Un’intervista con Carmen Haydeé, candidata al Congresso per il partito di governo LIBRE (Libertad y Refundación), ci offre una visione dettagliata della complessa situazione politica in Honduras, tra elezioni imminenti, accuse di frodi elettorali, una feroce opposizione mediatica e le ambizioni di un progetto di trasformazione sociale ed economica.
Molte sfide contemporanee sono il riflesso della tormentata storia recente dell’Honduras, segnata dal colpo di stato del 2009 che depose il presidente Manuel Zelaya. Questo evento, tuttavia, affonda le sue radici in un passato buio: quello dell’autoritarismo militare fino al 1982, dei decenni degli anni ’80 e ’90, quando il paese visse sotto l’ombra di dittature e “regimi di fatto”. L’Honduras rappresentava una pedina fondamentale per gli interessi statunitensi in Centroamerica, funzionando come una portaerei terrestre nella lotta contro i movimenti di sinistra nella regione, in particolare negli anni ‘70 in quanto parte della strategia politico-militare degli USA contro la Rivoluzione Popolare Sandinista in Nicaragua e il Fronte Farabundo Martì di Liberazione Nazionale (FMLN) ne El Salvador. Questo sostegno permise a governi autoritari di perpetuare gravi violazioni dei diritti umani, mentre l’instabilità politica e l’impunità gettavano le basi per quelle fragilità istituzionali e sociali che oggi il paese tenta di superare.
Il percorso personale in un Paese difficile
Carmen Haydeé proviene da una famiglia di militanti della sinistra clandestina degli anni ’80. Suo padre, Guillermo López, fu rapito dalla Squadra della morte 316 e il suo caso, insieme a quello di altri cinque studenti (il “caso dei sei studenti”), finì davanti alla Commissione Interamericana. Questa eredità familiare di impegno politico fu la sua prima impronta. L’evento che ha risvegliato la sua militanza attiva è stato il colpo di Stato del 2009 contro Zelaya. Da allora, si è organizzata prima in collettivi politici giovanili (l’organizzazione politica Los Rojos) e poi ha fondato iniziative femministe (la Rete delle Giovani Donne Femministe). Dopo la laurea in giurisprudenza, ha ricoperto per un breve periodo la carica di viceministro presso il Ministero dell’Interno, della Giustizia e del Decentramento, per poi rendersi conto che la sua vocazione non era la burocrazia, ma la militanza politica diretta, che ora porta avanti nella corsa al Congresso.
Le elezioni di novembre
Le prossime elezioni generali del 30 novembre 2025 sono descritte come una “battaglia difficile” da Carmen perchè è in ballo la definizioone della mappa del potere politico nel paese. Il partito al governo, LIBRE, aspira a riconfermare la sua vittoria e a eleggere la seconda donna presidente del Paese, Rixi Moncada, dopo l’attuale presidente Xiomara Castro. L’obiettivo principale è quello di ottenere la maggioranza semplice al Congresso Nazionale (128 scanni), considerata fondamentale per dare continuità al progetto politico e superare lo stallo legislativo. Si voterà inoltre per 198 municipalità.
Si prevede un possibile calo dell’affluenza rispetto alle storiche elezioni del 2021, vinte da Castro con un’ampia partecipazione che rappresenta un’eccezione, data la bassa affluenza registrata fino a quel momento, ma si ritiene che il sentimento che ha portato LIBRE al potere sia ancora forte.
Carmen descrive a grandi linee le differenze all’interno di un partito che si è imposto sulla scena politica honduregna dopo 12 anni di governo del Partito Nazionale e il bipartitismo che aveva dominato per decenni con il partito Liberale, ed esprime la sua speranza che l’unità all’interno della coalizione si ricostituisca rapidamente per affrontare il “nemico più grande”, la destra “estremamente aggressiva”.
Le primarie di marzo
Le primarie di marzo 2025 per l’elezione delle candidature alla presidenza, alle amministrazioni locali e al Congresso dei tre principali partiti (Nazionale, Liberale e LIBRE) sono state offuscate da un grave scandalo. Carmen parla di “un’operazione criminale orchestrata dalla destra” in cui le urne elettorali sono state “fatte sparire” e “portate in giro” nelle due città più importanti del Paese (Tegucigalpa e San Pedro Sula). L’obiettivo di questo piano, secondo lei, era quello di screditare il processo elettorale, facendo credere all’opinione pubblica che fossero state le forze del governo a voler gonfiare i risultati. In quel momento, la responsabilità ricadde su un “povero capo dei trasporti”, ma fu anche denunciata la mancanza di trasparenza del CNE (Consiglio Nazionale Elettorale), organo tripartito, e l’assenza di una dichiarazione ufficiale che chiarisse le responsabilità. Nonostante le polemiche, LIBRE ha riconosciuto i risultati e convalidato le elezioni, vista la schiacciante vittoria ottenuta grazie a un programma popolare e innovativo.
