A metà novembre 2025, in occasione di una conferenza dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale (UNIDO) in Arabia Saudita, Basher Abdullah, consigliere del Ministero dell’Industria e del Commercio del Sudan, ha dichiarato: “Per prima cosa, dobbiamo porre fine alla guerra. Poi, dobbiamo riavviare le fabbriche”. Il suo commento riguardava la terribile guerra civile in corso in Sudan, ma avrebbe potuto riferirsi a molti paesi del Sud globale che si trovano nel mezzo di una guerra armata o commerciale. Per questi paesi più poveri, lo sviluppo è stato messo da parte a favore di minacce più immediate. Eppure, malgrado le armi e le estorsioni, c’è la necessità di immaginare futuri possibili.
La conferenza dell’UNIDO ha riconosciuto che l’industrializzazione è “essenziale per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile [dell’ONU]” e che per farlo è necessario un “nuovo accordo industriale”. Un documento programmatico dell’UNIDO dell’aprile 2025 identifica molti ostacoli all’industrializzazione nel Sud globale, tra cui deficit infrastrutturali, capacità tecnologiche e scientifiche limitate, mancanza di lavoratori altamente qualificati e reti logistiche deboli, comprese le infrastrutture digitali. Il documento rileva anche le “grandi tendenze di lungo termine” che il Sud globale deve seguire e alle quali deve adattarsi, come la digitalizzazione e l’ascesa dell’intelligenza artificiale, la riconfigurazione delle catene del valore globali, la transizione energetica e i cambiamenti demografici. Queste tendenze, sostiene il documento, rappresentano sia dei rischi che delle opportunità. Ma dove troveranno i paesi più poveri gli investimenti per sviluppare infrastrutture, nuove competenze e industrie più pulite? Come potranno superare i modelli industriali più vecchi e inquinanti e integrarsi nelle moderne catene di produzione?
Raramente le conferenze come quella tenutasi in Arabia Saudita riflettono sui vincoli che devono affrontare i paesi più poveri e sulla deindustrializzazione strutturale che hanno subito. La deindustrializzazione nel Sud globale non è né accidentale né il prodotto di “inefficienze interne”, come sostengono gli economisti del Fondo Monetario Internazionale (FMI). È il risultato diretto della crisi del debito del Terzo Mondo scoppiata all’inizio degli anni ’80 e dei programmi di adeguamento strutturale (structural adjustment programmes, SAPs) imposti dall’FMI e dalla Banca Mondiale negli anni ’80 e ’90. Negli anni ’80, ad esempio, le politiche dell’FMI hanno imposto riduzioni tariffarie che hanno esposto le fabbriche tessili e di abbigliamento del Ghana alle importazioni a basso costo, causando il collasso della cintura industriale di Accra, un tempo fiorente. In Zambia, negli anni ’90, i SAPs hanno portato alla privatizzazione delle industrie che rifornivano le miniere di rame e, di conseguenza, allo smantellamento delle fonderie locali, delle officine meccaniche e degli impianti chimici che costituivano la base industriale della Provincia di Copperbelt. Nella cintura industriale ABC del Brasile a sud di San Paolo e nei corridoi manifatturieri della Grande Buenos Aires, l’austerità dell’era del debito, le svalutazioni monetarie e la rapida liberalizzazione del commercio negli anni ’80 e ’90 hanno spinto le fabbriche automobilistiche, metallurgiche e tessili a tagliare posti di lavoro, delocalizzare o chiudere, perché i mercati sono stati aperti alle importazioni di prodotti a basso costo. In tutto il Sud globale, le economie periferiche che avevano iniziato a industrializzarsi sono state ricacciate nel familiare schema di esportazione di materie prime e importazione di beni manufatti, ovvero la struttura stessa dell’economia neocoloniale.
