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Agricoltura e allevamento

CONTRIBUTO SU AGRICOLTURA E ALLEVAMENTO PER “POTERE AL POPOLO!”

LA TERRA AL SERVIZIO DELL’UMANITÀ, L’UMANITÀ AL SERVIZIO DELLA TERRA

 


CHI SIAMO

Siamo tutti responsabili della terra come risorsa vitale ed ecosistemica non rinnovabile; come produttori, come consumatori, come cittadini. Siamo operai agricoli, piccoli coltivatori, allevatori, apicoltori, pastori e pescatori, disoccupati che cercano riscatto nella terra, appassionati di agricoltura, consumatori critici, laureati e professionisti del settore, attenti alla tutela dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente.

 

DOVE CI STANNO PORTANDO

Oggi non è facile parlare di agricoltura al servizio delle persone e della terra visto che spesso non la cura, ma la consuma e ne fa steppa, ne erode la fertilità. Limita quella delle piante e la loro diversità, per dare spazio a monocolture di una o poche varietà; sempre più sterili, sempre più redditizie per chi le commercia e sempre più costose per tutti. È disattenta alla salute di chi lavora, dei prodotti e di chi li consuma. È indifferente allo sfruttamento delle persone e delle risorse ambientali. Non importa se il cibo attualmente prodotto è sufficiente per sfamare tutta la popolazione del pianeta, non importa l’aumento della disuguaglianza tra le classi sociali e tra Paesi diversi nell’accesso al cibo. Questa “impresa” non produce per saziare la fame, ma per vendere e guadagnare ad ogni costo. Questa agricoltura deve essere progressivamente abbandonata.

 

Il territorio rurale è sempre più spesso spettatore di sversamenti illegali e gestioni criminali, da Sud a Nord, a causa delle basse rendite di mercato dei prodotti agricoli e al conseguente abbandono dei terreni e all’impoverimento del paesaggio. Si inseguono nuove coltivazioni con la speranza che siano più redditizie per tirare a campare, ma si fatica sempre a vedere una risposta d’insieme. I terreni si impoveriscono, le acque si inquinano, si deve lavorare troppe ore per portare a casa il pane. Il cambiamento climatico prolunga i periodi di siccità e intensifica le piogge rendendo fragili i versanti, dilavando i terreni, stressando le colture.

Mentre si racconta che bisogna lavorare sulla “qualità”, la politica nazionale è organizzata in funzione dei colossi della trasformazione agro-industriale e della grande distribuzione che comandano tutta la filiera. Le operazioni finanziarie ormai spadroneggiano sul prezzo dei prodotti agricoli e sul mercato delle sementi a danno dei piccoli produttori, dei lavoratori e dei consumatori. Il farsi avanti dell’Unione Europea ha peggiorato questo stato di cose, visto che le direttive in materia di agricoltura sono scritte sotto l’approvazione di quegli Stati dove  sono più spinti il ricorso alla monocoltura e l’uso intensivo, industrializzato, della terra. I contadini, forzati a diventare imprenditori, pena l’invisibilità, devono subire norme sanitarie e fiscali e imposizioni burocratiche pensate per l’agricoltura industriale che ha giri di affari incomparabilmente più grandi.

 

Così, nel tempo, “agricoltura” è diventata una parola ambigua. Piccoli contadini e industriali convivono, mentre in mezzo si collocano molte figure professionali – medi coltivatori e allevatori, ristoratori e albergatori mimetizzati da agriturismi – sempre più indottrinate alla cultura d’impresa. Tutti sono trattati pressoché allo stesso modo, a danno dei piccoli, ovviamente.

Le regole del gioco economico sono fatte per chi “sa stare sul mercato”, “sa competere” e ingrandirsi sempre di più, ma è questo gioco che ha contribuito a generare la crisi epocale iniziata nel 2007, di cui non si vede la fine. L’unica certezza di questo gioco è che miliardi di persone, miliardi di vite considerate meno dei numeri, finiscono per perdere, schiacciate dall’accumulazione della ricchezza dei pochi vincenti. Noi a questo gioco a perdere non ci stiamo.

