Con questo testo intendiamo condividere alcune considerazioni maturate nei mesi di attività dello Sportello per il Diritto all’Abitare. Si tratta di riflessioni emerse dalla nostra esperienza diretta: non esaustive, ma relative ad alcuni temi ricorrenti che abbiamo scelto di mettere per iscritto come primo passo per avviare una più ampia condivisione e discussione e non tenerli solo “tra noi”.
Il motivo per il quale abbiamo deciso di aprire uno sportello di questo tipo è evidente a chiunque legga queste righe e a chiunque viva nel mondo ad occhi aperti. L’aumento dei prezzi, la turistificazione, la svendita e il degrado del patrimonio immobiliare pubblico, la finanziarizzazione dell’abitare – che trasforma le case da luoghi in cui vivere ad asset su cui speculare – e il vertiginoso aumento degli sfratti raccontano da soli la profondità dell’attacco al diritto alla casa e la necessità di organizzarsi.
Nonostante molti tra noi seguissero già da tempo le lotte per il diritto all’abitare in città e partecipassero attivamente ai “muri popolari” per evitare gli sfratti, da qualche mese abbiamo deciso di aprire uno sportello nella Casa del Popolo Estella di Torino. La Casa del Popolo Estella è la sede di Potere al Popolo a Torino e da sempre nelle Case del Popolo si fa lo sforzo di coniugare l’attività politica con l’attività sociale e di mutualismo. Nello spazio viene portata avanti la scuola di italiano per migranti, lo sportello per l’autodeterminazione di genere e altre attività attraverso le quali noi cerchiamo di acquisire competenza e conoscenza dei bisogni. Le persone che vengono si trovano coinvolte in un processo che non si limita a fornirgli supporto ma che funzioni da “palestra” di coscienza collettiva sui propri diritti e sulle competenze necessarie per ottenerli e difenderli.
Abbiamo sempre pensato che il mutualismo fosse lo strumento indispensabile per rompere l’isolamento e il senso di impotenza di chi vive sulla propria pelle le contraddizioni sociali. Abbiamo bisogno di scardinare il senso di impotenza, il senso di colpa e restituire collettivamente la possibilità che organizzandosi e lottando insieme si può vincere, si può stare meglio, si possono affrontare i problemi, si può ottenere qualcosa.
Il tema dell’abitare – tra i tanti – è forse quello che più di tutti mette in luce questo meccanismo. Molti si vergognano di dover dormire per strada, altri si vergognano di non riuscire a pagare l’affitto o di essere costretti a vivere in postacci. Ognuno rischia di chiudersi nell’isolamento schiacciato dal problema dei problemi (insieme a quello di essere senza lavoro e spesso accompagnato da questo): quello di restare senza casa.
Probabilmente insieme alla guerra, il tema della casa è uno di quelli più sentiti nel nostro paese. Inoltre, ciò che sta accadendo a Torino – capitale degli sfratti, investita da una trasformazione urbana caratterizzata dall’impoverimento generale, dalla bulimia dei Grandi Eventi e dalla speculazione immobiliare – e, in forme diverse, nel resto del Paese e in molte città del mondo, rende ancora più bruciante l’urgenza di costruire luoghi di resistenza e organizzazione come lo sportello casa.
Quando abbiamo deciso di aprire questo sportello, lo abbiamo fatto partendo da una convinzione evidente a tutt*: la casa è diventata una delle principali emergenze sociali della nostra città. Purtroppo, avevamo ragione e la dimostrazione è arrivata immediatamente. Siamo abituati di solito a far partire le nostre attività sociali con la giusta calma, con una pubblicizzazione molto ragionata, sui social e in città, aspettando il momento e la modalità migliore per diffondere l’apertura di uno sportello o l’inizio di una nuova attività.