Inoltre, poca attenzione viene prestata alla violenza – delle guerre e delle sanzioni – che destabilizza gli Stati sovrani e che fa deragliare le aspirazioni industriali dei paesi più poveri. I conflitti distruggono le infrastrutture industriali e frammentano e demoralizzano la classe operaia, entrambe essenziali per lo sviluppo. Solo pochi paesi del Sud globale sono stati in grado di difendersi da questi attacchi alla loro sovranità e di portare avanti la loro capacità industriale. L’esempio più notevole è quello di Cuba, che è riuscita a sviluppare la propria capacità industriale nel campo delle biotecnologie, delle apparecchiature mediche e dei prodotti farmaceutici nonostante un brutale blocco durato sei decenni: un caso di industrializzazione socialista sotto assedio. Il Vietnam è un altro esempio: nonostante sia stato devastato dalle guerre imperialiste, è riuscito comunque a riprendersi grazie a una politica industriale diretta dallo Stato che ha costruito capacità produttive nei settori tessile, elettronico e navale. L’esempio di maggior successo, ovviamente, è la Cina, che ha utilizzato la pianificazione statale, la governance decentralizzata e la proprietà pubblica dei settori chiave dell’economia, compresi la finanza e la tecnologia, per costruire una potenza industriale e far uscire 800 milioni di persone dalla povertà estrema negli ultimi quattro decenni. Nel loro insieme, queste esperienze contraddicono ogni “ricetta” neoliberista data ai paesi più poveri del Sud globale.
La politica industriale non è solo un esercizio tecnico, bensì anche politico. Si tratta di creare le condizioni per lo sviluppo industriale affermando la sovranità e il diritto allo sviluppo e costruendo il potere della classe operaia attraverso la lotta di classe.
Un “nuovo patto industriale” non può essere attuato se un paese è sistematicamente ostacolato dall’austerità imposta dall’FMI, dalle multinazionali che dominano l’estrazione e l’esportazione delle materie prime e dalla violenza delle guerre e delle sanzioni. Queste forze distruggono le infrastrutture produttive, riducono la capacità dello Stato e producono una classe contadina e operaia precaria e politicamente indebolita, minando i processi democratici e rendendo impossibile la pianificazione. Senza sovranità non può esserci un nuovo accordo industriale.
Negli ultimi anni, Tricontinental: Institute for Social Research ha elaborato una Nuova Teoria dello Sviluppo per il Sud globale. In questo quadro, abbiamo identificato le seguenti condizioni preliminari per l’industrializzazione:
1. I lavoratori come pianificatori centrali. La pianificazione deve essere democratizzata, come nello stato indiano del Kerala, che nel 1996 ha lanciato la Campagna del Piano Popolare per la Pianificazione Decentralizzata. L’industrializzazione non può essere realizzata democraticamente senza includere le organizzazioni dei lavoratori e dei contadini e di altri organismi popolari radicati nelle comunità locali.
2. Ripristino della sovranità. Le guerre devono finire, le sanzioni devono essere revocate e ai governi deve essere concesso lo spazio necessario per costruire la capacità dello Stato di pianificare a lungo termine, cosa che include gli investimenti in infrastrutture, trasporti e logistica che possano collegare produttori e consumatori tra le regioni e ridurre i costi dello sviluppo.
3. Superare la dipendenza. Per far ciò, la politica statale deve essere in grado di proteggere le industrie nazionali utilizzando dazi e sussidi, regolamentare la finanza attraverso controlli sui capitali e garantire il trasferimento di tecnologia e conoscenze. Ciò consentirà ai paesi del Sud globale di passare da economie basate sull’esportazione di materie prime a economie fondate su una produzione nazionale diversificata.
4. Espandere la proprietà pubblica. I settori strategici dell’economia – come la terra, la finanza, l’energia, i minerali, i trasporti e i beni strumentali – devono essere controllati pubblicamente per garantire che operino per lo sviluppo nazionale piuttosto che per il profitto privato. Le imprese e le istituzioni del settore pubblico, come hanno Meng Jie e Zhang Zibin dimostrato per il settore dell’alta tecnologia cinese, possono competere e creare un mercato pubblico che aumenta l’efficienza.
