Con il via libera agli espropri inizia un progetto da un miliardo e mezzo che non si regge in piedi. Chi guadagna davvero sulla pelle del nostro territorio?

Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, il 15 maggio 2026 si è dato ufficialmente il via alla metanizzazione della Sardegna. Per i cittadini e le cittadine sarde questo significa l’inizio immediato delle procedure di esproprio dei terreni.

Parliamo di un mega-progetto dal valore complessivo che sfiora il miliardo e mezzo di euro, una cifra astronomica che prevede una ramificazione di tubature di circa 300 chilometri. La linea partirà da Oristano per spingersi fin verso Cagliari e Portovesme.

A presentarlo è Enura, una società controllata dal colosso energetico Snam e partecipata da Cassa Depositi e Prestiti – controllata a sua volta dal Ministero dell’Economia e delle Finanze – che detiene oltre il 30% delle azioni. La mappa del potere economico è limpida: lo Stato spiana la strada, i grandi gruppi finanziari speculano e i profitti rimangono privati.

La verità profonda è che questo progetto nasce strutturalmente monco. All’appello manca totalmente il punto di immissione del gas, ovvero la nave gasiera di Oristano, il cui procedimento autorizzativo è ancora bloccato in fase di VIA (Valutazione di Impatto Ambientale), l’iter burocratico che dovrebbe valutare i danni ecologici sul territorio.

Non solo: manca persino il maggiore utente industriale. Secondo i documenti ufficiali, lo stabilimento dell’Eurallumina da sola avrebbe dovuto assorbire ben 363 milioni di metri cubi di gas dei 612 totali previsti. Parliamo di quasi il 60% dell’intera portata del tubo. Peccato che l’impianto sia chiuso e fermo dal lontano 2009.

Siamo davanti a un’infrastruttura fantasma che non si regge in piedi secondo nessuna logica industriale. Persino l’Arera, l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente, ha sollevato forti perplessità e si è riservata di esprimere un parere definitivo sulla sostenibilità economica dell’opera.

Ci sarebbe da ridere se la situazione non fosse drammaticamente seria. Il tentativo evidente è quello di realizzare a tutti i costi un’opera inutile per la collettività. I costi enormi di costruzione, infatti, non graveranno sulle multinazionali che la realizzano, ma verranno legalmente scaricati sulle bollette di tutti e tutte noi.

Pagheremo noi la loro speculazione.

Se tutto andrà bene, in quel tubo non ci passerà mai una sola molecola di gas metano. Nella peggiore delle ipotesi, invece, la Sardegna si troverà incatenata per i prossimi decenni a un’ulteriore e soffocante dipendenza da un combustibile fossile altamente climalterante, cioè distruttivo per l’equilibrio del pianeta.

Questa sottomissione economica ci rende ostaggi della volatilità dei mercati finanziari e delle ciniche dinamiche geopolitiche globali. Lo abbiamo già sperimentato sulla nostra pelle con i conflitti in Ucraina e in Iran: quando l’energia diventa l’arma dei grandi blocchi di potere, a pagare il prezzo più alto sono sempre i lavoratori, le lavoratrici e i ceti popolari.

Gli unici a rallegrarsi in questa vicenda sono i sindacati confederali e il governo di Roma e quello Sardo. L’Assessore regionale dell’Industria, Emanuele Cani, invece di chiamare il progetto con il suo unico nome corretto – ovvero pura speculazione finanziaria a danno del territorio sardo – favoleggia addirittura il recupero di un “gap strutturale di almeno 25 anni” e promette “un ulteriore sviluppo per altri tre decenni”.

La falsità di queste promesse crolla non appena ci si trova davanti alla realtà dei fatti: per la centrale di Fiume Santo l’uscita dal carbone è stata prorogata al 2038. Persino Terna, la società che gestisce la rete elettrica nazionale, sostiene da tempo di poter fare tranquillamente a meno del gas in quell’impianto per gestire la transizione energetica.

Mentre la politica vende favole sul futuro del metano, la centrale termoelettrica della Sarlux rimane saldamente al suo posto, contribuendo quasi al 50% del fabbisogno elettrico sardo e garantendo enormi profitti privati.

Questa massiccia presenza di energia da fonti fossili serve in realtà a bloccare l’ingresso e lo sviluppo delle energie rinnovabili e pulite nella rete sarda.

Senza contare l’impatto ecologico e sanitario che pagano i sardi e le sarde: la Sarlux continua ad avvelenare l’aria e l’ambiente, essendo responsabile di oltre un terzo delle emissioni totali di CO₂ dell’intera isola.

A dare il colpo definitivo alla bugia di uno “sviluppo del gas per i prossimi trent’anni” ci si mette pure l’Unione Europea con la Direttiva “Case Green” (UE 2024/1275), la legge che mira a rendere gli edifici europei a emissioni zero entro il 2050 per frenare il collasso climatico.

I passaggi intermedi di questa legge smentiscono totalmente l’utilità dei tubi che vogliono interrare in Sardegna:

  • Dal 1° gennaio 2025 sono stati bloccati gli incentivi statali per le caldaie a gas.
  • Dal 2030 scatterà l’obbligo di emissioni zero per tutti i nuovi edifici privados e dal 2028 per i pubblici.
  • Entro il 2040 scatterà il divieto assoluto di installare impianti a combustibili fossili.

Perché spendere un miliardo e mezzo per una tecnologia che sta diventando illegale?

Le prospettive non sono incoraggianti. Non ci sarebbe stato momento meno opportuno per portare avanti il piano di metanizzazione, mentre il caldo torrido, la siccità e l’estate prolungata di questi giorni ci danno piena e quotidiana evidenza delle conseguenze disastrose dell’impiego dei fossili.

Nonostante gli studi scientifici e le evidenze sulla pericolosità e l’insostenibilità di questo combustibile, continuiamo ad avere amministratori e decisori politici che ignorano i dati, non sanno o hanno l’attenzione concentrata altrove.

Ciò che invece deve essere chiaro per noi, per la nostra salute, per i nostri portafogli e soprattutto per il nostro futuro e la nostra sopravvivenza, è che questi progetti servono unicamente a impoverire la collettività, a devastare l’ambiente e a mettere a repentaglio la nostra vita per gonfiare i profitti dei colossi del gas.

Non c’è futuro possibile in un pianeta che brucia per garantire il profitto di pochi. Abbiamo il diritto di pretendere un modello economico radicalmente diverso e il dovere di difendere la nostra terra con tutte le nostre forze.