Sul tema della casa non abbiamo potuto fare lo stesso, presi dalle varie altre attività e mobilitazioni, abbiamo rimandato per un po’ l’inaugurazione. Poi, per evitare il rischio di rimandare troppo, abbiamo deciso in ogni caso di iniziare ad attaccare qualche decina di locandine, fatte in fretta, meno belle del solito, in bianco e nero, giusto nella zona intorno alla Casa del Popolo. L’idea era che saremmo poi usciti con una campagna più efficace, ma nel frattempo abbiamo inaugurato lo sportello in affanno e in maniera più arraffazzonata del solito. A dimostrazione però di come il dramma della casa sia sentito, nonostante l’uscita pubblica in sordina, la risposta è stata numerosa e immediata. Subito lo sportello è diventata un’attività attraversata da tante e tanti. Purtroppo, l’esigenza è così grande che sono bastate poche locandine e il passaparola per dare il via all’afflusso di gente, ai muri popolari per evitare gli sfratti (quasi sempre con il sostegno di compagn* di altri spazi sociali), a momenti di auto-formazione, iniziative, proteste contro il Comune o l’A.T.C. (l’azienda locale per le case popolari), accompagnamenti agli uffici dei servizi sociali, ecc…
È così si è creato in breve tempo uno spazio di organizzazione, ascolto e lotta collettiva attorno a un bisogno fondamentale: il diritto all’abitare.
Unire: la ricomposizione di classe
Solo che, il problema dell’accesso alla casa, pur essendo un tema centrale per tant*, è una questione che prende forma in maniera molto diversificata. Basti pensare alle differenti esigenze di giovani fuorisede, donne sole con bambini, anziani impoveriti, abitanti delle case popolari, persone sotto sfratto, chi vive in occupazione, persone senza dimora in cerca di una casa. È un tema profondamente trasversale, che attraversa condizioni sociali differenti e viene percepito in modi diversi da chi vede messo in discussione il proprio diritto all’abitare. Questo è evidente a noi che lottiamo e ci impegniamo in questa battaglia, ma lo è anche a chi governa e a chi trae profitto da questa situazione. Per questo crediamo sia fondamentale unire ciò che altri cercano sistematicamente di dividere.
Lo sportello unisce. Le assemblee negli spazi sociali uniscono. I picchetti antisfratto uniscono. Le immagini dei picchetti lo raccontano meglio di qualsiasi discorso: anziani, famiglie migranti, cittadini italiani, studenti, donne sole con figli, lavoratori poveri, persone con disabilità, abitanti delle occupazioni e persone sotto sfratto fianco a fianco.
Dietro queste differenze emerge sempre la stessa condizione materiale: la difficoltà di accedere a una casa dignitosa e di riuscire a mantenerla. Senza averlo progettato a tavolino, lo sportello è diventato uno spaccato sociale che rende visibile ciò che troppo spesso viene nascosto: la casa è un terreno di ricomposizione di classe. Persone raccontate come mondi separati scoprono di condividere gli stessi problemi e di avere gli stessi interessi comuni.
Più di qualsiasi ragionamento, è l’esperienza concreta a produrre questa consapevolezza. Partecipare ad un muro popolare contro uno sfratto o riceverne il sostegno. Vedere che, prima o dopo di te allo sportello, ci sono persone con storie molto diverse ma attraversate dalla stessa precarietà. Scoprire che chi oggi occupa una casa spesso arriva da percorsi di vita non così lontani da quelli di chi non avrebbe mai immaginato di farlo.
È questa esperienza condivisa che permette di ricomporre davvero lungo linee di classe. Ed è da qui che può nascere una sana inimicizia verso chi trae profitto dalla crisi abitativa: istituzioni complici o inerti, palazzinari senza scrupoli, governi di destra o di falsa sinistra e forze dell’ordine ubbidienti nel difendere gli interessi di chi lascia le persone senza casa.
Il conflitto e le istituzioni: la Rambla di via Martorelli
La casa è un terreno di conflitto. La crisi abitativa si abbatte su persone e territori con la forza di una calamità, ma non ha nulla di naturale. È il prodotto di responsabilità politiche, decisioni istituzionali e scelte economiche che trasformano sempre più la casa da diritto a merce, da luogo in cui vivere a strumento di rendita e speculazione.
Gli effetti di questo processo sono ormai così diffusi che spesso le stesse istituzioni, complici della situazione descritta, ne pagano le conseguenze. Non si trovano alloggi per i progetti di accoglienza per gli immigrati, non si trovano gli alloggi per tamponare le situazioni di emergenza abitativa, non si trovano gli alloggi per quasi nulla che non sia speculazione e rendita.