5. Costruire la cooperazione Sud-Sud. I paesi dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina devono aumentare la cooperazione – facendo rivivere lo spirito di Bandung – al fine di rompere il ruolo delle imprese e delle strutture monopolistiche occidentali nei settori della finanza e della tecnologia.
Dieci anni fa, al Forum sulla cooperazione Cina-Africa (FOCAC) del 2015 a Johannesburg, in Sudafrica, il governo cinese e cinquanta governi africani hanno discusso il problema dello sviluppo economico e dell’industrializzazione. Dal 1945, la questione dell’industrializzazione africana è stata sul tavolo, ma non ha registrato progressi a causa della struttura neocoloniale che ha impedito qualsiasi trasformazione strutturale significativa. I paesi più industrializzati del continente africano sono il Sudafrica, il Marocco e l’Egitto, ma l’intero continente rappresenta meno del 2% del valore aggiunto manifatturiero mondiale e solo l’1% del commercio globale di manufatti. Ecco perché è stato così significativo per il FOCAC mettere la politica industriale al centro della sua agenda; la sua Dichiarazione di Johannesburg del 2015 ha affermato che “l’industrializzazione è un imperativo per garantire lo sviluppo indipendente e sostenibile dell’Africa”. La capacità industriale della Cina sarebbe stata messa al servizio delle esigenze di industrializzazione dell’Africa attraverso la creazione di joint venture, parchi industriali, un fondo di cooperazione e meccanismi per il trasferimento di tecnologia e scienza. Il commercio tra Africa e Cina è aumentato da 10 miliardi di dollari nel 2000 a 282 miliardi di dollari nel 2023. Nel 2024, il governo cinese ha potenziato le sue relazioni con i paesi africani trasformandole in “partenariati strategici”, consentendo una maggiore cooperazione. Ora abbiamo un banco di prova per verificare se la cooperazione Sud-Sud possa generare un’industrializzazione sovrana che rompa con i vecchi modelli di saccheggio e dipendenza. In definitiva, i governi, i lavoratori e i movimenti africani dovranno utilizzare questi legami come strumenti di sviluppo, piuttosto che permettere che diventino l’ennesimo regime di scambio ineguale.
La posta in gioco in tutti questi dibattiti sull’industrializzazione è una semplice domanda: le risorse del Sud globale saranno utilizzate per arricchire pochi o per sostenere la vita di molti? Leggere del FOCAC mi ha ricordato il poeta nigeriano Niyi Osundare (nato nel 1947), il cui libro The Eye of the Earth (1986) raccoglie potenti poesie sul rapporto dell’umanità con la natura. Una poesia di quella raccolta, Ours to Plough Not to Plunder (Nostra da arare, non da saccheggiare), è diventata così iconica da essere insegnata a generazioni di scolari nigeriani, nonostante la repressione del governo militare che ha preso il potere nel 1983. Ecco le ultime due strofe:
La nostra terra è un granaio chiuso,
un fienile brulicante di vita in una giungla lontana e inesplorata
una gemma distante in una polvere ruvida e infelice.
Questa terra è
nostra per lavorarla, non per sprecarla
nostra per coltivarla, non per deturparla.
Questa terra è nostra per ararla, non per saccheggiarla.
Con affetto,
Vijay
*Traduzione della cinquantunesima newsletter (2025) di Tricontinental: Institute for Social Research.
Come Potere al Popolo traduciamo la newsletter prodotta da Tricontinental: Institute for Social Research perché pensiamo affronti temi spesso dimenticati da media e organizzazioni nostrane e perché offre sempre un punto di vista interessante e inusuale per ciò che si legge solitamente in Italia. Questo non significa che le opinioni espresse rispecchino necessariamente le posizioni di Potere al Popolo. A volte accade, altre volte no. Ma crediamo sia comunque importante offrire un punto di vista che spesso manca nel panorama italiano.