Il 29 ottobre, con un’indagine in corso presso il Ministero Pubblico e la divulgazione di alcune registrazioni audio da parte del procuratore generale della Repubblica Johel Zelaya, è stato scoperto il piano di destabilizzazione delle elezioni primarie di marzo, nonché l’esistenza di un piano in corso per annullare le elezioni generali di novembre. Le persone coinvolte in queste registrazioni sono Cossette López, consigliera del Consiglio Nazionale Elettorale per il Partito Nazionale, Tomás Zambrano, leader dello stesso partito, e un militare in servizio attivo di cui non si conosce l’identità. In esse si sente che pianificano l’intervento – attraverso aziende in combutta con questo gruppo – negli appalti logistici e di trasporto del materiale elettorale. D’altra parte, per il giorno delle elezioni parlano della necessità di convincere l’opinione pubblica, attraverso i media e i loro osservatori elettorali, che il candidato vincitore è Salvador Nasralla, il candidato presidenziale del Partito Liberale, che Rixi Moncada supera con un ampio margine nei sondaggi.
Questi fatti dimostrano l’unità del bipartitismo nel piano di destabilizzazione. Bisogna quindi che ci sia forte attenzione anche alle elezioni di novembre poichè già ci sono denunce di tentativi di sabotaggio del processo elettorale.
Programma di LIBRE e azioni della presidente
L’Honduras sta attraversando un processo di trasformazione socioeconomica molto profonda. In un paese in cui i servizi di base sono stati a lungo un privilegio, in quattro anni di governo Xiomara Castro ha ottenuto che più di un milione di persone possano uscire dalla povertà e che oltre 900.000 famiglie honduregne non paghino più per l’energia elettrica. La connettività stradale, la sanità e l’istruzione sono stati settori prioritari per l’attuale governo, che vi ha concentrato oltre la metà degli investimenti pubblici.
Il partito LIBRE punta su un forte asse di giustizia economica, identificata come “democrazia economica”, le cui proposte centrali includono:
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Una riforma fiscale e una nuova legge sulla giustizia tributaria: per correggere gli abusi e le esenzioni fiscali “a perpetuità” concesse storicamente a piccoli gruppi di potere, con l’obiettivo di ridistribuire le risorse verso gli investimenti pubblici.
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Il recupero delle finanze pubbliche: una delle prime misure del governo è stata il ritorno al principio della “cassa unica” statale, eliminando un sistema di privilegi per le banche che gestivano il denaro pubblico attraverso trust opachi. La questione fondamentale che si cerca di trasmettere è che non c’è alcuna guerra contro gli imprenditori in generale, ma contro gli imprenditori corrotti e che non contribuiscono al benessere sociale comune.
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Il governo di Xiomara Castro ha investito molto in opere pubbliche: sono in costruzione otto nuovi ospedali fuori dalla capitale e migliaia di chilometri di strade per collegare le zone rurali (programma “strade produttive).
Nonostante non abbia il sostegno dell’apparato mediatico, grazie alle azioni intraprese dal suo governo, la presidente Xiomara Castro mantiene un livello di gradimento nazionale pari a 56 punti.
I mezzi di comunicazione
Come in tutti i paesi in cui vi è una forte concentrazione di capitale, i grandi gruppi mediatici non sono mai neutrali. Costituiscono il nucleo di un potere mediatico che non è stato costruito per rappresentare gli interessi della maggioranza sociale, della classe lavoratrice o dei progetti di trasformazione della sinistra.
Questo governo, come tutti quelli che osano sfidare l’ordine costituito, deve affrontare un feroce circolo mediatico. Si tratta di una macchina ben oliata i cui ingranaggi – i grandi quotidiani, le televisioni private, i programmi di intrattenimento – lavorano in sincronia per costruire un unico racconto: il racconto del potere, il cui obiettivo non è informare, ma disciplinare.
