Un settembre a tinte fosche, a Bologna e nel Paese, ma la scintilla della riposta popolare è viva.
Dopo la mobilitazione nazionale di Potere al Popolo! del 3 Ottobre, Sfiduciamo il Governo: 30 Ottobre sciopero internazionale dei Porti!

Pochi giorni prima del convegno sulla repressione che abbiamo organizzato il 6 settembre, imponenti operazioni di Polizia hanno battuto i parchi in cui si sviluppano attività sociali e ricreative nella zona Nord della città, tra cui il Parco della Zucca in cui si svolge il festival Isola Verde organizzato dal Circolo Granma, ovviamente con risultati miseri rispetto agli obiettivi di trovare illecito di varia natura. Sempre in quartiere Bolognina, nei giorni immediatamente successivi si è svolta la provocazione di alcuni influencer di destra che si aggirano per i quartieri delle città facendo sciacallaggio sulle persone in estrema difficoltà e provocando. Nelle strade della Bolognina hanno provato a farlo davanti a presidi di socialità e cultura popolare nel quartiere, ma sono stati rapidamente respinti dagli antifascisti della zona e scortati via dalla celere. A completare l’operazione, è arrivata in Bolognina la presenza di Galeazzo Bignami, esponente della peggiore storia dell’MSI e vero capo di Fratelli d’Italia in città, con una presenza al mercato Albani che ha incontrato una forte contestazione.
Sul panorama nazionale si sono aggiunte le aggressioni sioniste che sempre più trovano legittimità nella politica del governo e degli apparati mediatici: non a caso il format che abbiamo visto in Bolognina si ripresenterà allo stesso modo in zona Universitaria, evocando lo straccio della bandiera palestinese come avvenuto in un consiglio di municipio a Roma – dove dei compagni di Osa e Cambiare Rotta sono stati aggrediti pochi giorni dopo dai sionisti.
Alle provocazioni ha risposto una mobilitazione popolare e partecipata della Bolognina per più giorni consecutivi, con una larga partecipazione capace di ribadire la difesa degli spazi e dei presidi di socialità e cultura popolare del quartiere.
Questa rapida sequenza di eventi, ci confermano quanto abbiamo inquadrato proprio nel convegno del 6 settembre, e la necessità di proseguire sulla linea programmatica lì individuata. Le operazioni poliziesche e quelle politiche si muovono sugli stessi binari: individuare i quartieri popolari come problemi in sé, non fare nulla sui problemi sociali, martellare sui capri espiatori. La destra del governo Meloni sta conducendo un’operazione bieca su Bologna, esasperando ogni problema e le false soluzioni poliziesche, con la giunta Lepore che alterna balbettii a passerelle insieme a Piantedosi. Il quadro complessivo che ne emerge, dentro una cornice nazionale nella quale ai recenti Decreti sicurezza si aggiunge la mannaia calata sulla partecipazione elettorale dagli ultimi aggiornamenti della Legge che ora attende di essere vagliata definitivamente alla Camera, ci restituisce tutta la durezza dei tempi che si stanno preparando all’orizzonte e la necessità di saper rispondere con un atteggiamento politico e organizzativo all’altezza della complessa sfida.
Il lascito del Convegno del 6 settembre: combattere il governo di guerra e repressione, aprire spazi di conflitto nelle città cogestite dalla logica securitaria
Dopo l’estate, il 6 settembre, si è tenuto a Bologna un convengo contro la Repressione organizzato da Potere al Popolo che ha messo al tavolo avvocati, intellettuali, professori universitari, attivisti e associazioni per stabilire una linea di azione comune rispetto ad una situazione che, dai diversi interventi, è apparsa molto chiara. Un momento importante di riflessione e orientamento dopo i fatti drammatici di questo luglio con la morte violenta di Fakir al Pilastro durante un intervento di Polizia: una condizione non eccezionale confermata anche dagli avvenimenti a ridosso del convegno e degli ultimi giorni nel quartiere della Bolognina. Prima le intimidazioni e la violenza delle retate durante il festival indipendente dell’isola Verda al Parco della Zucca; poi le provocazioni dei fascisti e degli influencer solo qualche giorno fa. Siamo di fronte ad una deriva autoritaria che sul piano nazionale sta facendo di tutto per impedire alle fasce popolari di questo paese di alzare la testa, pretendere un’alternativa alla direzione attuale del paese e organizzarsi come successo nell’autunno 2025, e in maniera preventiva verso altre possibili mobilitazioni. Una deriva che si intreccia con il contesto di guerra che stiamo vivendo, dove il nostro paese ormai è attivamente belligerante, come detto anche dall’avvocatura dello stato rispetto al Porto di Ravenna.
