai di ogni schieramento, da Calenda a Tajani, si sono innervositi.

Sempre per questo l’estrema destra è agitata, tanto da arrivare ad episodi gravissimi come quello accaduto a Roma, dove il corteo è stato oggetto di un’aggressione fascista e due compagni dell’ANPI sono rimasti feriti da una pistola ad aria compressa.

Per questo Giorgia Meloni ha “ricapitolato”: perché il terreno sta franando sotto i loro piedi. Il governo è ormai un morto che cammina, ma il destino di questa maggioranza non é segnato. La cosiddetta opposizione non esprime, nella sostanza, nessuna discontinuità con le politiche razziste, guerrafondaie e neoliberali seguite da questo governo.

Anche sul piano ideologico le differenze sono a dir poco tiepide, basti pensare alla solidarietà espressa ai provocatori della brigata ebraica da AVS, M5S e PD: siamo di fronte alla conferma di una distanza sempre più netta tra chi riduce l’antifascismo a retorica istituzionale e chi invece lo pratica quotidianamente nelle lotte.

Per questo rivendichiamo con forza che il 25 aprile debba continuare a essere una giornata divisiva. Divisiva tra chi sta dalla parte della Resistenza, della libertà e della giustizia sociale, oggi come 81 anni fa, e chi invece difende privilegi, guerre e oppressioni.

Non esiste un antifascismo neutro o di facciata.

Essere antifascisti oggi significa opporsi senza ambiguità alla guerra e al riarmo, all’aumento delle spese militari, alla NATO, al sionismo e a ogni forma di imperialismo.

Significa stare al fianco della resistenza palestinese e di Cuba socialista, significa difendere i diritti sociali e costruire un’alternativa radicale a un sistema che produce disuguaglianze, sfruttamento e violenza.

Contro il tentativo di pacificazione, per noi il 25 aprile è e deve restare una giornata di mobilitazione, conflitto e costruzione di un futuro diverso.

La Resistenza non è finita: continua oggi, nelle piazze, nei luoghi di lavoro, nelle scuole e nei quartieri, per cambiare tutto!