Ancora più evidente questa operazione poichè il piano mediatico controllato dall’oliogopolio economico e politico è quello di tornare allo status quo antecedente alla vittoria di LIBRE e si esplicita nella strategia propagandistica chiamata Plan Venezuela. Secondo i detrattori del governo LIBRE, è in atto un piano di “venezuelizzazione” di Honduras che si compirà con Rixi Moncada e convertirà il paese in una dittatura socialista. Tutti i grandi media dell’establishment fanno riferimento a questa operazione, martellando la cittadinanza con queste accuse, proprio come era già accaduto in Perù in passato e in altri paesi che avevano la possibilità per forze di sinistra di accedere ai governi di America Latina e dei Caraibi.
Carmen inoltre, racconta che i media privati, abituati a ricevere ingenti fondi pubblici dai governi precedenti in cambio di una copertura favorevole, hanno scatenato un attacco costante quando la presidente Castro ha rifiutato di continuare questa pratica. La strategia di comunicazione del governo si è basata sulla pubblicità a pagamento solo per eventi molto speciali, ma soprattutto sulla visibilità attraverso le opere reali. La presidente ha inaugurato personalmente ponti, strade e scuole, costringendo i media a coprire questi eventi nonostante la linea editoriale ostile.
Si cerca quindi di guadagnare spazio e di informare sui cambiamenti reali che si stanno verificando con questo governo, dove l’unico canale pubblico è seguito da una minoranza minuscola.
Lo sforzo principale si concentra quindi sui social network, con una presenza notevole per poter parlare realmente alla gente comune, per promuovere con tutti i mezzi un’egemonia culturale, elemento costitutivo di un profondo cambiamento nella società.
La dimensione regionale dell’America Latina e degli Stati Uniti
Al di là della questione nazionale, ci è sembrato opportuno collocare il Paese nel contesto regionale e continentale. LIBRE e, di conseguenza, il Governo, con le dovute differenze, si muove in un contesto regionale in cui la presenza di governi progressisti, sebbene non così egemonica come in passato, continua ad essere rilevante.
Un punto di riferimento del progressismo è il Venezuela, la cui amicizia LIBRE definisce “franca e aperta” e che rappresenta un asse storico fondamentale. Durante la resistenza al colpo di Stato del 2009 contro Manuel Zelaya, Caracas è diventata un bastione di sostegno diplomatico e politico. È un legame che simboleggia la resistenza all’egemonia statunitense e l’adesione a un blocco bolivariano in cerca di rinascita.
La Colombia, sotto il governo di Gustavo Petro, e l’Uruguay sono considerati paesi alleati, il che significa un ponte verso un progressismo più istituzionale. Le relazioni con il governo messicano sono descritte come limitate, in linea con la politica estera di Morena, più incentrata sulle questioni interne. LIBRE mantiene solide relazioni con il PT messicano, che ha una tradizione internazionalista.
La regione più vicina, l’America centrale, è considerata in uno stato di “convulsione” e costituisce il fronte più complesso. Le relazioni con El Salvador, Nicaragua e Guatemala sono apertamente distanti, segnate da profonde differenze ideologiche e non poche difficoltà. Con Bukele, la frattura si dà tra un progetto di socialdemocrazia partecipativa e un altro di populismo autoritario di destra basato su politiche securitarie estreme. Con Ortega, la distanza nasce da una lettura critica, nonostante le comuni radici sandiniste. Questo scenario frammentato mette in evidenza una sfida cruciale per LIBRE: la costruzione di un blocco regionale progressista si confronta con una realtà geopolitica in cui i vicini più prossimi rappresentano, nel migliore dei casi, partner difficili e, nel peggiore, avversari politici dichiarati; ciò rende vitale l’asse con il Sud America.
Il rapporto con Washington è descritto come più fluido del previsto. Dopo un inizio conflittuale (con dichiarazioni forti della presidente Castro sulla sovranità e minacce di rivedere la presenza militare statunitense a causa delle espulsioni), la situazione si è evoluta grazie ad abili negoziazioni. Sono stati avviati tavoli di dialogo su migrazione, estradizione (il trattato, inizialmente denunciato, è stato rinegoziato e mantenuto), un possibile finanziamento statunitense per un canale interoceanico e per progetti di sicurezza regionale. Ci viene riferito che l’amministrazione Trump non ha mostrato un interesse particolarmente ostile nei confronti dell’Honduras, a differenza della tradizionale influenza dei democratici attraverso l’USAID, il cui taglio dei fondi ha indebolito l’opposizione interna.
Che fare: forme di politica e femminismo
In uno scacchiere così complicato e con una situazione interna interessante ma instabile, Carmen sostiene che la sfida è quella di costruire una politica diversa, più radicale e di sinistra, coinvolgendo le persone in un nuovo modo di fare le cose.
