In memoria di Mehdi Ben Barka (1920-1965), sulle cui orme camminiamo.

Quasi sessant’anni fa, nel gennaio 1966, centinaia di rivoluzionari provenienti da tutto il Terzo Mondo si riunirono all’Avana, Cuba, per la Prima Conferenza di Solidarietà dei Popoli dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina – la Conferenza Tricontinentale. Lì discussero dell’inevitabilità della decolonizzazione e delle loro idee per un mondo oltre l’imperialismo. Fidel Castro e gli altri organizzatori convocarono la conferenza per riunire le due correnti della rivoluzione mondiale: quella della rivoluzione socialista e quella della liberazione nazionale. I delegati videro la necessità di radicalizzare gli ideali di sovranità che erano stati espressi dieci anni prima alla Conferenza di Bandung. Erano frustrati dal fatto che l’ordine mondiale rimanesse intrappolato nelle strutture del neocolonialismo che mantenevano anche i paesi che avevano raggiunto l’indipendenza poco prima in cicli di sottosviluppo, con i partiti di liberazione nazionale, un tempo rivoluzionari, che si smobilitavano non appena venivano issate nuove bandiere e iniziavano a suonare nuovi inni.

Per commemorare l’eredità della Conferenza Tricontinentale, che dà il nome al nostro istituto, questo mese abbiamo pubblicato il dossier n. 95 Imperialism Will Inevitably Be Defeated: The Re-Emergence of the Tricontinental Spirit (dicembre 2025). Nel corso del 2026 organizzeremo anche diverse discussioni e seminari online e in presenza (il primo dei quali, co-ospitato dal CLACSO, il Consiglio Latinoamericano delle Scienze Sociali, può essere visto qui). Nel dossier difendiamo la tesi seguente: mentre lo Spirito di Bandung insisteva sulla sovranità e sul multilateralismo, lo Spirito della Tricontinentale va oltre e fonde la vera emancipazione sulla dignità e sulla lotta di classe.

Una delle idee chiave dell’era di Bandung e di quella Tricontinentale era che la dignità non può essere raggiunta senza lo sviluppo e che il diritto allo sviluppo appartiene a tutti i popoli del mondo. Nel novembre 1957, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (UNGA) adottò la Risoluzione 11612 (XII) sullo sviluppo economico e sociale equilibrato e integrato. Quattro anni dopo, nel 1961, l’UNGA dichiarò che gli anni ’60 sarebbero stati il “decennio dello sviluppo delle Nazioni Unite”. Nel maggio 1968, verso la fine di quel decennio, i delegati alla Conferenza internazionale delle Nazioni Unite sui diritti umani a Teheran, in Iran, adottarono la Dichiarazione di Teheran, che avvertiva:

Il crescente divario tra i paesi economicamente sviluppati e quelli in via di sviluppo ostacola la realizzazione dei diritti umani nella comunità internazionale. Il fallimento del Decennio dello Sviluppo nel raggiungere i suoi modesti obiettivi rende ancora più imperativo per ogni nazione, in base alle proprie capacità, compiere il massimo sforzo possibile per colmare questo divario.

La Conferenza Tricontinentale si svolse a metà di questo cosiddetto decennio dello sviluppo. All’epoca, tra i paesi leader del Terzo Mondo era già chiaro che il quadro di sviluppo delle Nazioni Unite non avrebbe potuto colmare il divario fintanto che l’economia globale fosse rimasta organizzata secondo strutture di dipendenza. Ci sarebbero voluti quasi due decenni dopo Teheran perché le Nazioni Unite adottassero una dichiarazione sul diritto allo sviluppo. Il 4 dicembre 1986, mentre molti paesi del Terzo Mondo stavano già crollando sotto il peso della crisi del debito che si sarebbe protratta fino agli anni ’90, l’UNGA ha finalmente adottato la Dichiarazione sul diritto allo sviluppo. Nel documento si trovavano sollo le migliori intenzioni:

Il diritto allo sviluppo è un diritto umano inalienabile in virtù del quale ogni persona umana e tutti i popoli hanno il diritto di partecipare, contribuire e godere dello sviluppo economico, sociale, culturale e politico, in cui tutti i diritti umani e le libertà fondamentali possono essere pienamente realizzati (articolo 1.1).

Gli Stati dovrebbero adottare, a livello nazionale, tutte le misure necessarie per la realizzazione del diritto allo sviluppo e garantire, tra l’altro, pari opportunità per tutti nell’accesso alle risorse di base, all’istruzione, ai servizi sanitari, al cibo, all’alloggio, all’occupazione e all’equa distribuzione del reddito. Dovrebbero essere adottate misure efficaci per garantire che le donne abbiano un ruolo attivo nel processo di sviluppo. Dovrebbero essere attuate adeguate riforme economiche e sociali al fine di eliminare tutte le ingiustizie sociali (articolo 8.1).

Gli Stati dovrebbero incoraggiare la partecipazione popolare in tutti i settori come fattore importante per lo sviluppo e la piena realizzazione di tutti i diritti umani (articolo 8.2).

Questi ideali sono sanciti nelle risoluzioni e nelle dichiarazioni delle Nazioni Unite non per altruismo del Nord globale, ma perché centinaia di milioni di persone nei movimenti anticoloniali e socialisti hanno lottato per essi.

