I fatti agghiaccianti di oggi mostrano che a Napoli si spara ancora; solo tante le belle parole sulla sicurezza, ma sembra non esserci reale intenzione di agire concretamente sui problemi, forse sicuri del fatto che tanto i proiettili, da Montesanto e dai quartieri popolari, non arrivano fino ai piani alti di palazzo.

189 Armi da fuoco, 515 armi bianche, 44kg di esplosivo, 3 granate da guerra e 2 bombe a mano, questo è il bilancio delle armi sequestrate solo nella provincia di Napoli dai Carabinieri nel 2025. Mediamente, a Napoli, vengono sequestrate circa 4 armi al giorno, e un dato ancor più raccapricciante, è che spesso il possesso di armi avviene da parte di minorenni, e notizie di ragazzi e ragazze che perdono la vita per ferite da armi accidentali, agguati di camorra e litigi insensati, cadono quasi regolarmente sotto i nostri occhi.

Il quadro che emerge dalle indagini conferma un mercato delle armi parallelo e in continua evoluzione, come dimostrato anche da recenti sequestri di cosiddette “armi fantasma”, cioè pistole prive di matricola e quindi non tracciabili. Uno dei canali storici e di primaria importanza è il traffico oltre confine, come dimostra una delle ultime operazioni che ha smantellato una rete di importazione di armi dall’Austria, allargata anche ai Balcani, per rifornire i clan del napoletano, un “triangolo” affaristico, in cui la droga veniva scambiata con armi provenienti dall’Europa dell’Est.

Questa è solo una delle tante dimostrazioni di come non si possa relegare il problema a un mero e casuale aumento generalizzato della violenza, dando la colpa a babygang autorganizzate che nascono dal nulla, alla cultura del crimine, all’ignoranza e all’assenza di regole. A vario titolo, in un modo o nell’altro, la longa manus delle criminalità organizzate si cela quasi sempre dietro questi episodi, direttamente o indirettamente, rappresentando ancora l’ambiente in cui gli aspiranti carnefici crescono e trovano terreno fertile.

Insomma, le camorre esistono ancora, anzi, sembrano piuttosto in salute. È questo il grande rimosso della politica degli ultimi anni: derubricare tutto a problematiche di decoro urbano e responsabilità individuale, per evitare di affrontare il vero nodo, ovvero il crimine organizzato.

Sono passati quasi dieci anni da quando l’attuale approccio alla sicurezza urbana, a partire dal decreto Minniti, si è concentrato unicamente sulla brutale repressione da strada, sulla moltiplicazione delle pattuglie, sulla proliferazione di telecamere, metal detector, zone rosse e ordinanze restrittive. I risultati sono stati pressoché nulli; l’ondata repressiva si è scagliata unicamente contro chi, a detta loro, non si dimostrava rispettoso del decoro urbano: spesso gli ultimi, gli abbandonati, i clochard, i migranti in condizioni di degrado socio-economico. Insomma, quei soggetti più fragili della società verso cui avremmo dovuto tendere tempestivamente la mano della prevenzione e non quella del bastone. Così, tra un mostro sbattuto in prima pagina e l’altro, mentre le destre ci ingannavano alimentando razzismo e xenofobia, le camorre, a vari livelli della loro organizzazione, continuavano a proliferare in strada e nei palazzi.

Lo sappiamo bene: disagio economico e degrado sociale sono spesso contesti estremamente favorevoli nei quali le organizzazioni crescono, si moltiplicano, i giovanissimi si avvicinano ai clan e la cieca barbarie avanza senza freno. L’amministrazione comunale non ha la benché minima volontà di affrontare questa situazione, e ne è riprova lo stato in cui versano i nostri quartieri periferici e non, come dimostra la mancanza di un piano strategico per la sicurezza a Napoli Est, nonostante ne fosse stata annunciata la stesura dopo l’omicidio di Fabio Ascione a Ponticelli.

La politica brancola nel buio e il massimo che riesce a fare è chiedere fintamente scusa e mandare più polizia, ma gli interventi sono reattivi e non parte di una visione organica e di lungo periodo. La criminalità è frammentata, in continua evoluzione e capace di rigenerarsi rapidamente; i clan riescono a mantenere il controllo del territorio e a esercitare pressioni sui cittadini anche dopo gli interventi. Questo dimostra che il radicamento sociale ed economico della camorra è profondo e richiede un’azione sulla base strutturale della nostra società.

A tutto questo fa eco una narrazione tossica della città da record turistici e grandi eventi: secondo l’amministrazione i picchi di visitatori, le attrazioni turistiche e le varie “America’s Cup o simili” rappresenterebbero la strada del riscatto e del progresso. Nulla di più falso. Ne abbiamo la riprova nella cronaca nera locale: criminalità e violenza convivono benissimo con grandi eventi e turisti, anzi, spesso, dagli appalti agli esercizi commerciali, ne traggono anche lauti profitti.

Il fatto che si spari a Montesanto, al Cavone, nei Quartieri, alla Sanità, insomma in pieno centro storico, dimostra in maniera ancor più lampante quanto detto sopra. L’economia della rendita, dei B&B, della svendita del patrimonio pubblico ai privati e del “centro-vetrina”, altro non fa che disgregare ulteriormente quei rapporti sociali, quella dimensione cittadina e di quartiere in cui, se garantiti i diritti e i servizi essenziali, possono svilupparsi quella solidarietà e quella consapevolezza che sarebbero il vero antidoto alla barbarie.

Dobbiamo per questo rivendicare a gran voce la ripresa della lotta alla criminalità organizzata, a tutti i livelli: dalla strada ai palazzi, dalle fabbrichette agli appalti. E no, non dobbiamo farlo, come sostiene qualcuno, affinché i turisti possano continuare a visitare Napoli indisturbati, né per migliorare l’immagine di Napoli agli occhi del mondo. Dobbiamo farlo per noi stessi, per quella Napoli popolare, fatta di lavoratori e lavoratrici, studenti e giovanissimi, che deve poter avere diritto a una vita dignitosa.

Per questo motivo non basta semplicemente nascondere la polvere sotto il tappeto, piazzando telecamere o aumentando le pattuglie, ma serve un intervento strutturale che sappia intrecciare una vera lotta alla criminalità organizzata all’istruzione garantita e capillare, alla lotta al lavoro nero e sfruttato, alla garanzia dei servizi essenziali e alla tutela del diritto alla casa e alla salute: è questa la vera trasformazione che possiamo compiere.