COSA VOGLIAMO E FACCIAMO. UN’ALTRA AGRICOLTURA È (GIÀ) POSSIBILE.

Nel frattempo, un’altra agricoltura popolare sopravvive e nel mondo produce il 75% del cibo destinato al consumo umano, ancora straordinariamente diffusa in Italia. Anche se è quasi invisibile per i grandi numeri dell’economia, rimane irrinunciabile per mantenere fertile e curata la terra – anche in montagna e nelle zone economicamente ritenute marginali-; per mantenere ricca la diversità di paesaggi, piante e animali; per mantenere vivi i saperi, le tecniche e i prodotti locali, per mantenere popolate le campagne e la montagna. È quella più vicina al lavoro delle persone e alla cultura delle comunità, ai bisogni più elementari e ad un’economia circolare. Viene praticata per professione, per passione o per necessità da chi consuma i propri prodotti perché produce per sé, per la propria famiglia e poi per vendere. Mantiene in vita sementi, esperienze, consuetudini, l’humus della terra e la salubrità delle falde. È l’agricoltura dei contadini che non sono imprenditori e tanto meno industriali della terra. Quest’agricoltura, per quanto diffusa, è quasi invisibile allo sguardo della legge che non la riconosce come costituzionalmente diversa (e perfino opposta, negli effetti) dall’altra e non ne sa ascoltare la voce.

 

E’ necessario il riconoscimento di una figura – il contadino – che oggi legalmente non esiste. Non il contadino del passato, schiacciato sulla terra dalle servitù signorili o ecclesiastiche. Ma un nuovo contadino, rispettoso della fertilità della sua terra, orientato all’autosufficienza e alla vendita diretta, libero dalle troppe carte, che non si riconosce come imprenditore agricolo, che non vuole coltivare finanziamenti pubblici, che non ambisce a possedere più terreno di quanto non possa coltivare, ma chiede di potere esistere e di lavorare in pace, senza il peso della burocrazia e dei regolamenti di mercato. Trattare allo stesso modo – come succede oggi – con lo stesso regime normativo, sanitario e fiscale chi, da una parte, pratica un’agricoltura di basso impatto ambientale, e chi, dall’altro, lo fa a fini di arricchimento è inaccettabile.

 

Salvaguardare e sostenere gli Usi civici, gli assetti fondiari collettivi, la cui incidenza riguarda più di 1.500.000 ha, pari al 3% della superficie totale nazionale, in quanto beni comuni distinti dai beni privati e dai beni pubblici e per la loro funzione sociale, ambientale ed economica e di tutela del paesaggio. Le antichissime forme di proprietà collettive delle terre presenti in Italia, lungi dall’essere anacronismi inutili, rappresentano “un’altra forma di possedere” attualissima. Sostenere le comunità rurali, e il loro patrimonio di civiltà e cultura, riconoscendo il valore culturale materiale e immateriale espresso dalle attività agricole tradizionali, anche per combattere fenomeni di abbandono e spopolamento, anche attraverso lo strumento dei Piani Paesaggistici Regionali. Salvaguardare e sostenere i paesaggi rurali storici. Sostenere le forme di civiltà pastorale e l’allevamento estensivo di piccola scala che svolgono in molti territori rurali un importante ruolo ecologico, culturale e contro lo spopolamento.

 

Vogliamo costruire un’agricoltura polifunzionale, contadina e sostenere le reti solidali, che assicurino buoni frutti a tutti, che tutelino non solo l’ambiente, la salute e il paesaggio, attraverso le produzioni biologiche, ma che rispettino i diritti dei lavoratori in tutte le fasi, dalla produzione alla distribuzione finale. Numerose esperienze dell’agricoltura di domani, basate sulla costruzione di comunità, sull’autorganizzazione, sull’autoproduzione e il mutualismo sono già in cammino, dal Piemonte alla Calabria, dalla Lombardia alla Puglia e alla Sicilia.

