Care amiche, cari amici,
Saluti dalla redazione di Tricontinental: Institute for Social Research.
Ci sono momenti nella storia in cui un sistema appare talmente completo da rendere difficile immaginarne la fine. Quando la Britannia “dominava i mari”, in gran parte del mondo si riteneva che la sterlina non fosse semplicemente una valuta, ma la lingua naturale del commercio stesso. Dalla metà del XX secolo, gli Stati Uniti hanno parlato del dollaro americano più o meno negli stessi termini. Scrivendo nel 1980, nel pieno della crisi dell’ordine post-Bretton Woods, l’economista argentino Raúl Prebisch osservava che «negli Stati Uniti regnava l’illusione del dollaro onnipotente». A quel punto, tuttavia, non si trattava più soltanto di un’illusione statunitense. Il dollaro era ormai diventato la principale valuta di riserva mondiale e la valuta dominante del commercio internazionale. Ora quell’illusione ha cominciato, lentamente e in modo disomogeneo, a sgretolarsi.
Il nostro ultimo dossier, The Architecture of Power: The Dollar, Financialisation, and the Struggle for Sovereignty, mostra come il dollaro non sia semplicemente denaro, ma un’istituzione del potere imperialista. Il sistema del dollaro organizza il commercio, determina l’accesso al credito, disciplina i governi, finanzia la guerra e riproduce una gerarchia tra il Nord globale e il Sud globale. Il dibattito sul dollaro, dunque, non riguarda la preferenza per una valuta piuttosto che per un’altra – il dollaro invece del renminbi (RMB) o dell’euro – ma di stabilire se l’umanità sia in grado di costruire un ordine monetario internazionale che sia al servizio dello sviluppo anziché del dominio.

Negli ultimi anni la tentazione è stata quella di rispondere a questa domanda con troppa fretta. Ogni accordo bilaterale concluso in RMB anziché in dollari, ogni annuncio da parte dei BRICS+ sul commercio in valuta locale, ogni aumento degli acquisti di oro da parte delle banche centrali è stato accolto con dichiarazioni secondo cui la de-dollarizzazione fosse ormai una realtà. I titoli dei giornali sono allettanti, ma la realtà è notevolmente più complessa. Uno dei grandi punti di forza del nostro dossier è proprio il rifiuto di confondere il desiderio politico con la realtà economica.
Allo stesso tempo, qualcosa di profondo è cambiato. Gli Stati Uniti hanno progressivamente trasformato il dollaro da strumento di scambio a strumento di coercizione. Le sanzioni finanziarie, il congelamento delle riserve sovrane, l’esclusione dai sistemi di pagamento e l’uso della finanza internazionale come arma hanno dimostrato ai governi del Sud globale che la dipendenza dal dollaro comporta rischi politici sempre maggiori. Quando circa la metà delle riserve valutarie della Russia è stata congelata, molti ministeri delle finanze in tutto il mondo si sono posti in silenzio una domanda che in precedenza era sembrata quasi inimmaginabile: se questo può accadere alla Russia, perché non potrebbe accadere anche a noi? Il dollaro, un tempo presentato come politicamente neutrale, ha rivelato così di essere profondamente intrecciato agli obiettivi strategici degli Stati Uniti.

