Chiariamo da subito una cosa: un’organizzazione di sinistra che si ritenga tale non può evitare di parlare di ‘sicurezza’.

Sebbene questo sia ad oggi uno dei temi di propaganda più cari alla destra e la ‘sicurezza’ abbia nel discorso dominante raggiunto una accezione puramente ‘securitaria’ – ovvero tutta basata sulla repressione poliziesca delle “devianze sociali” – ciò non deve impedirci di parlare di sicurezza, ma da una prospettiva diversa, tarata sui nostri bisogni reali (lavoro, casa, sanità, istruzione ad esempio).

Questa torsione securitaria non nasce oggi né è esclusivamente appannaggio della destra, ma è il risultato di un processo lungo e bipartisan che ha progressivamente spostato il terreno del conflitto sociale verso la gestione penale della marginalità.

Negli anni questo approccio si è consolidato attraverso il ricorso sistematico a misure emergenziali, decreti-legge e nuovi pacchetti sicurezza, utilizzati per comprimere diritti e libertà in nome dell’ordine pubblico e per costruire, di volta in volta, un nemico interno da colpire: i poveri, i migranti, chi dissente.

Con l’attuale governo questa impostazione diventa ancora più esplicita e rivendicata, ma affonda le sue radici anche nelle scelte delle stagioni politiche precedenti

A ben vedere, il cosiddetto “campo largo”, l’opposizione farlocca di centro-sinistra (PD-M5S-AVS) non omette di parlare di sicurezza, ma lo fa anch’esso da una prospettiva completamente securitaria, sintomo che la propaganda di destra ha davvero egemonizzato il dibattito politico.

E così sembrerebbe che la scelta sia tra più sbirri e militari detto da destra e più sbirri e militari detto da sinistra, ma in ogni caso vale l’equazione: più sbirri e militari = più sicurezza.

Sostenere questa falsa scelta è ideologico, oltre che inefficace, e quindi pericoloso per noi e per la nostra classe… altro che sicurezza!

Facciamo un esempio pratico traendo spunto dalle nostre lotte quotidiane in città: parliamo di Porta Capuana.

La vecchia porta della città era nota alle cronache più recenti per atti di efferata violenza, ai danni di donne, ma anche di uomini, sia italiani che migranti. Nel giro di poco tempo, nello stesso quartiere si sono verificati: un stupro (e non è il primo), l’accoltellamento e l’uccisione di Baba, un nostro compagno del Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli e lo sgombero di decine di famiglie da una palazzina pericolante nel quartiere. Porta Capuana si trova a ridosso della Stazione Centrale di Napoli, attorno alla quale si sviluppa un quartiere popolare, caotico e disservito delle più essenziali esigenze per una vita sicura.

La risposta dell’amministrazione comunale a guida Manfredi (PD), sostenuto da M5S e AVS in Consiglio Comunale?

Sono accorsi sul posto in favor di telecamera per applicare la solita ricetta prima esposta: più sbirri e militari = più sicurezza. Come se delle volanti in più potessero da sole garantire tutta la sicurezza sociale di cui abbiamo bisogno. Questo approccio si intreccia con una narrazione che costruisce insicurezza attorno alla figura dello straniero, trasformandolo nel bersaglio privilegiato di politiche di esclusione e internamento, come dimostra anche l’introduzione di nuovi centri di permanenza per il rimpatrio.

Non è un caso: i CPR rappresentano uno degli strumenti più estremi di questa logica, prevedendo la detenzione amministrativa di persone che non hanno commesso reati ma sono prive di un titolo di soggiorno, e normalizzando la reclusione come risposta alla marginalità sociale e alle migrazioni.