Vogliamo uscire dalla logica del “metterci una toppa” temporanea. Vogliamo che tutti possano mangiare sano, che tutti possano avere un lavoro che permetta di vivere bene, vogliamo che le attività umane non mettano in pericolo il futuro delle generazioni successive. Il mancato ricambio generazionale, l’abbandono del territorio rurale – considerato marginale dal modello neoliberista ma contenitore di bellezza e di risorse- devono essere contrastati politicamente attraverso il sostegno al reinsediamento delle nuove generazioni nei territori rurali, la dotazione di servizi, la rivitalizzazione sociale e culturale.


Dobbiamo promuovere la gestione sostenibile dei terreni da parte delle comunità locali, in maniera collettiva, per favorire la massima redistribuzione del benessere in termini di qualità di vita, ambientale, delle acque e dell’aria. Dobbiamo rivendicare il diritto alla sovranità alimentare delle comunità locali, cioè la libertà e il diritto di decidere cosa coltivare e in quali quantità, sulla base delle esigenze reali delle persone e delle specificità del territorio.

 

C’è un mondo, fatto di tanta gente, idee, approcci alla terra, storie, reso invisibile e che rischia di essere cancellato: noi vogliamo che questo mondo sia visto e riconosciuto, perché chi coltiva in maniera rispettosa tiene in piedi la montagna e le campagne e fa vivere quella diversità di varietà che ci fanno onore e ricchezza e che, altrimenti, non ci sarebbero già più. Vogliamo lottare contro leggi miopi, asservite all’ideologia del profitto. Vogliono lottare per proteggere le espressioni del bene comune e le libertà originarie delle persone. Vogliamo difendere e promuovere quel mondo rurale che ancora fa vivere la terra e gli uomini. Noi lottiamo accanto a queste persone, a questa umanità, a queste comunità che r-esistono nonostante tutto. Facciamo nostro il motto dei contadini del movimento mondiale più grande che esista, la Via Campesina: GLOBALIZZIAMO LA LOTTA, GLOBALIZZIAMO LA SPERANZA !

I PRINCIPI NEI QUALI CI RICONOSCIAMO, PER I QUALI VOGLIAMO IMPEGNARCI:

ACCESSO AL CIBO

Attualmente nel mondo la produzione alimentare è sufficiente a soddisfare il fabbisogno
giornaliero di tutti. Nonostante questo dato, milioni di persone sono affamate o malnutrite. Questo perché l’alimentazione non è garantita come diritto e se non si hanno soldi sufficienti non si accede ad un’alimentazione adeguata. Al livello di reddito (e di  istruzione) corrisponde un determinato regime alimentare: spesso la dieta delle persone povere è contraddistinta in larga parte da carboidrati e grassi, cioè alimenti calorici, a basso prezzo e con poche vitamine. Diffondere conoscenza e redistribuire le ricchezze sono due pilastri fondamentali per garantire l’accesso al cibo sano.

AMBIENTE

L’ambiente è un elemento fondamentale dell’ecosistema in cui viviamo. Proteggere l’ambiente significa migliorare anche la qualità della vita degli esseri umani e delle altre specie. Fermare la cementificazione, l’uso di pesticidi/erbicidi, ridurre le emissioni dell’agricoltura, ripristinare le funzioni ambientali dei rivali e delle siepi campestri, sono solo alcuni tra i  provvedimenti da attuare per tutelare realmente l’ambiente.

BIODIVERSITÀ

La ricchezza di specie è essenziale per poter sempre disporre di varietà in grado di adattarsi nel migliore dei modi possibili alle condizioni ambientali. La monocultura inoltre espone la crescente popolazione mondiale a rischi di carestia legata sia ai cambiamenti climatici, sia a rischi patogeni. Una specie più adatta alla zona in cui cresce richiede anche meno (o nessun) fertilizzante, pesticida ed erbicidi di origine fossile a beneficio riflesso di salute e ambiente.

