Oggi Fidel Castro avrebbe compiuto cento anni. Purtroppo per noi ha potuto festeggiare «solo» il suo novantesimo compleanno, dopo essere sopravvissuto a 638 piani o tentativi di farlo fuori e a decine di volte in cui é stato dato per morto e non lo era. Quando é morto per davvero – desaparicion fisica, dicono i cubani, ci torneremo – il 25 Novembre di dieci anni fa, non ha avuto la stessa buona memoria che ebbe Napoleone, omaggiato post mortem dal nostro Alessandro Manzoni con un inno tanto importante quanto inviso, perché mal studiato, da generazioni di studenti. Pur non essendo mai stato bonapartista, né in vita né in morte di Napoleone (vergin di servo encomio e di codardo oltraggio), Manzoni é capace di riconoscere la grandezza della persona e delle sue opere senza nascondere la distanza politica, ideologica e morale che li separava. Questa capacità, ahinoi, non residua ai nostri tempi : i potenti di oggi e i loro megafoni mediatici non sono in grado di guardare i nemici col distacco che si presupporrebbe in chi « ha vinto », e ogni volta che ne hanno occasione sfoderano tutto il loro odio profondo ; non potendo, purtroppo per loro, contestare le opere, i fatti, le azioni, e nemmeno gli ideali, si attaccano alla persona, denigrandola, disprezzandola e accusandola di non essere veramente come voleva apparire. É il caso del racconto scritto da Norberto Fuentes, ex amico dei fratelli Castro, residente a Miami dal 1968, pubblicato da Repubblica ieri: un concentrato di gossip da quattro soldi su amanti, regali e lusso nascosto, in piena, triste e banale linea coi refrain soliti dell’anticastrismo, uguali quando escono su Repubblica o su «il Giornale», provare per credere, a dimostrazione che, sui fondamentali, borghesia reazionaria e liberal cantano all’unisono. Ma perché, a cent’anni dalla nascita e a dieci dalla morte, mentre Cuba pare agonizzare stretta tra il bloqueo più violento e infame della storia e una crisi economica profonda che ha diverse origini, Fidel Castro é ancora tanto, odiato, disprezzato, denigrato ? Perché fa cosi paura ? Proviamo a capirlo.

La prima ragione è banale: perché ha vinto. Ha conquistato con le armi, nonostante la schiacciante disparità di forze, il potere in un’isola passata dal dominio diretto spagnolo a quello indiretto statunitense. Ha rovesciato un dittatore che schiacciava il popolo nella miseria e nell’oppressione e ha instaurato uno stato libero, civile, che esiste e resiste ancora oggi, nonostante tutto. Ha vinto contro ogni pronostico e questo, in un’epoca di realismo capitalista, è un esempio incancellabile e potentissimo.

La seconda ragione è che non ha fatto sconti a nessuno: gli statunitensi e i loro lacché locali sono stati costretti a fuggire lasciando tutto lì. Il potere è stato ed è saldamente in mano al Partito, alle organizzazioni popolari, all’esercito, senza compromessi con chi, in nome di una finta democrazia, vorrebbe solo riportare indietro le lancette della storia. I diversi tentativi di rovesciare lo stato cubano sono, per questo, falliti o sono stati doverosamente repressi sul nascere.

La terza ragione per cui è odiato e fa paura è che le conquiste della rivoluzione cubana sono inattaccabili. La rivoluzione è un esempio morale e politico per il mondo intero: i progressi in materia di istruzione, salute, cultura, scienza, sport, pur non avendo tirato fuori Cuba dal cosiddetto terzo mondo, la collocano ai vertici del pianeta in numerosi ambiti. Soprattutto dimostrano quanto si possa fare, con pochissimo, quando la volontà politica è orientata agli interessi della pace, della vita e della dignità delle masse popolari. Ripensandoci oggi, da paesi devastati da terremoti e catastrofi climatiche, dove si investe in lager per migranti ed armi invece che in salute e sicurezza del territorio, il contrasto è abnorme.

Nessuno può attaccare i risultati della rivoluzione, per questo attaccano l’uomo.

La quarta ragione è un manifesto, uno di quei poster che si possono ancora trovare all’Havana, più raro, sicuramente, del ritratto del Che di Korda. Il titolo è “Cuba postCastro” e mostra una serie di volti stilizzati di Fidel, con fucile e divisa verdoliva d’ordinanza. Il messaggio è chiaro: Fidel un giorno sparirà, non spariranno le sue idee e il suo esempio, che si troveranno incarnati in ogni cubana e cubano. Per questo si parla di desaparicion fisica, che può far sorridere noi, certamente, ma che alla luce dei fatti è l’espressione di un dato incontrovertibile: anche ora, nel momento più nero della storia di Cuba socialista, il popolo resta fermo e degno. Soffre in maniera inimmaginabile, si lamenta e critica innanzitutto il proprio governo, ma non svende la propria storia. Questa fermezza e questa dignità sono, forse, la più grande eredità di Fidel, e il più grande ostacolo alla vendetta dell’imperialismo.

La quinta ragione è il futuro. Chi governa il mondo ha abdicato a pensare il futuro. Il presente è dominato da una fame di profitto talmente illimitata da portare alla distruzione delle fondamenta stesse di un mondo futuro. Lo vediamo con le guerre, la distruzione delle tutele sociali, la caccia al povero e allo straniero, la devastazione del pianeta. Fidel aveva, invece, una capacità incredibile di pensare al futuro. Quando una nostra delegazione è andata a Cuba, nel 2021, per partecipare ad una sperimentazione del vaccino anticovid cubano, abbiamo scoperto con stupore che sia l’Istituto Finlay, che aveva elaborato quello ed altri vaccini, sia la clinica internazionale “La Pradera” che ci ospitava erano progetti pensati e avviati in pieno periodo especial, il primo nel 1991 e il secondo nel 1997. In quelli anni, come ci hanno raccontato, la fame sull’isola era così tanta  che arrivarono a bollire bucce di banana per mangiarle. Un leader, si poteva pensare, avrebbe dovuto dedicare ogni energia e risorsa a risolvere quel problema. Fidel apparentemente, scegliendo di investire in biotecnologia e medicina, non lo fece; in realtà stava lavorando a costruire le condizioni di indipendenza e autonomia per cui quel terribile stato di cose – frutto dell’eccessiva dipendenza cubana dal sistema sovietico – diventasse solo un brutto ricordo. L’esempio cubano durante la pandemia è lì a dimostrare che aveva ragione: le capacità di resilienza di un paese del terzo mondo hanno svettato di fronte ai ben più potenti mezzi dei paesi imperialisti.

È per questo che oggi, in un momento in cui è il destino politico delle classi oppresse ad essere in periodo especial, e dove non si vede speranza all’orizzonte, l’esempio di Fidel torna utile. Per tutte le ragioni che fanno paura ai nostri nemici, più una, la più terribile, che riportiamo con le parole che Marquez dedicò all’amico in un ritratto del 2007 (traduzione nostra). “Una cosa è certa: ovunque sia, comunque e con chiunque sia, Fidel Castro è lì per vincere. Il suo atteggiamento verso la sconfitta, anche nei minimi atti della vita quotidiana, sembra obbedire a una logica privata: non lo ammette nemmeno, e non ha un minuto di calma finché non riesce a invertire i termini e trasformarla in vittoria.”

Buon compleanno, Comandante!