Care amiche, cari amici,
Saluti dalla redazione di Tricontinental: Institute for Social Research.
Alcune catastrofi scompaiono perché finiscono. Altre scompaiono perché si protraggono così a lungo che il mondo si abitua ad esse. Smettono di interrompere i palinsesti televisivi e i reel di Instagram, così come non occupano più le prime pagine dei giornali. I mercati finanziari tornano ai loro consueti calcoli, la macchina quotidiana della vita politica ed economica riprende il suo ritmo abituale e ai diplomatici viene chiesto di mettere da parte i loro dossier su quell’argomento ormai logoro ma doloroso. Eppure, la catastrofe rimane intatta: il genocidio del popolo palestinese a Gaza perpetrato da Stati Uniti e Israele non è scomparso a causa di una nuova pace, ma perché si protrae da così tanto tempo da non fare più notizia.
C’è stato un tempo in cui ogni esplosione a Gaza compariva sul mio telefono: immagini orribili di bambini estratti dalle macerie, operatori sanitari che cercavano di soccorrere i pazienti mentre l’ospedale stesso veniva bombardato, e famiglie che urlavano di dolore mentre le bombe israeliane spazzavano via intere stirpi palestinesi. Gli attacchi di Israele continuano mentre le famiglie fuggono da un rifugio temporaneo all’altro e i bambini setacciano il cemento frantumato alla ricerca di frammenti delle vite che un tempo conoscevano. Ma l’attenzione del mondo si è spostata altrove, poiché il genocidio è diventato routine. Siamo diventati comodamente insensibili.

La portata della morte e della distruzione è impossibile da comprendere. Il Ministero della Salute palestinese riferisce che, dall’ottobre 2023, la violenza israeliana ha ucciso almeno 73.221 palestinesi (metà dei quali sono donne e bambini) e ne ha feriti altri 173.654. A febbraio 2026, almeno 21.289 bambini erano stati uccisi e 44.500 feriti a Gaza. Anche dopo l’entrata in vigore del cosiddetto cessate il fuoco l’11 ottobre 2025, la violenza israeliana ha ucciso 1.100 palestinesi, tra cui almeno 260 bambini, e ne ha feriti altri 3.546. Ciò significa che, in media, da allora gli israeliani hanno ucciso quattro palestinesi ogni singolo giorno.
Ci sono momenti nella storia in cui le parole perdono il loro significato. Non perché i dizionari vengano riscritti, né perché il linguaggio stesso cambi, ma perché il potere politico svuota le parole della realtà che un tempo descrivevano. L’espressione «cessate il fuoco» ha acquisito sempre più questa connotazione desolante quando viene utilizzata dai funzionari israeliani e statunitensi. Ciò che un tempo era inteso come la sospensione della violenza, il silenzio delle armi e la creazione di uno spazio politico per la pace è diventato qualcosa di completamente diverso: un termine gestionale per indicare la continuazione dei bombardamenti, degli sfollamenti, dell’assedio e del controllo militare in nome della pace.
Le statistiche tentano di quantificare l’orrenda distruzione, ma i numeri non possono cogliere l’assenza. Dietro ogni numero si nasconde una famiglia con una storia spezzata e un bambino che ricorderà per sempre una casa che non esiste più o, in molti casi, un intero lignaggio familiare cancellato. Queste cifre sono già di per sé sufficientemente terrificanti, come emerge dai rapporti dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA), per la quale è ormai urgente effettuare una donazione. Ogni rapporto delle Nazioni Unite assomiglia sempre meno a un bollettino di emergenza e sempre più a un archivio di catastrofi permanenti.