PAESAGGIO

Il paesaggio, come il suolo agricolo, è una risorsa non rinnovabile. È il frutto dell’incessante interazione tra il lavoro dell’uomo e gli elementi naturali. Il paesaggio è un’eredità, non sempre positiva, che ha bisogno di tutela e di riqualificazione. E’ la carta d’identità di un territorio e come tale è un patrimonio di tutti, un bene comune da maneggiare con grande cura ed attenzione. Fuori dalle grandi metropoli, attente politiche e pratiche sia agricole, sia forestali, sia turistiche, sia ambientali consentono di migliorare la percezione del paesaggio, di innalzare la qualità della vita, di incentivare la cura del territorio da parte delle comunità.

DEMOCRAZIA PRODUTTIVA

Noi ci alimentiamo di pochissime specie e ne vengono coltivate poche di più. Questo perché la filiera delle sementi è governata a livello mondiale da pochi attori e la mentalità della standardizzazione del prodotto industriale è stata applicata anche all’agricoltura. È possibile far tornare in seno ai territori locali la possibilità di decidere quanto e cosa produrre al fine di migliorare la qualità della vita di tutti. Con lo studio della biodiversità locale ed il sostegno all’agricoltura alternativa è possibile riscoprire ed apprezzare la ricchezza dei profumi e dei sapori dei diversi alimenti. Scegliendo di promuovere, sostenere una produzione più varia, è possibile dar vita anche ad una più varia alimentazione. La certificazione della qualità biologica dei prodotti non deve più avvenire mediante società private a pagamento, sistema meramente burocratico, ma mediante forme di controllo sociale secondo l’esperienza della certificazione partecipata, supportate tecnicamente da enti pubblici preposti (ASL locali , ARPA, NAS).

CONDIVISIONE

Migliorare le reti sociali ed allargare la consapevolezza permette alle persone di essere più vicine e presenti: di fronte alle difficoltà, ma anche per il miglioramento della qualità della vita complessiva. La condivisione delle difficoltà, dei mezzi e delle infrastrutture, delle competenze, dei saperi fa aumentare la sicurezza sociale, promuove la coesione e la conoscenza del territorio, elemento imprescindibile per la sua tutela.

CONTARTIGIANATO

L’agricoltura è sempre stata contraddistinta dalla molteplicità delle attività. Oggi molti agricoltori sono poco più che “contoterzisti” nel proprio campo all’interno di una rigida suddivisione industriale del lavoro. Alcuni contadini, sempre di più, sentono l’esigenza di tornare a coltivare la pluriattività: non solo produzione ma anche trasformazione dei prodotti e produzioni artigianali. Questo coltiva la creatività, aumenta le possibilità del baratto e dello scambio paritario, contribuisce a migliorare la qualità della vita, la condivisione dei saperi e la cura del territorio, incentivando ad utilizzarlo in maniera varia e responsabile, conservativa, sostenibile.

 

LAVORO EQUO

Il comparto agricolo, a causa della pressione della grande distribuzione e di attori compiacenti nella filiera, scarica i costi su chi materialmente lavora con i piedi nel campo, oltre che sull’ambiente. Acquistare da realtà veramente cooperative, rispettose dei diritti sindacali, come da produttori responsabili a conduzione famigliare permette di combattere le forme di neoschiavismo, assicurando a tutti/e la possibilità di vivere dignitosamente del proprio lavoro.

SALUTE

L’uso di pesticidi ed erbicidi in agricoltura è accompagnato da molte istruzioni d’uso volte a limitarne gli effetti dannosi. Nonostante le precauzioni è possibile rintracciare la presenza del più famoso erbicida, il Glifosato, anche all’interno del miele BIO e delle falde acquifere. Salute è anche non dover lavorare più di 6/8 ore al giorno. Una persona può permetterselo solo se riceve un adeguato compenso per il proprio lavoro. La maggior necessità di quest’ultimo non deve intaccare il riposo di chi è già occupato, ma promuovere nuovo impiego.