In questa giornata abbiamo anche rievocato il convegno internazionale del 1977 contro la repressione, animato dalle organizzazioni rivoluzionarie di quegli anni: non per fare un uso stantio della memoria, ma per riprendere quei fili della lotta di classe che ci parlano della reazione violenta degli apparati statali di fronte a una rottura tra lo stato e settori popolari della società, cosa che in forme diverse ai piani alti vogliono evitare in tutti i modi si possa riproporre oggi.
L’incontro ha visto la partecipazione di oltre 150 persone, che hanno mantenuto una partecipazione attenta e continuata durante lo svolgimento degli oltre 25 interventi articolati nelle due sessioni previste. Nella sessione mattutina, i numerosi interventi hanno dato vita ad un importante dibattito, con contributi che hanno spaziato dall’ambito penale a quello di più stretta analisi politica, intrecciando la repressione con tutte le contraddizioni vissute dalla nostra società in Occidente e nel paese. Tante proposte anche programmatiche sono emerse in questo senso, indicando un punto di partenza molto chiaro: se della repressione non bisogna fare una battaglia difensiva, si deve tener ben presente la sua dinamica strutturale e quindi il dato che la deriva reazionaria e bellicista cui stiamo di fronte porta forti responsabilità da parte del centro-sinistra. Fra le proposte, sono emersi i temi della battaglia per l’amnistia dei reati politici e sociali, dell’abolizione dei decreti sicurezza, dell’abolizione dello scudo penale e della necessità di ripensare il concetto stesso di sicurezza dentro un orizzonte che sappia tenere insieme le questioni sociali e politiche che toccano direttamente le fasce popolari, le questioni ambientali e di pace.
Nella seconda sessione, invece, si è entrati nel vivo del dibattito su come la repressione venga declinata nell’ambito delle città metropolitane, oggi luogo centrale del conflitto di classe, come dimostrano i numerosi comitati e le numerose vertenze nate negli ultimi anni. Oltre ad una disamina sulle situazioni di conflitto che attraversano le nostre città, sono state indicate le responsabilità politiche delle amministrazioni a guida Campo Largo che, servendosi proprio degli strumenti repressivi messi in campo dai fascisti al governo di Giorgia Meloni, hanno utilizzato la repressione per chiudere gli spazi di partecipazione e democrazia. In questo ragionamento, le giunte comunali sono diventate dei “comitati d’affari”, portatori di quegli interessi della rendita e della speculazione che stanno mettendo a valore aree sempre più ampie delle nostre città in una vera e propria lotta di classe dall’alto, speculando sui nostri quartieri ed espellendo chi li vive sia nei termini di spingere le persone fuori dalle città sia nei termini di esclusione politica.
In questo panorama, le lotte per la casa, per i diritti sociali di lavoratori e lavoratrici, immigrati e immigrate, giovani e donne, assumono un ruolo centrale: in particolare, gli sfratti, i grandi investimenti in nuove speculazioni edilizie, le privatizzazioni dell’edilizia pubblica stanno trasformando ormai in una vera e propria emergenza il diritto alla casa. E proprio la repressione viene utilizzata per prima nell’esecuzione degli sfratti, sempre più con l’uso della forza pubblica, e nella criminalizzazione dei sindacati conflittuali e dei movimenti per la casa nel paese.
