Domenica 6 settembre, dalle 10:00 alle 18:00
Centro Costarena Via Azzo Gardino, 48.
A Bologna sperimentiamo da anni sulla nostra pelle un “laboratorio repressivo” che torna spesso sotto le telecamere e nell’agenda politica nazionale: la morte di Abderrahim Fakir per mano della Polizia, il 20 luglio scorso al Pilastro, si inscrive pericolosamente in questa cornice. Per questo sentiamo l’esigenza di approfondire le cause e le conseguenze della repressione, denunciandone le connessioni con il clima politico che si respira a livello nazionale.
La gestione dell’ordine pubblico a Bologna è sempre stata muscolare, pesante, invasiva ma speculare rispetto alla cosiddetta “buona amministrazione” con cui per decenni le giunte di centro-sinistra hanno costruito il mito del “modello Bologna”.
Alla durezza della gestione poliziesca delle manifestazioni, incluse quelle di pochi mesi fa proprio al Pilastro contro il Muba, si accompagna una gestione quotidiana dell’ordine pubblico fondata sulla crescente presenza delle FF.OO. nei quartieri e alla “profilazione razziale”. Infatti, la morte violenta di Fakir non è avvenuta per una coincidenza al Pilastro: il clima di aggressività razzista nel paese e l’uso elettorale delle campagne sulla sicurezza da parte del governo hanno creato un contesto accondiscendente verso abusi e discriminazioni su base razziale e sociale nella gestione quotidiana dell’ordine pubblico – basti pensare, in questo senso, alla dicitura razzista del “decreto maranza”.
Sullo sfondo, però, rimane una costellazione di soggetti oggi attenzionati dalla repressione, che si sono distinti nelle mobilitazioni di questo autunno con un’inedita presenza di piazza, con la denuncia del genocidio a Gaza in questi due anni, nelle mobilitazioni nei quartieri, nelle occupazioni di scuole ed università: i giovani, i precari, gli immigrati. Nella crisi in cui si sono avvitate le classi dirigenti di tutto l’Occidente, sotto le sirene sempre più insistenti della chiamata alla guerra, il controllo interno sulla società deve farsi necessariamente sempre più stringente. Fra i soggetti attenzionati ci sono soprattutto i “poveri”, con cittadinanza italiana o meno, verso i quali gli apparati repressivi dello Stato usano la mano pesante. Chi nasce e vive nei segmenti “bassi” della società deve vedersi negata ogni possibilità di alzare la testa e deve accettare la propria condizione di sottomissione; e non può neanche “dare in escandescenza” senza rischiare molto. Proprio questi settori popolari oggi stanno subendo una pesante influenza ideologica sulla questione securitaria, che ha permesso di creare un terreno fertile a campagne reazionarie di massa come quella sulla “remigrazione”.
La morte di Fakir, a cui abbiamo assistito in diretta grazie ai video circolati subito in rete, non è dovuto all’eccesso di zelo o alle inclinazioni personali di qualche agente di polizia. È il risultato di un preciso indirizzo politico che cala dall’alto, espresso dalla sequenza di “decreti sicurezza” prodotti da un governo che concepisce il paese come una caserma per i deboli e il “regno delle libertà” solo per i ricchi e i forti. Un indirizzo politico che ha subito un’accelerazione in risposta al movimento di massa dell’autunno, con la decisione ad esempio di prendere per buone le veline dei servizi israeliani per portare in carcere Mohammad Hannoun, ed altri esponenti palestinesi, con l’accusa di terrorismo.
Lo scudo penale previsto dagli ultimi decreti sicurezza è uno strumento pratico della gestione della società-caserma, attivato tra i primissimi casi proprio per quello che è successo a Fakir allo scopo di proteggere gli agenti sotto indagine. Per questo motivo, la battaglia contro tale norma assume un valore che va oltre il singolo caso e riguarda l’intero modello “panpenalista”, che affronta le contraddizioni sociali attraverso la repressione e la criminalizzazione. Un modello che affida alle forze dell’ordine un vero e proprio privilegio per assicurarsi di rimettere in riga sia il dissenso organizzato in varie forme (con un’attenzione particolare riservata da sempre al Movimento No Tav) sia quei soggetti sociali che non rientrano nei progetti di “ordine”.
Pensiamo che la lotta contro lo scudo penale, unita ad altri elementi di visione garantista, possa farci uscire dalla dimensione difensiva e assumere anche un carattere politico generale, come già successo nel referendum costituzionale che ha visto un’ampia sconfitta del governo ben al di là dei numeri delle opposizioni parlamentari.
Per questo proponiamo a Bologna per il 6 settembre un momento di approfondimento sia sul carattere generale di una repressione ormai sistemica, sia sulle conseguenze della sua declinazione in termini di “sicurezza” nelle aree metropolitane del nostro paese. In questo senso Bologna è tra le punte “avanzate”, insieme ad altre grandi città, della co-gestione dell’ordine pubblico tra governo nazionale e giunte cittadine, sempre qui sono state sperimentate le zone rosse e sempre in questa città, col patto Lepore-Piantedosi, sono stati individuati i soggetti immigrati e i quartieri popolari come “problemi” da risolvere con l’aumento del controllo poliziesco.
Per questo abbiamo in mente un convegno strutturato su due distinte sessioni che approfondiscano le questioni. Un convegno non a caso a settembre e a Bologna, verso il cinquantesimo anniversario di quel convegno contro la repressione che nel 1977 intuì e anticipò molte delle contraddizioni sistemiche con cui stiamo facendo i conti oggi: questa stessa frattura la vediamo proprio nelle nostre città metropolitane con le scelte di carattere sociale, urbanistico e ambientale che le amministrazioni compiono e che sempre di più producono, proprio sui nostri territori, diverse forme di opposizione e resistenza di carattere politico e sociale.
Contro lo stato di polizia e la logica della società-caserma occorre fare rete, resistenza, avanzamenti sul campo.
Ore 10:00
Relazioni di apertura:
Antonio Corlianò, Coordinatore nazionale Potere al Popolo Bologna
Valerio Guizzardi, militante bolognese
Sergio Cararo, Contropiano.org
Prima Sessione
Introduce: Francesca Trasatti, Esecutivo Nazionale Potere al Popolo
Avv. Arturo Salerni
Avv. Marina Prosperi
Avv. Mario Marcuz
Avv. Nazzarena Zorzella
Avv. Marco Lucentini
Avv. Gianluca Vitale
Avv. Biagio Borretti
Nicoletta Dosio, Movimento No Tav
Giorgio Cremaschi, Sindacalista
Valerio Monteventi, Centro Documentazione Movimenti Lorusso-Giuliani
Roberto Montanari, USB Logistica
Ludovico Basili, Osservatorio Repressione
Ore 14:00
Seconda sessione
Introduce: Francesco Olivo, Esecutivo Nazionale Potere al Popolo
Paolo Rizzi, Potere al Popolo Bologna
Gianni Tugnoli, attivista delle lotte ambientali bolognesi
Margherita Grazioli, Movimento per il diritto all’abitare Roma
Osvaldo Costantini, la conoscenza non marcia
Alessandro Senaldi, Assegnista di Ricerca presso l’Università di Bari
Sergio Spina, Comitato Popolare Pilastro
Maria Ledonne, Potere al popolo Napoli
Beatrice Gamberini, Potere al Popolo Roma
Bianca Tedone, Potere al Popolo Milano
Francesca Bertini, Potere al Popolo Torino
Conclude:
Marta Collot, Portavoce nazionale Potere al Popolo