STAGIONALITÀ

Siamo abituati ad acquistare qualsiasi frutta e verdura in qualsiasi tempo dell’anno. Questo è possibile con l’uso di serre e di importazioni ambientalmente costose che permettono un allungamento del periodo di disponibilità del prodotto. È importante considerare però che gli alimenti da serra hanno una presenza inferiore di vitamine e sali minerali che la pianta dona al frutto solo grazie al giusto apporto di sole, acqua e terra. Imparare a non forzare i cicli produttivi consente di ottenere naturalmente prodotti più ricchi di sostanze nutritive, minerali e vitamine. Le sostanze che vengono a mancare nei terreni sfruttati vengono inserite eventualmente tramite costosi fertilizzanti industriali, che lasciano il terreno incapace di autorigenerarsi.

 

Sulla base di questi principi, abbiamo immaginato il nostro programma, che è da intendersi come percorso di attuazione nel lungo periodo, comprensivo di una fase di transizione e sperimentazione che consenta adattamento e aggiustamenti utili.

 

PROPOSTE ATTUATIVE

Per questo è NECESSARIO FERMARE:

– il lavoro nero, lo sfruttamento del lavoro nel comparto agricolo;

– il ruolo delle aste al ribasso dei prodotti all’ingrosso a esclusivo vantaggio dell’agro-industria e della Grande Distribuzione Organizzata;

– l’eccessivo imballaggio, lo stravolgimento della stagionalità, lo spreco alimentare incentivati dalla GDO;

– le condizioni barbare di allevamento degli animali negli allevamenti intensivi;

– la corsa al gigantismo degli allevamenti intensivi che comporta inquinamento da polveri sottili, delle falde acquifere, dei terreni stessi;

– la concessione dello status di “agricolo” alle stalle che non possiedono terra sufficiente per il regime biologico adiacente alle stalle per il pascolo dei capi;

– le centrali a biogas e biomasse dove i giorni di sforamento delle polveri sottili, in particolar modo le PM2.5 superano già i 25 giorni/anno;

– l’uso del Glifosato, di tutti gli erbicidi, pesticidi consentiti in agricoltura che hanno una forte persistenza nelle falde acquifere;

– l’uso dei concimi chimici che giustificano l’impoverimento sistematico dei terreni;

– l’uso degli antibiotici negli allevamenti intensivi, che sono la destinazione della metà della produzione mondiale di quei farmaci;

– l’uso di deroghe della Direttiva Nitrati, a maggiore tutela preventiva delle acque superficiali e profonde;

– importazioni di carni da Paesi che consentono l’uso di ormoni della crescita e antibiotici, di prodotti agricoli da Paesi che consentono l’uso di pesticidi, erbicidi e fitofarmaci chimici;

– la brevettazione di sementi, OGM – Organismi Geneticamente Modificati- ed una loro ultima versione, gli NBT – New Breeding Techniques-;

– fermare la pesca con metodi distruttivi e non sostenibili con cui, oggi, arriva la quasi totalità del pesce nei banchi frigo. Circa il 90% del pescato viene da specie in declino: il  ritmo di cattura è più alto del ritmo di riproduzione. Fermare la manipolazione e la frode, più frequenti nelle filiere lunghe;

– l’accaparramento delle terre in Italia e all’estero da parte di altri Stati o aziende;

– i Trattati di “libero” scambio commerciale, come il CETA, con Paesi che non adottano il principio di precauzione.

 

Per questo VOGLIAMO REALIZZARE

– l’accesso universale al cibo ecologico e senza sfruttamento dei lavoratori impiegati;

– la confisca dei beni a chi sfrutta i lavoratori o inquina il territorio agricolo o le risorse idriche.