Il dollaro continua a dominare l’economia mondiale non perché gli Stati Uniti producano la maggior parte dei beni del pianeta – non è così – né perché rappresentino la maggior parte del commercio mondiale – non è così neanche in questo caso. Piuttosto, il dollaro domina l’economia mondiale perché il sistema finanziario internazionale è costruito attorno ad esso e perché i mercati che si sono sviluppati nel corso di generazioni producono immensi effetti di rete. Le valute di riserva non possono essere ridotte a semplici mezzi di scambio. Sono anche riserve di valore, unità di conto, meccanismi di regolamento e le fondamenta su cui si costruiscono vasti mercati finanziari. I governi detengono dollari perché altri governi usano i dollari, e le banche concedono prestiti in dollari perché i debitori si aspettano di rimborsarli in dollari. Come dimostra accuratamente il dossier, il dollaro continua a rappresentare la quota maggiore nella determinazione dei prezzi delle materie prime, nelle transazioni in valuta estera, nelle riserve ufficiali e nella finanza commerciale, anche se il peso economico relativo degli Stati Uniti è costantemente diminuito. È proprio questa contraddizione – tra il declino del peso produttivo degli Stati Uniti e la centralità persistente del dollaro – a conferire urgenza al dibattito sulla de-dollarizzazione.
Sebbene gran parte del dinamismo industriale del XXI secolo si concentri ormai in Asia piuttosto che nel Nord Atlantico, la finanza rimane organizzata attorno a Wall Street. Produzione e finanza operano in aree geografiche diverse, e questa divergenza non può risolversi automaticamente. L’apertura di un deposito d’oro a Hong Kong, ad esempio, dimostra la rapida espansione delle infrastrutture di stoccaggio e di commercio dei lingotti in Asia, ma tali sviluppi non creano di per sé un nuovo ordine monetario. La Gran Bretagna rimase il centro finanziario mondiale anche molto tempo dopo l’erosione della sua supremazia industriale, e così anche gli Stati Uniti continuano a godere di un «privilegio esorbitante» attraverso l’uso globale del dollaro nonostante la loro quota nella produzione manifatturiera sia crollata. La questione decisiva non è se il sistema del dollaro sia in declino (lo è), ma cosa potrebbe realisticamente sostituirlo.

Tuttavia, la transizione oltre il dollaro dipenderà non solo dai cambiamenti economici, ma anche dall’innovazione e dalla costruzione di nuove istituzioni. Nel suo recente articolo Geopolitics and International Money – A Path to a New Reserve Currency, l’ex direttore esecutivo del Fondo Monetario Internazionale ed ex vicepresidente della Nuova Banca di Sviluppo Paulo Nogueira Batista, Jr. pone la domanda: quale architettura istituzionale sarebbe necessaria per costruire un’alternativa al sistema del dollaro? Nogueira Batista sostiene che il renminbi non sostituirà semplicemente il dollaro, cosa che non sarebbe né probabile né auspicabile. Il governo cinese ha scarso interesse in una mossa del genere perché richiederebbe una liberalizzazione molto maggiore del conto capitale, consentendo al capitale di muoversi più liberamente dentro e fuori dalla Cina. Ciò potrebbe esporre il Paese a flussi finanziari destabilizzanti, far salire il valore del renminbi, rendere più costose le esportazioni cinesi e indebolire proprio quei vantaggi produttivi che hanno reso possibile lo sviluppo della Cina. L’economista cinese Yu Yongding ha avanzato importanti proposte per espandere l’uso internazionale del renminbi, anche nel contesto dei dibattiti del BRICS+ sulla de-dollarizzazione, ma nemmeno queste proposte suggeriscono di sostituire l’egemonia monetaria statunitense con quella cinese.
Nel corso dell’ultimo decennio, i sistemi di regolamento valutario bilaterali e multilaterali si sono rapidamente espansi. Tra questi figurano il Financial Messaging System (SPFS) russo, sviluppato nel 2014; il Cross-Border Interbank Payment System (CIPS) cinese, lanciato nel 2015; i meccanismi di regolamento in valuta locale, come l’accordo tra Indonesia, Malesia e Thailandia stipulato nel 2018; gli accordi tra banche centrali che consentono ai paesi di accedere alle reciproche valute in caso di necessità; e i conti specializzati, come i conti K della Gazprombank, che permettono a determinati pagamenti transfrontalieri di aggirare i canali basati sul dollaro. Sebbene questi strumenti non abbiano ancora sostituito il sistema del dollaro, fanno parte dell’infrastruttura da cui potrebbe emergere un nuovo ordine finanziario.
Nogueira Batista presenta un piano più ambizioso per la graduale costruzione di una nuova riserva valutaria, creata collettivamente da una coalizione di paesi del Sud globale, sostenuta da una nuova istituzione internazionale e progettata esclusivamente per i regolamenti internazionali e le riserve valutarie piuttosto che per la circolazione interna. Una valuta di questo tipo non abolirebbe le valute nazionali, ma funzionerebbe come uno strumento di riserva comune in grado di ridurre la dipendenza dal dollaro. Come sostiene il nostro dossier, l’importanza delle alternative istituzionali al dollaro non risiede nella sostituzione immediata di un sistema monetario con un altro, ma nella costruzione di infrastrutture durature in grado di promuovere l’emancipazione dell’umanità.