In questo quadro desolante di una società che diventa sempre più una caserma, la battaglia per una diversa idea di sicurezza, da più interventi definita come sicurezza sociale, diventa una lotta di rilievo sia sul piano ideologico, per togliere ossigeno alla becera propaganda per la guerra fra poveri, come le campagne sulla remigrazione, sia sul piano delle priorità delle fasce popolari: salari degni, edilizia popolare, tutela per i diritti delle donne nei nostri quartieri, più sanità nei nostri territori, cura dei rapporti tra le persone, solidarietà contrapposta alla competizione.
Il gioco elettorale non solo è truccato, ma oggi vogliono impedirci anche la possibilità di iscriversi alla gara: la mobilitazione non si arresta
In questo contesto, nelle scorse settimane, il governo ha dato un rapido colpo di coda anche alla legge elettorale, chiudendo di fatto la possibilità a qualsiasi lista alternativa di potersi presentare alle elezioni politiche nazionali (le cui prossime, a scadenza naturale di legislatura, dovrebbero tenersi entro l’autunno 2027): infatti, se già 80 mila firme rappresentavano uno scoglio non da poco per partecipare alle elezioni nazionali, con la soglia alzata a 450 mila il compito risulterebbe sostanzialmente impossibile. Proprio questo colpo di mano vuole blindare la situazione politica, confinandola allo sterile bipolarismo che abbiamo visto negli ultimi vent’anni, ma molto attuale per tenere il timone in questa situazione di tempesta: un paese sempre più coinvolto nella guerra, tanto che un caccia viene distrutto dagli Houti mentre si trova in una missione mai discussa dal Parlamento in Arabia Saudita, i prezzi di benzina e alimenti continuano a salire mentre il governo e i partiti in parlamento su questo tacciono. Insomma, fra i venti reazionari e violenti che soffiano sui nostri quartieri popolari, una guerra fra poveri sempre più accentuata dentro un quadro delle condizioni di vita delle classi popolari sempre peggiore, la pentola rischia di esplodere da un momento all’altro e le nostre classi dominanti non vogliono permetterlo in nessun modo, non possono permettersi che una mobilitazione come quella che ha attraversato il paese nell’autunno dell’anno scorso cresca ancora di più in un movimento più stabile e più cosciente.
Emerge quindi un quadro complesso: bisogna far sì che la risposta alla repressione non sia solo difensiva, ma sia legata anche alle battaglie del lavoro, alle battaglie di carattere sociale e ambientale che attraversano le nostre città. È importante essere guidati da un quadro di coerenza nelle lotte che si portano avanti: durante il convegno nazionale, diversi interventi hanno sottolineato come l’indipendenza e l’autonomia tanto dalla destra retriva quanto dalla sinistra del campo largo debbano essere delle caratteristiche ineludibili delle mobilitazioni e delle alleanze fra i diversi settori sociali che si dovranno costruire in questo autunno. Non si può portare avanti una politica di compatibilità con il campo largo a livello nazionale, con quelle forze che attivamente si impegnano per le politiche del riarmo e della riconversione bellica, per fare poi giochi opportunistici sui nostri territori.
Dal dibattito di questo 6 settembre è emerso con forza che, dalla lotta che le nostre città, e tutto il paese, hanno visto negli ultimi anni in solidarietà con il popolo palestinese e la sua Resistenza, per la libertà dei prigionieri politici palestinesi, fino alle tante vertenze di carattere sociale ed ambientale che hanno riempito le pagine di cronaca, proprio queste condizioni necessitano oggi della costruzione di un’alternativa: per non affrontare la repressione come battaglia di retroguardia, oggi bisogna lanciare il cuore oltre l’ostacolo e costruire una forza indipendente ed autonoma che sappia offrire un orizzonte diverso per questa società. Solo in questa cornice è possibile dar forza alle battaglie nei nostri territori, nei quartieri popolari che attraversiamo ogni giorno, nel tentativo di costruire un modello di città radicalmente alternativo.
