Allo studio del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) effettuato online hanno partecipato 1800 giovani italiani tra 18 e 40 anni di cui la maggioranza emigrata all’estero all’età tra i 20 e i 30 anni.
L’87% dei rispondenti vive in un Paese europeo (il 60% nell’Unione europea, il 27% in Europa extra-UE) e l’8,5% in Nord America.
Il rapporto conferma l’alto tasso di emigrazione italiana: tra il 2010 e il 2025 1,5 milioni di italiane e italiani hanno lasciato il nostro paese – una media di circa 100.000 persone ogni anno.
Questi dati ci collocano all’interno della terza ondata migratoria della storia dell’Italia repubblicana.
Il rapporto CNEL dice che:
– l’83% di giovani italiani all’estero tornerebbe in Italia… con salari più alti
– l’88% tornerebbe… con opportunità lavorative adeguate al proprio profilo
– il 79% tornerebbe… con più garanzie di meritocrazia
– il 72% tornerebbe… con migliore bilancio vita-lavoro
– il 63% tornerebbe… con alloggi più accessibili
– il 62% tornerebbe… con servizi pubblici migliorati
Interessante anche la disparità di genere: il 9,5% delle donne dice di non voler tornare nemmeno in un’Italia “migliorata”, mentre solo il 4,7% degli uomini dà la stessa risposta.
Queste risposte mettono in luce i noti problemi strutturali dell’Italia:
– il lavoro povero e la mancanza di un salario minimo legale
– un orario di lavoro effettivo superiore alla media europea
– un mercato del lavoro poggiato su clientelismo e non merito
– un mercato del lavoro che sottoutilizza i propri laureati
– un mercato del lavoro ancora fortemente penalizzante per le donne
– un’età pensionabile che può arrivare fino a 70 anni
– una grave crisi abitativa
– servizi pubblici profondamente depotenziati negli ultimi 25 anni
Questo quadro spiegherebbe anche un altro dato importante: l’Indice Sintetico dei flussi Migratori (ISFM) ci mostra che per ogni giovane proveniente in Italia da un’economia avanzata europea, partono più di 14 giovani italiani (14,5). La maggior parte dei paesi europei esaminati “perde” tanti giovani quanti ne “attrae”.
Quella dell’Italia è perciò una vera e propria emorragia di giovani. Il “capitale umano” perso è costato all’Italia circa 159,5 miliardi di Euro nel periodo 2011-2024, circa 16 miliardi l’anno.
Il rapporto CNEL parla anche dell’immigrazione in Italia.
Se nel 1990 gli stranieri rappresentavano appena l’1,1% della popolazione giovane in Italia, nel 2025 la quota è salita al 13,3%. Se si includono anche i giovani di origine straniera che nel frattempo hanno acquisito la cittadinanza italiana, la percentuale raggiunge addirittura il 19,5%: quasi un giovane su cinque.
Ma l’Italia non si è trasformata solo oggettivamente. Anche nelle recenti lotte politiche e sociali – dagli scioperi nella logistica, passando dalla difesa dei quartieri popolari, alle mobilitazioni in solidarietà con il popolo palestinese – i diversi settori migranti hanno giocato un ruolo determinate.
Ci troviamo quindi di fronte a una Nuova Italia che però la nostra classe politica non vuole proprio riconoscere.
Infatti, ci sono due narrazioni parallele che negano questa profonda trasformazione della nostra società: da un lato chi invoca la “remigrazione”; dall’altro chi considera gli immigrati semplici “risorse” economiche passive, nascondendosi dietro un finto “umanitarismo”.
Queste due impostazioni, apparentemente così distanti, producono lo stesso risultato: quello di cementificare la divisione tra chi resta, chi parte e chi arriva nel nostro paese – quando tutti questi soggetti sono spinti dalla stessa esigenza: quella di migliorare le proprie condizioni di vita e esistenza.
Il nostro compito è semplice e complesso allo stesso tempo: accettare la “sfide del noi”, cioè costruire l’unità soggettiva di quel che è già unito oggettivamente: nella vita comune nelle università, nei quartieri popolari, nei posti di lavoro, ma anche nelle nostre storie – diverse, ma comunque simili – di emigrazione.