In un contesto simile non bastano interventi di tamponamento ma servono scelte politiche forti. Non per essere massimalisti, ma perché ormai l’attacco al diritto all’abitare è così feroce che non possiamo far altro che cercare immediatamente i modi per organizzarci per non cedere ulteriore terreno alla controparte. E’ necessario invertire la rotta con scelte coraggiose perché le misure di tamponamento del fenomeno vengono travolte dalla voracità dei privati e della rendita immobiliare.
Diversamente, seguire il problema senza questo atteggiamento di rottura, rischia di essere una forma per accompagnare il “morto”, invece che per affrontare il problema, senza rendersi conto così di diventare complice della situazione.
Su questo vogliamo raccontare un’altra storia per essere più chiari. Per spiegare meglio cosa intendiamo, vogliamo raccontare una storia.
Il quartiere Barriera di Milano è oggi al centro di un processo di trasformazione molto chiaro, un vero e proprio attacco concentrico. Strumentalizzando il tema dello spaccio e della sicurezza, gli appetiti della speculazione immobiliare si stanno concentrando sul quartiere. Le case costano ancora relativamente poco, ma i prezzi crescono rapidamente; molti anziani vendono gli appartamenti, perché si trasferiscono o perché muoiono, e interi stabili finiscono sempre più spesso nelle mani di società immobiliari e grandi proprietari.
Un esempio lampante è una palazzina di via Martorelli. Una ditta privata capitanata da due fratelli e un avvocato senza scrupoli la compra e usa tutti i mezzi per mettere per strada la gente. Non rinnova i fine-locazione, estorce denaro inventandosi spese di migliaia e migliaia di euro, invia lettere di sfratto, fa pressioni e minacce verso gli inquilini. Il sito di questa società è ben curato e basta visitarlo per rendersi conto dell’entità del patrimonio immobiliare di cui dispone.
Via Martorelli però non è un posto qualunque. Oggi è via Martorelli, domani dovrebbe diventare la “Rambla”. Infatti, è parte del progetto di “riqualificazione” urbana portato avanti dal Comune di Torino che prevede che corso Palermo e via Martorelli saranno pedonalizzate, colorate, brandizzate e riqualificate. Questo porta e sta già portando all’aumento degli affitti e alla cacciata delle persone con redditi bassi.
Come ha ben descritto Giovanni Semi nel libro È il capitalismo, bellezza, l’estetica viene spesso utilizzata per costruire e legittimare un preciso progetto urbano di matrice distopica. Lo strumento privilegiato è il rendering, che rappresenta corso Palermo e via Martorelli come uno spazio urbano ripulito e selezionato, dove chi “crea problemi” è stato progressivamente sfrattato o espulso. Ne risulta un pezzo di città abitato da persone bianche, in forma, ad alto reddito, elegantemente vestite, immerse nel verde, in un contesto ordinato, privo di conflitti e di povertà.
Il rendering mette così in scena un mondo che non esiste, un’immagine idealizzata in cui le disuguaglianze vengono rimosse e in cui non trova più spazio chi non riesce a sostenere i costi dell’abitare.
Quando si annuncia che una zona sta per diventare La Rambla, al di là delle facili ironie, dovremmo chiederci che futuro immagina la Città per chi abita adesso quelle strade, dove finiranno? Che drammi vivranno? Come faranno ad evitare di finire per strada e ritrovarsi a cercare casa in un mercato immobiliare sempre più ostile a chi cerca casa per abitarla, a chi cerca casa e investe nell’affitto una buona parte del proprio reddito, chi cerca casa insieme ai figli piccoli?