Che senso ha l’indignazione quando sembra non comportare alcun costo politico per la totale violazione del diritto internazionale da parte di Israele? Al di là delle rovine di Gaza, la mappa della Palestina continua a essere ridisegnata nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est. Non passa giorno senza notizie di confische di terreni e di espansione delle colonie, di demolizione di abitazioni palestinesi e di violenti attacchi da parte dei coloni, nonché della costante frammentazione del territorio palestinese. Ir Amim (Città dei Popoli), un’organizzazione di difesa dei diritti civili e legali con sede a Gerusalemme, riferisce che le autorità urbanistiche israeliane hanno votato per distruggere 800 case nel quartiere palestinese di Umm Lison, a Gerusalemme Est occupata, e costruire 450 abitazioni per coloni illegali – nell’ambito di una più ampia politica di espulsione e annessione. Mentre Gaza viene devastata da una forza militare schiacciante, Gerusalemme Est e la Cisgiordania vengono trasformate attraverso l’annessione burocratica, pretesti legalistici, insediamenti permanenti e la brutalità inflitta alla popolazione palestinese mediante la detenzione amministrativa e la demolizione delle abitazioni. Questi attacchi al Territorio palestinese occupato sono espressioni di uno stesso progetto: il genocidio del popolo palestinese e l’appropriazione della sua terra in nome della costruzione del cosiddetto «Grande Israele».
Mentre gruppi come Ir Amim continuano a documentare meticolosamente l’espansione degli insediamenti e l’espropriazione, il decadimento morale nella società israeliana si è diffuso con nuova intensità. Nel 2014, l’editorialista di Haaretz Carolina Landsmann ha scritto con chiarezza che il dominio militare israeliano sui palestinesi non è un meccanismo nascosto gestito solo dall’esercito, ma «il progetto più grande e visibile, con una partecipazione più ampia rispetto a qualsiasi altra iniziativa in Israele». In altre parole, l’occupazione è sostenuta non solo dalla presenza militare, ma anche dalle istituzioni, dalle risorse, dalle abitudini e dalla partecipazione quotidiana della stessa società israeliana.
Più di un decennio dopo, Landsmann è tornata sulla questione della trasformazione interna della società israeliana, sostenendo in un articolo del 10 luglio 2026 che il linguaggio dell’identità «israeliana» è stato sempre più soppiantato dall’identità «sionista» – e quindi dall’identità sionista-militare. Sebbene l’identità israeliana sia stata legata al sionismo sin dalla sua nascita, questo cambiamento è significativo perché indica che anche la limitata possibilità di un’identità civica – non interamente incentrata sull’occupazione, la militarizzazione e la supremazia ebraica – è stata ulteriormente messa in secondo piano.
Le conseguenze psicologiche di questo ordine sociale sono visibili all’interno della società israeliana. Come ha dimostrato un recente rapporto del Centro israeliano per le dipendenze e la salute mentale, un israeliano su quattro è ricorso a droghe pesanti per far fronte allo stress psicosociale prodotto da questa società sionista-militare e dal suo genocidio contro i palestinesi. Tali dati non dovrebbero mai essere utilizzati per creare una falsa equivalenza tra l’occupante e l’occupato, né dovrebbero distogliere l’attenzione dall’incomparabile devastazione inflitta ai palestinesi. Tuttavia, rivelano qualcosa di importante: una società organizzata attorno a una militarizzazione permanente non può rimanere immune dalla violenza che essa stessa infligge. Paura, traumi, dipendenza, ferite morali e isolamento sono ormai intrecciati al tessuto della vita quotidiana in Israele.

I miei amici palestinesi a Gaza, nel frattempo, mi raccontano di essere già sopravvissuti ai bombardamenti in passato e di essere certi di riuscire a ricostruire le loro case. Ciò che è più difficile da ricostruire, dicono, è la fiducia del popolo palestinese nella propria vita politica collettiva e la speranza che questa conduca a un futuro migliore. L’istruzione interrotta, le malattie non curate, i ripetuti sfollamenti, la fame dilagante e la perdita delle reti familiari lasciano cicatrici che vanno ben oltre i muri di cemento. Lo stesso vale per la violenza psicologica inflitta ai bambini di Gaza, quasi tutti i quali, secondo le stime dell’UNICEF, avranno bisogno di sostegno psicologico e psicosociale per i decenni a venire.
Gli edifici possono essere ricostruiti, ma la popolazione di Gaza ha bisogno della ricostruzione non solo dei luoghi, ma del tempo storico stesso: il tempo necessario per imparare, guarire, elaborare il lutto, organizzarsi e immaginare un futuro. Per recuperare quel futuro, dovrà anche ricostruire la fiducia collettiva nella politica e gli strumenti politici attraverso i quali la speranza collettiva diventa potere collettivo.
Nel tentativo di precludere il futuro del popolo palestinese, Israele attacca anche il suo passato. Il feroce assalto a Gaza, insieme alla continua campagna di sfollamento a Gerusalemme Est e in Cisgiordania, è accompagnato dalla distruzione sistematica della memoria. La violenza israeliana prende di mira con precisione chirurgica archivi, cimiteri, fotografie di famiglia, gallerie, biblioteche, registri comunali, musei, punti di riferimento dei quartieri e teatri. La violenza contro queste istituzioni cerca di cancellare le fondamenta materiali attraverso cui un popolo conserva la memoria di sé, permettendo al negazionismo storico di imporsi come verità. Ci sono i morti e ci sono i feriti, ma c’è anche la terribile violenza inflitta alla coscienza palestinese.