Due anni dopo l’adozione della dichiarazione, la Banca mondiale ha pubblicato il World Development Report (1988), in cui si rilevava che il debito estero totale del Terzo Mondo aveva raggiunto oltre 1.035 miliardi di dollari nel 1986, un aumento vertiginoso rispetto ai 560 miliardi di dollari del 1982 e ai 130 miliardi di dollari del 1974. Il rapporto osservava: “I debiti [dei paesi del Terzo Mondo] stanno crescendo, ma essi continuano a subire trasferimenti netti di risorse negativi perché gli obblighi di servizio del debito superano gli importi limitati dei nuovi finanziamenti. In alcuni paesi in via di sviluppo la gravità di questa prolungata recessione economica supera già quella della Grande Depressione nei paesi industrializzati e in molti paesi la povertà è in aumento”. Il Fondo Monetario Internazionale è giunto a una conclusione simile nella sua valutazione, che ha stimato il debito totale del Terzo Mondo a 916 miliardi di dollari, una cifra leggermente inferiore ma che indicava comunque la stessa tendenza.

Il prossimo anno ricorrerà il quarantesimo anniversario della Dichiarazione delle Nazioni Unite sul diritto allo sviluppo, ma pochi lo celebreranno. Dal 1986, all’interno del sistema dei diritti umani delle Nazioni Unite sono stati compiuti sforzi per passare da una dichiarazione non vincolante e in gran parte simbolica a uno strumento giuridicamente vincolante. Tuttavia, tali sforzi hanno incontrato una resistenza continua da parte dei paesi più ricchi, che considerano tale strumento dannoso per il loro monopolio sulla ricchezza e sulle risorse.

Nell’ottobre del 2021, ad esempio, il Consiglio dei diritti umani ha adottato la sua risoluzione annuale sul diritto allo sviluppo con 29 voti a favore, 13 contrari e 5 astensioni. I 13 voti contrari provenivano tutti dai paesi del Nord globale. Due anni dopo, nell’ottobre del 2023, quando il Consiglio ha votato per sottoporre all’UNGA un progetto di convenzione sul diritto allo sviluppo, la risoluzione è stata nuovamente approvata con 29 voti a favore, 13 contrari e 5 astensioni. Tutti i voti contrari provenivano ancora una volta dai paesi del Nord globale. È evidente che, nonostante il sostegno retorico del Nord allo sviluppo, esso ha speso molte energie per ridimensionare le risoluzioni delle Nazioni Unite sullo sviluppo e persino per impedire qualsiasi discussione su un importante alleggerimento del debito, un passo cruciale per lo sviluppo del Sud globale.

Questa è la contraddizione al centro del diritto allo sviluppo: proclamato come inalienabile, ma negato nella pratica. Il dossier n. 95 riprende l’insistenza dello Spirito Tricontinentale sul fatto che l’emancipazione non può essere misurata da bandiere e discorsi, ma dal miglioramento materiale della vita delle persone. Lo sviluppo non è uno slogan, né una serie di obiettivi da gestire dall’alto. È il diritto di ampliare la capacità delle persone di vivere con dignità. Ma tale diritto rimarrà irraggiungibile per la maggior parte dell’umanità fintanto che il servizio del debito, le misure economiche coercitive e le guerre continueranno a prosciugare la ricchezza sociale delle nazioni più povere. Le aspirazioni di sviluppo del Sud globale non saranno realizzate nelle sale dell’ONU, ma solo attraverso una lotta organizzata che costringa le istituzioni e gli Stati ad agire.

Con la fine dell’anno si conclude anche il primo decennio della nostra esistenza come istituto di ricerca. Abbiamo iniziato con l’ambizione di essere il think tank dei diversi movimenti sociali del Sud globale, con i piedi ben radicati nelle oltre duecento organizzazioni di lavoratori e contadini e nei movimenti politici che compongono la rete dell’Assemblea Internazionale dei Popoli. Nel corso dell’ultimo decennio, ci siamo resi conto di avere due compiti fondamentali: in primo luogo, amplificare i punti di vista dei movimenti e stimolare il dibattito tra loro e all’interno della società; in secondo luogo, costruire una Nuova Teoria dello Sviluppo per quando i nostri movimenti arriveranno al potere e avranno l’obbligo di rimodellare la società e condurci verso un futuro migliore, al di là delle catene del capitalismo. Con l’ampliarsi del nostro mandato, si è ampliato anche il raggio d’azione del nostro lavoro.

Per questo motivo, e perché credete nella nostra missione, speriamo che decidiate di sostenere il nostro lavoro per un altro anno. Dipendiamo dalla vostra solidarietà per sostenerlo. Ci sono molti modi per contribuire:

1. Se desiderate unirvi alla nostra Brigata Internazionale di Tricontinental, scrivete a intern@thetricontinental.org.

2. Se desiderate aiutarci con il lavoro di editing e traduzione, scrivete a volunteers@thetricontinental.org.

3. Se desiderate dare un contributo finanziario, scrivete a donations@thetricontinental.org. Abbiamo davvero bisogno del vostro sostegno per continuare questo lavoro.

Speriamo che vi uniate alla nostra comunità di Tricontinental.

Con affetto,
Vijay

*Traduzione della cinquantaduesima newsletter (2025) di Tricontinental: Institute for Social Research.

Come Potere al Popolo traduciamo la newsletter prodotta da Tricontinental: Institute for Social Research perché pensiamo affronti temi spesso dimenticati da media e organizzazioni nostrane e perché offre sempre un punto di vista interessante e inusuale per ciò che si legge solitamente in Italia. Questo non significa che le opinioni espresse rispecchino necessariamente le posizioni di Potere al Popolo. A volte accade, altre volte no. Ma crediamo sia comunque importante offrire un punto di vista che spesso manca nel panorama italiano.

Chi è Vijay Prashad?