Questa gente dove finisce? Spesso finisce agli sportelli come il nostro. Ma – e la cosa è ancor più assurda, finisce anche ai servizi sociali, all’ATC, all’emergenza abitativa che, non avendo alloggi a disposizione, spesso utilizza proprio gli appartamenti per gli affitti brevi, pagando quelli stessi privati che così, oltre ad essere parte del problema e causa del problema, riescono a fare soldi anche nella gestione della crisi abitativa che loro stessi hanno contribuito a creare. Appiccano il fuoco e poi ti vendono l’acqua. Beh, nella futura Rambla, proprio nella palazzina sotto sfratto a causa degli appetiti, sta avvenendo proprio questo. Mentre le famiglie del primo piano sono sfrattate, il piano terra è affittato per tenere dentro famiglie in emergenza abitativa che hanno perso la casa per le stesse dinamiche si svolgono in contemporanea ai piani più sopra.
Il Comune, invece di interrompere questo circuito, lo alimenta, magari senza nemmeno rendersi conto o preoccuparsi di affittare alloggi per l’emergenza abitativa dagli stessi soggetti che, poco prima o contemporaneamente, stanno contribuendo a lasciare famiglie senza casa.
Nel frattempo, i nuovi proprietari della palazzina vista Rambla fanno i soldi dagli affitti, dai futuri profitti e dall’emergenza di chi è sfrattato.
Gli stessi soggetti che beneficiano della rendita immobiliare e dell’aumento dei prezzi finiscono per beneficiare anche delle misure emergenziali, dei contributi e delle soluzioni temporanee che vengono messe in campo per contenerne gli effetti sociali. È il paradosso di un sistema in cui la rendita privata riesce a guadagnare sia dalla produzione della crisi sia dalla sua gestione.
Conclusione, altre tre cose
Per concludere vogliamo cercare di condividere altri tre messaggi.
L’esperienza dello sportello ci ha ribadito che la casa non è soltanto una questione abitativa. È una questione di reddito, di lavoro, di disabilità, di welfare, di diritti, di classe, di salute, di razza, di genere. Per questo la battaglia per il diritto all’abitare non riguarda una categoria specifica. All’interno di questo quadro, come sempre, il dramma abitativo si abbatte con maggior ferocia su chi già è in difficoltà. Sicuramente gli stranieri, sicuramente le persone con disabilità, ma dall’attività del nostro sportello non possiamo non sottolineare come uno dei soggetti che con più difficoltà affronta il problema sono le donne (più o meno sole) con bambini, peggio se straniere. Per chi porta sulle spalle il carico del lavoro di cura, chi deve trovare alloggi che non siano microscopici per far vivere anche i propri figli, sembra impossibile trovare una casa. Per fortuna sono spesso anche le persone che più di tutte partecipano ai momenti collettivi, che meno sentono la vergogna di avere bisogno di aiuto, che più di altre hanno facilità a empatizzare con chi è nella loro stessa situazione. Non vogliamo avventurarci in generalizzazioni, ma questa determinazione è un elemento che abbiamo notato e che non possiamo non restituire raccontando la nostra esperienza.
Il secondo è un invito a impegnarsi sul tema sui territori. In forma diversa e con tempi diversi, il tema della casa si abbatte su tutti i territori. È necessario costruire sportelli e punti di sostegno e organizzazione e mettersi in rete. Nonostante dopo un po’ di tempo possiamo disporre di tante competenze (che mettiamo anche a disposizione), lo sportello casa non ha bisogno di avvocati o scienziati della casa per cominciare immediatamente ad essere d’aiuto. Spesso l’attività principale è restituire chiarezza sui propri diritti, su a che punto è l’iter di sfratto, su quello che è ancora possibile fare, sul fatto che i messaggi perentori su WhatsApp di un proprietario di casa non equivalgono all’avvio della procedura di sfratto, ecc… È davvero facile acquisire le competenze base per essere utile e far sentire la gente meno sola. Senza promettere miracoli che i miracoli li fa solo la lotta. Il terzo punto è proprio questo. Gli sportelli sono utili e sono l’embrione dell’organizzazione delle vertenze. Ma che nulla può cambiare la situazione se non la capacità di mobilitarsi. Anche le varie proposte di legge e iniziative meritorie, devono conquistarsi il credito e avere le gambe su cui camminare. Anche le proposte migliori rischiano di rimanere esercizi teorici e ottime occasioni di dibattito se a spingerle non c’è la mobilitazione di chi vive il problema sulla propria pelle.