A questa narrazione semplicistica abbiamo risposto in diversi modi:

il primo è stato denunciare che le violenze vengono soprattutto subite dai cittadini stranieri come è evidente dalle continue aggressioni che ricevono (le uniche in aumento statisticamente, dati alla mano del Ministero degli Interni, al di là di ogni percezione alterata). Cerchiamo e cercheremo ancora verità e giustizia per il nostro compagno Baba, ucciso da una coltellata a Porta Capuana, per i braccianti uccisi ad Amendolara, per Ibrahim Manneh, anche lui come Baba, un compagno del Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli morto qui per malasanità e razzismo, per Patrizio Spasiano, ucciso sul lavoro a 19 anni per un tirocinio da 500€ al mese: se permettiamo che queste persone vengano considerate “sacrificabili” allora nessuno di noi è più al sicuro. Non è mai stato italiani contro stranieri, ma oppressi contro sfruttatori: è evidente che se vogliamo proteggerci davvero, non possiamo fare altro che lottare uniti contro un nemico comune – chi ci sfrutta – che rende le nostre vite meno sicure, fino anche ad arrivare ad ucciderci.

La seconda risposta pratica che abbiamo messo in campo insieme al M.M.R.N. è stata sostenere le famiglie sgomberate dalle palazzine pericolanti nei pressi Porta Capuana, trovare per loro una nuova collocazione abitativa, fare pressione sui servizi sociali del Comune e rilanciare una lotta generalizzata per il diritto all’abitare. Abbiamo avanzato delle proposte pratiche, in grado di migliorare concretamente la vita delle persone (italiane o cittadine straniere che siano): un fondo di garanzia per la morosità che interviene in caso di difficoltà a pagare l’affitto e l’assegnazione delle case sfitte già in disponibilità del patrimonio del comune. Scenderemo in piazza anche per questo il 20 Giugno, oltre che per dire NO ai CPR, al razzismo ed alla guerra, in una manifestazione trasversale che partirà proprio dal quartiere di Porta Capuana. Vogliamo dimostrare che la sicurezza non è solo un fatto di controllo poliziesco, ma una questione ben più ampia, che riguarda i nostri interessi ed i nostri bisogni materiali.

È da qui che bisogna partire quando si parla davvero di sicurezza.

La nostra è un’idea di sicurezza sociale che comprende tutti gli aspetti della nostra vita in comunità: sicurezza di avere un tetto sulla testa, di accedere a cure e prevenzione in maniera rapida e gratuita, trasporti pubblici gratuiti attivi h24 e sicuri più di guidare ogni giorno un mezzo di trasporto privato. E’la sicurezza dell’ambiente in cui viviamo, la sicurezza di un’alimentazione adeguata, la sicurezza di arrivare a fine mese, di poter progettare la propria vita senza paura, di tornare a casa vivi dopo il lavoro. E’ una sicurezza che allarga la nostra sfera sociale, rende la nostra vita più sicura perché ci garantisce autonomia ed emancipazione, ci rende più forti ed in grado di rivendicare in maniera sempre più incisiva i nostri diritti.

Le nostre proposte di salario minimo adeguato al costo della vita e l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro, i controlli di polizia municipale per contrastare il lavoro nero, non sono solo misure economiche: sono politiche di sicurezza sociale, perché intervengono direttamente sulle condizioni materiali che rendono le nostre vite più o meno sicure. Garantire un salario adeguato significa sottrarre le persone al ricatto quotidiano, restituire libertà di scelta e rendere possibile la costruzione di un progetto di vita. Introdurre il reato di omicidio sul lavoro significa affermare che la vita non è sacrificabile e che lo sfruttamento non può più restare impunito. Contrastare il lavoro nero vuol dire intervenire su una delle principali fonti di precarietà ed esposizione al rischio, sottraendo migliaia di persone a condizioni di sfruttamento che rendono le loro vite strutturalmente più vulnerabili.

Viene da sorridere oltre che da incazzarsi a vedere che i benpensanti di centrosinistra e i cattivoni di destra siano così ingenui da credere che basti qualche volante di pattuglia in più per ottenere tutto questo… o a ben vedere in realtà non vogliono che otteniamo tutto questo, perché perderebbero quote di potere che passerebbero nelle nostre mani, nelle mani del popolo.