Abbiamo intenzione di raccogliere questa sfida insieme a tutti quei soggetti, dalle altre forze politiche alle associazioni, dai sindacati conflittuali fino ai comitati nei nostri territori: lo faremo già da questo ottobre, con la mobilitazione nazionale per la costruzione di un campo politico autonomo e indipendente, lo faremo sul territorio di Bologna con una campagna per un’istruttoria pubblica sulle grandi trasformazioni urbanistiche che rompa la contrapposizione tra diritti sociali e diritti ambientali.
Ci prepariamo a un autunno di lotta, per costruire un campo autonomo e indipendente, con lo sguardo rivolto anche alle elezioni cittadine della prossima primavera
Anche le elezioni, nonostante il profondo restringimento degli spazi democratici attuato con la riforma, rimangono un terreno che secondo noi dev’essere praticato: infatti, i capoluoghi delle principali città metropolitane del paese, insieme ad alcuni altri centri, porteranno a votare più di cinque milioni di persone; questo permette uno spazio di generalizzazione di diversi terreni di lotta fra cui proprio quelli che, a partire dal convegno e dalle lotte territoriali che stiamo sostenendo e che si stanno sviluppando, abbiamo fin qui elencato. Questo appuntamento non sarà però da affrontare in termini elettoralistici, ma come sfida politica per dare corpo e gambe al conflitto di classe nei nostri territori, nei quartieri popolari, provando ad ascoltare le esigenze e i bisogni emersi dalle tante vertenze che si sono susseguite in questi anni. Pensiamo che proprio uno dei compiti di cui farsi carico sia quello di portare queste voci anche nella campagna elettorale, con tutte quelle forze che condivideranno l’esigenza di costruzione di un campo autonomo e indipendente secondo quei punti fermi che, a partire dall’assemblea nazionale promossa da PaP lo scorso 14 giugno, abbiamo scritto nero su bianco: opposizione ferrea alla guerra e ai piani di riarmo, alla NATO e all’Unione Europea che ci stanno portando alla guerra, una nuova politica salariale e di tutela del lavoro, alternativi ai sindacati e ai corpi intermedi complici delle logiche che ci hanno portato alla situazione attuale, capaci di immaginare un orizzonte socialista sapendo articolare una battaglia culturale, l’indipendenza politica ed economica da tutte le forze complici della situazione attuale (e che nell’arena parlamentare siano afferenti al centro destra o al centro sinistra – campo largo).
Con questo sguardo stiamo seguendo e sostenendo le proteste popolari in Francia, partite dallo sciopero dei lavoratori e delle lavoratrici del servizio pubblico insieme agli studenti e alle studentesse delle scuole presenti nei quartieri popolari: un esempio da seguire e che già nel paese, con le prime occupazioni delle scuole che si stanno mobilitando a Roma e Torino, sta indicando la strada da seguire.
Con questo spirito continueremo a mobilitarci nelle prossime settimane, come abbiamo dimostrato nella grande mobilitazione del 3 ottobre contro l’ulteriore restrizione degli spazi di agibilità democratica che il governo sta operando attraverso la riforma della legge elettorale: da qui nasce la campagna nazionale per sfiduciare il governo Meloni, contro le sue politiche di guerra e di inasprimento del carovita.
Rilanciamo e appoggiamo la mobilitazione internazionale dei porti che USB sta costruendo a livello europeo per il 30 ottobre, e che vedrà tante città del paese e dell’Europa mobilitarsi: oltre all’opposizione a questo governo, è importante sostenere attivamente i lavoratori e le lavoratrici, a partire da segmenti decisivi del trasporto merci come quelli dei porti, che in prima persona bloccano il traffico di armi, la militarizzazione dei commerci e la produzione bellica. La loro battaglia deve potersi intrecciare con gli interessi materiali anche degli abitanti delle nostre città, sempre più schiacciati da un aumento del costo della vita che non sembra volersi arrestare: sarà anche nostro compito saper individuare le possibili linee di lavoro in questa prospettiva.
Come lo scorso autunno, dobbiamo saperci porre nella giusta attitudine, potenzialmente pronti a bloccare tutto di nuovo, con l’obiettivo di creare un campo politico e sociale autonomo e indipendente che possa far nascere un’Italia migliore, un’alternativa in questo paese.