– una legge che permetta di dare alla gestione collettiva agroecologica la terra abbandonata ed incolta per più di 5 anni.

– una legge che riconosca la figura del piccolo coltivatore, allevatore che preveda regolamenti fiscali, sanitari più semplici ed una riduzione della burocrazia, rispetto alle norme previste per la grande proprietà e agroindustria; consentire la produzione ed il confezionamento per la vendita diretta, liberi da restrizioni sanitarie o da imposizioni fiscali, così come previsto per l’autoconsumo.

– garantire a chi, come occupazione prevalente, fa il contadino diretto: l’esenzione da ogni obbligo burocratico e imposta riguardanti la loro attività, l’esenzione dalle norme vigenti in materia di igiene e sicurezza degli alimenti, l’esenzione dai vincoli progettuali e urbanistici per la costruzione di piccoli annessi agricoli e la ricostruzione di manufatti rurali; il diritto di esercitare l’attività di ospitalità rurale, di pagare contributi minimi, di ricevere gratuitamente e a domicilio servizi di assistenza relativi alla loro attività.

– modificare le modalità di certificazione biologica alleggerendo i costi per premiare chi pratica la biodiversità e policoltura su piccola scala facendoli pagare a chi pratica la monocultura, seppur certificata biologica, su grande estensione destinata alla GDO.

– la diffusione dei progetti come Agricoltura Supportata dalle Comunità, i Distretti di Economia Solidale Rurale, dei Parchi Agricoli che migliorano i legami tra abitanti e territorio, promuovendo sensibilità ambientale e maggiore attenzione nella tutela del territorio.

– un sostegno alle reti di filiera corta con concessione di spazi pubblici, realizzazione di laboratori di trasformazione pubblici in loco vicini ai siti di produzione, negozi di prossimità con vendita di prodotti sfusi.

– la valorizzazione delle varietà animali e vegetali tipiche d’Italia disincentivate dall’agroindustria perché poco “redditizie”.

– la diffusione di piccole aree umide per ricaricare le falde acquifere.

– la facilitazione dell’accesso al credito alle piccole aziende che scelgono la strada della sostenibilità, che investono nella tutela del paesaggio rurale, nella tutela della biodiversità animale e vegetale.

– la proprietà collettiva delle sementi e l’ammissibilità di coltivazione delle varietà tipiche italiane, anche non presenti nei registri varietali, e loro riproduzione tramite selezione partecipata.

– l’incentivo alla gestione cooperativa dei terreni per consentire a tutti i lavoratori della terra il diritto effettivo alle ferie ed alla malattia, da cui tipicamente i piccoli coltivatori e allevatori sono esclusi.

– il sostegno alla copertura vegetale permanente dei terreni per combattere l’erosione da parte del vento.

– la diffusione della pratica della lombricoltura per migliorare le caratteristiche organiche del suolo.

– la riduzione l’aratura – pratica energivora, che favorisce l’erosione del suolo fertile e riduce la vita del sottosuolo- al minimo indispensabile, favorendo la lavorazione di precisione e non profonda.

– l’uso responsabile dei finanziamenti pubblici riguardo i macchinari agricoli, favorendo la manutenzione, il riutilizzo e il mercato dell’usato senza imporre l’acquisto del nuovo, come accade nei PSR: non sempre sono necessari macchinari di ultima generazione.

– un sostegno concreto ai lavoratori della terra perché svolgano nelle aree rurali la funzione di presidio territoriale della stabilità idrogeologica ( tramite muretti a secco, siepi campestri e alberature, tramite il controllo e regimentazione delle acque superficiali, la pulizia e manutenzione dei fossi, torrenti, delle scarpate e dei boschi); della tutela dei suoli ( da impoverimento, dilavamento ed erosione, desertificazione); della tutela delle acque superficiali e profonde (dall’inquinamento chimico, da sversamenti e spandimenti); della biodiversità (dai trattamenti chimici). La messa in sicurezza dei territori passa anche da una corretta e attenta agricoltura.