Quest’aria da emergenza permanente, di minaccia alla sicurezza imminente – sia interna, incarnata nel migrante di sbarco, sia esterna con la retorica bellica del riarmo europeo – tende ad essere il terreno fertile ottimale per restringere le nostre libertà e la nostra sicurezza sociale piuttosto che ampliarla. L’emergenza permanente serve a giustificare il continuo ricorso illegittimo a decreti-legge, bonus temporanei, politiche miopi ed immediate, perché si sa… nell’emergenza noi hai tempo per discutere, guardare al di là della contingenza immediata. Così vengono fuori politiche semplicistiche come risposte a problemi ben più complessi, la cui risoluzione richiede evidentemente pianificazione e politiche di lunga durata. In fondo che razza di emergenza è un’emergenza costante, che non finisce mai? E’ un’emergenza finta, è il sistematico, l’ordinario spacciato per eccezionale e noi non ci crediamo!

“Dividi et impera” insegnavano gli antichi: il discorso securitario ci divide e ci mette gli uni contro gli altri, alimenta sospetto e diffidenza verso i soggetti sociali emarginati e divide la classe in uomini, donne, migranti, italiani etc… Coloro che alimentano questo discorso sono sempre gli stessi che ci ammazzano a centinaia sui posti di lavoro, quando ci curiamo, quando ci costringono ad usare quotidianamente pericolosi mezzi di trasporto privato, quando ci rinchiudono in un CPR, quindi perché dovremmo fidarci di loro e accontentarci di pattuglie, inasprimenti delle pene detentive e politiche carcerarie di mussoliniana memoria? E’ evidente che non vogliamo cedere a questo enorme inganno e che dobbiamo mostrare questa contraddizione ad ogni strato della società che incontriamo nella lotta.

Lasciare indietro qualcuno sulla base della sua identità o separare le lotte su questa base equivale a renderci più deboli, disorganizzati e meno incisivi. Lasciare qualcuno indietro vuol dire perdere un pezzo della nostra classe e con esso anche parte della nostra capacità di lottare. Non possiamo assolutamente permettercelo se vogliamo davvero trasformare l’esistente. Abbiamo bisogno di creare ‘alleanze ribelli’ – per citare un bellissimo libro edito e tradotto da Progetto Me-Ti – in grado di mettere in seria difficoltà le classi dominanti. Se non possono dividerci, allora devono temerci e noi possiamo ottenere ciò che ci spetta; è semplice a dirsi, ma farlo non è impossibile, dobbiamo esserne consapevoli. E’ impossibile tralasciare la componente migrante in queste ‘alleanze ribelli’ per puro opportunismo politico o per inseguire un consenso che finisce solo per confermare l’egemonia della destra, come sta facendo ormai da anni un certo centrosinistra capitanato dal PD (ricordiamoci i decreti Minniti, il memorandum di intesa Italia-Libia ed i decreti sicurezza di Salvini appoggiati dal M5S che al tempo parlava di “taxi del mare”…).

La sicurezza è tale se riguarda tutti e tutta la sfera della vita sociale delle persone. Creare sacche di insicurezza sociale, povertà e segregazione razziale genera invece solo altra insicurezza.

Un’ultima cosa: smettiamola di abbandonare i campi di battaglia dove la destra vince o sta provando a fare egemonia; potrebbe volerci molto più tempo a rimettere le nostre esigenze al centro della politica. Lottare vuol dire anche perdere qualche battaglia, talvolta fallire o sbagliare, ma non è più difficile affrontare la battaglia quotidiana di una vita senza garanzie di sicurezza sociale? “Spiezz e catene!” (semicit.) diceva in tedesco qualcuno che sapeva che non abbiamo null’altro da perdere se non le catene che ci opprimono. Farlo davvero è il nostro compito storico e noi almeno ci stiamo provando: lo dimostrano la lotta quotidiana al fianco dei lavoratori, il mutualismo, le case del popolo, le assemblee di quartiere ed i comitati di lotta, dove talvolta vincere è davvero possibile.

Vogliamo casa, lavoro, salute, trasporti, istruzione per tutti e tutte: in una parola, sicurezza sociale.

Cambiamo tutto.