Tuttavia, le istituzioni da sole non possono esaurire la questione più profonda. L’indebolimento dell’ordine incentrato sul dollaro solleva un problema più ampio della progettazione di una nuova valuta di riserva o di un’architettura dei pagamenti diversa. Il nodo centrale non è soltanto monetario, ma riguarda lo sviluppo. Le istituzioni emerse dopo la Seconda guerra mondiale hanno organizzato la finanza globale intorno alla protezione della ricchezza piuttosto che alla trasformazione della produzione, premiando la speculazione e limitando al contempo l’industrializzazione in gran parte del mondo un tempo colonizzato. Un nuovo ordine monetario deve quindi essere valutato non solo in base alla stabilità dei tassi di cambio, ma anche alla sua capacità di finanziare la trasformazione strutturale, l’ammodernamento tecnologico, la sovranità alimentare, la transizione ecologica e l’occupazione dignitosa. I controlli sui capitali, le banche di sviluppo, i sistemi di pagamento e le riserve valutarie dovrebbero servire ad ampliare le capacità produttive piuttosto che ad accumulare crediti finanziari. In questo senso, il successore del regime del dollaro non può limitarsi a sostituire una valuta internazionale con un’altra. Deve integrare la finanza in un’architettura di sviluppo più ampia, affinché la cooperazione monetaria diventi uno strumento di prosperità condivisa, sviluppo sovrano e riduzione delle disuguaglianze globali.

Il denaro occupa una posizione centrale nel nostro mondo perché gran parte della vita è stata mercificata e assoggettata alla disciplina del mercato capitalista. L’acqua viene imbottigliata e l’aria è climatizzata, mentre la nostalgia per il baratto rimane ai margini di ogni negoziazione. Il dollaro incombe su di noi e, dietro di esso, si erge il vasto arsenale militare degli Stati Uniti e la volontà politica di usare quella forza per difendere la propria moneta. Quando Washington Irving scrisse del «dollaro onnipotente» in The Creole Village (1837), quell’espressione era prematura. Oggi ci appare quasi naturale. La ricchezza dei paesi del Sud globale, ricchi di risorse, esce sotto forma di dollari e ritorna sotto forma di debito, mentre le città irreali del denaro, come Londra e New York, risplendono della ricchezza sociale del mondo.
Eppure, come mostra il nostro dossier, qua e là si avvertono dei sussulti. Non vogliamo esagerare la portata della de-dollarizzazione: vogliamo mostrare come il regime del dollaro continui a operare oggi, in che modo si sia indebolito e perché rimanga strutturalmente intatto.
Con affetto,
Vijay
*Traduzione della trentesima newsletter del 2026 di Tricontinental: Institute for Social Research.
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Come Potere al Popolo traduciamo la newsletter prodotta da Tricontinental: Institute for Social Research perché pensiamo affronti temi spesso dimenticati da media e organizzazioni nostrane e perché offre sempre un punto di vista interessante e inusuale per ciò che si legge solitamente in Italia. Questo non significa che le opinioni espresse rispecchino necessariamente le posizioni di Potere al Popolo. A volte accade, altre volte no. Ma crediamo sia comunque importante offrire un punto di vista che spesso manca nel panorama italiano.