Forse questo è uno dei motivi per cui il dibattito internazionale su Gaza si è affievolito. Non perché la violenza sia in alcun modo diminuita, ma perché le sue implicazioni sono troppo terribili perché il mondo possa affrontarle onestamente. Affrontare questa violenza significherebbe fare i conti con il crollo assoluto di un ordine morale che ancora pretende di parlare il linguaggio dei diritti umani. Significherebbe porre domande scomode sulla vendita e il trasferimento di armi, sulla protezione diplomatica, sulla censura dei media, sulle alleanze militari e sul diverso valore attribuito alle vite umane. È per questo disagio che alcuni nomi scompaiono prima ancora che la terra si sia posata sulle loro tombe, mentre altri rimangono impressi nella memoria pubblica, e la distruzione viene dimenticata prima ancora che possa turbare le conversazioni durante una cena, sovrastate dal rumore delle posate che affondano nei tagli migliori di carne.
Scrittori e artisti non possono sgomberare le macerie con l’efficienza di squadre di soccorso addestrate né guidare la ricostruzione di ospedali e scuole. Ma possiamo rifiutare il silenzio e insistere sul fatto che la storia non si misura solo in base ai trattati e alle campagne militari, ma anche alle ninne nanne interrotte, alle poesie rimaste incompiute e alle voci che continuano a cantare tra le rovine. Fin dalla sua nascita, un decennio fa, Tricontinental: Institute for Social Research ha affermato con grande chiarezza che la violenza sistematica inflitta al popolo palestinese e l’amnesia che la circonda sono inaccettabili e che non permetteremo mai che l’oblio diventi la norma.

Guardare il nuovo video musicale dei nostri amici Roger Waters e dell’acclamata cantautrice palestinese Mona Miari ci ricorda questo rifiuto. La loro canzone «Comfortably Numb Re-imagined» non pretende che la musica possa superare la catastrofe, ma si pone un obiettivo più umile: impedire che la sofferenza di Gaza diventi ordinaria. In un mondo che viene addestrato a distogliere lo sguardo, la loro canzone ci chiede di continuare a guardare e di insistere sul ricordare come base della lotta per un mondo migliore. Ogni formazione imperialista cerca di imporre non solo l’obbedienza, ma anche l’oblio. “Comfortably Numb Re-imagined”, i cui proventi vanno al Palestine Children’s Relief Fund, offre la fragile ma indispensabile perseveranza della solidarietà umana e il rifiuto di lasciare che le storie delle vittime scompaiano dalla nostra immaginazione morale.
Al centro della canzone c’è “Hind’s Lullaby”, un brano scritto da Mona Miari in onore di Hind Rajab, una bambina palestinese di sei anni uccisa a Gaza mentre implorava i soccorritori di raggiungerla. La ninna nanna trasforma quel ricordo insopportabile in una promessa di liberazione:
Sento la voce di un angelo
Che chiama il mio nome
Noi restiamo liberi
Noi restiamo liberi
Anche se esiliati dalla terra al cielo
La Palestina deve essere libera
Con affetto,
Vijay
*Traduzione della trentunesima newsletter del 2026 di Tricontinental: Institute for Social Research.
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Come Potere al Popolo traduciamo la newsletter prodotta da Tricontinental: Institute for Social Research perché pensiamo affronti temi spesso dimenticati da media e organizzazioni nostrane e perché offre sempre un punto di vista interessante e inusuale per ciò che si legge solitamente in Italia. Questo non significa che le opinioni espresse rispecchino necessariamente le posizioni di Potere al Popolo. A volte accade, altre volte no. Ma crediamo sia comunque importante offrire un punto di vista che spesso manca nel panorama italiano.