Resistere al clientelismo non è una semplice questione di stile politico, ma una condizione essenziale per rompere con un modello di Stato predatorio proprio della storia nazionale. Per decenni l’Honduras è stato il prototipo della “Repubblica delle banane”, dove poche aziende straniere, tra cui spiccava la United Fruit Company, non solo controllavano l’economia attraverso le vaste piantagioni del nord, ma disegnavano anche l’architettura stessa del potere politico. Questo modello si è perpetuato nel tempo, trasformandosi: le espropriazioni delle terre comunali per far posto ai latifondi agricoli sono state il primo atto violento di una lunga catena di saccheggi che ha visto una ristretta oligarchia, in simbiosi con il capitale statunitense, appropriarsi sistematicamente del territorio, delle concessioni pubbliche e delle risorse nazionali. Questo blocco di potere ha trasformato la “politica sistemica” in un meccanismo di distribuzione di favori, in cui le stesse famiglie e gli stessi gruppi, elezione dopo elezione, si sono alternati al potere per garantire la riproduzione dei propri privilegi, intrecciando progressivamente legami anche con le economie illegali della criminalità organizzata.
La sfida di LIBRE è quella di non cedere alla riproduzione di quelle stesse dinamiche di conoscenza e favoritismo come unico modo di fare campagna elettorale e di governare. Questo significa costruire un consenso che non si basi sulla distribuzione di piccoli benefici in cambio di lealtà, ma sulla coerenza di un progetto politico, sulla forza di un discorso che parli degli interessi della maggioranza e su una vicinanza autentica, non strumentale, alle comunità. È una scommessa rischiosa: dimostrare che il potere può essere esercitato per servire, non per arricchirsi; che lo Stato può essere restituito ai cittadini, invece di essere utilizzato come bottino da distribuire tra le élite economiche di ieri e di oggi. Solo rompendo questo circolo vizioso sarà finalmente possibile sfuggire all’eredità del dominio straniero.
Un nuovo modo di fare politica significa promuovere la formazione politica a tutti i livelli e combattere la mancanza di speranza perpetuata da troppi anni di violenza e sottomissione. Ciò include anche un approccio diverso all’interno del partito attraverso iniziative sulla memoria storica, il femminismo e i beni comuni.
È in questo scenario che spicca la figura della candidata Rixi Moncada, il cui approccio e la cui scommessa centrale è la democratizzazione dell’economia. In altre parole, che i gruppi economici, che rappresentano l’1% della popolazione ma concentrano l’80% della ricchezza, paghino le tasse e vengano eliminati i loro privilegi fiscali. Ciò consentirà di ampliare le opportunità di accesso al denaro ai dieci milioni di honduregni che muovono l’economia del Paese.
La nostra conversazione si è concentrata inoltre sul femminismo e si è fatto riferimento alla figura così importante per il Paese, e non solo per esso, di Berta Cáceres e sua figlia come esempi di femminismo comunitario e di sinistra, di protezione dell’ambiente e di sfida alle inquietanti trame dei grandi interessi economici (le aziende che promuovono megaprogetti estrattivi ed energetici), dei funzionari corrotti e della violenza e della criminalità organizzata. Berta, rappresentante del movimento ecologista COPINH (Consiglio Civico delle Organizzazioni Popolari e Indigene dell’Honduras), è stata assassinata proprio per essersi opposta a un megaprogetto di costruzione di una diga.
Questo approccio popolare e radicale lotta per sopravvivere in un contesto estremamente macista, in cui la religione cattolica ha forte radicamento e la corrente evangelica sta avanzando. Un contesto frammentato in cui lo stesso movimento femminista è disunito, in parte anche a causa dell’immensa presenza della cooperazione internazionale di carattere liberale e, quindi, non del tutto in grado di articolarsi in un movimento unitario e propositivo. Ciononostante, durante il governo della Castro, l’aborto è stato depenalizzato in casi specifici (prima non c’era nessuna circostanza in cui fosse possibile) e si è creato il primo Ministero delle donne e promozione delle politiche di genere.
La sfida del 30 novembre è dunque cruciale: l’entusiasmo popolare chiede a gran voce una continuità delle politiche pubbliche, accesso all’energia e ampliamento dei diritti con una maggioranza congressuale per LIBRE e il consolidamento di Xiomara Castro con la candidata Rixi Moncada che potrebbe segnare questa era con un primato di due presidentesse progressiste di seguito. L’Honduras rappresenta quindi un laboratorio politico da osservare con speranza e vigilanza, nel vortice delle convulsioni che scuote l’intero continente latinoamericano in questo momento storico.