– un programma di collaborazione paritaria tra comunità locali italiane ed estere per lo scambio di conoscenze, pratiche, ed esperienze per favorire il potenziamento dell’agricoltura sociale e di sussistenza.

– un percorso di formazione permanente per i contadini per diffondere l’agricoltura agroecologica tramite enti pubblici mediante sportelli di consulenza professionale per la diffusione delle “buone” pratiche agricole coerenti con la tutela del patrimonio ambientale e della salubrità dei prodotti. È importante evitare che gli “informatori agricoli”, spesso agenti di commercio delle multinazionali dei fitofarmaci e concimi, siano il riferimento dei contadini.

– favorire lo scambio internazionale, in uscita e in entrata, per gli studenti di tutti gli indirizzi legati all’agricoltura, allevamento, gestione delle risorse e pianificazione territoriale.

– gestire il patrimonio forestale in maniera sostenibile, promuovendo nuova occupazione legata a questo settore e a quello turistico nelle aree boschive. Le risorse del territorio devono essere utilizzate per la diffusione del benessere sociale e la tutela dell’equilibrio ambientale.

– un programma di educazione alimentare etica che renda chiaro l’impatto ambientale del consumo, della produzione di carne (e pesce) attuale e favorisca una modifica delle abitudini in direzione del “mangiarne meno, ma di qualità più alta”.

– Una legge nazionale per rendere obbligatorio il pascolo degli animali da latte e da carne.

– promuovere corridoi ecologici e set-aside (terre a riposo a fini di ripristino ecologico, slegate dai problemi della sovrapproduzione) nei quali lasciare crescere la vegetazione spontanea con fioriture variegate che offrano agli insetti impollinatori il necessario nutrimento, così come nei giardini e aiuole pubbliche.

– il ripristino urgente degli equilibri ecologici della fauna selvatica che più direttamente incide sull’agricoltura, in particolare cinghiali, caprioli e nutrie tramite strategie combinate non cruente che salvaguardino la fruibilità dei territori per chi ci vive, ci lavora o ci passa come turista/camminatore. (ultrasuoni e proiettili sterilizzanti). Favorire lo spostamento di orsi e lupi nelle aree boschive abitate da cinghiali e caprioli, da sempre le loro prede naturali.

– favorire la pesca artigianale e sostenibile a dimensione famigliare. Promuovere un’economia solidale tra le realtà costiere e le aree interne per il consumo del pesce di zona e di stagione.

– promuovere il protagonismo delle comunità costiere e dei circuiti di solidarietà per la tutela dell’ambiente marino.

 

Fra i giovani che vengono a queste casette sul monte ci sono quelli, poveri nel corpo e nello spirito, che hanno abbandonato ogni speranza. Io sono solo un vecchio contadino che si lamenta di non poter dar loro nemmeno un paio di sandali: ma c’è ancora una cosa che posso dare loro. Un filo di paglia. Raccattai un po’ di paglia davanti alla baracca e dissi: «Da questo solo filo di paglia può cominciare una rivoluzione».

da “La rivoluzione del filo di paglia” di Masanobu Fukuoka

 

FIRMATARI

 

Gruppo d’Acquisto Solidale “Il Filo di Paglia” – Provincia di Mantova

Gruppo d’Acquisto Solidale “I Cipollotti” – Provincia di Salerno

Tavolo Agricoltura, Assemblea per l’Alternativa al G7 Agricoltura di Bergamo;

Assemblea di Potere al Popolo Mugello, Provincia di Firenze;

Assemblea di Potere al Popolo Piceno – Provincia di Ascoli Piceno;

Assemblea di Potere al Popolo Belluno e Provincia;

Assemblea di Potere al Popolo Lodi e Provincia;

Giuseppe Ruiu – Potere al Popolo Nuoro e Provincia.

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